{"id":587133,"date":"2026-07-16T06:28:17","date_gmt":"2026-07-16T06:28:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/587133\/"},"modified":"2026-07-16T06:28:17","modified_gmt":"2026-07-16T06:28:17","slug":"il-pil-rallenta-ancora-i-quattro-ostacoli-che-frenano-la-crescita-italiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/587133\/","title":{"rendered":"Il Pil rallenta ancora: i quattro ostacoli che frenano la crescita italiana"},"content":{"rendered":"<p>    di<br \/>\n    Carlo Cottarelli<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12 is-mr-t-20\">Pesano fisco, burocrazia,  costo dell\u2019energia e poche nascite. Se non si risolvono questi probpemi con adeguate riforme (il Pnrr non sembra essere stato sufficiente) resteremo ancorati allo zero virgola<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Se andate sul sito www.istat.it il primo grafico che vi appare scorrendo verso il basso a sinistra (riprodotto qui a fianco)<b> \u00e8 quello del livello del Pil da inizio 1996<\/b>. Il posizionamento evidenzia il suo rilievo tra le innumerevoli statistiche prodotte dall\u2019Istat. Ma <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/economia\/finanza\/26_maggio_22\/pil-l-europa-rivede-le-stime-e-condanna-l-italia-ultima-tra-i-27-nel-2027-la-crescita-si-fermera-allo-0-6-6674e87d-908c-42ba-acb1-3443d89b7xlk.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">cosa \u00e8 il Pil<\/a>, perch\u00e9 \u00e8 importante e cosa lo determina?<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Il Pil (<a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/economia\/finanza\/26_maggio_21\/pil-l-italia-e-il-paese-che-crescera-meno-nel-2027-allo-0-6-per-cento-le-nuove-previsioni-della-ue-87a0ebf3-dea6-4ac1-81c2-8dd0694adxlk.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Prodotto Interno Lordo<\/a>) italiano<\/b> \u00e8 il valore di quanto viene prodotto in un certo periodo di tempo (tipicamente un trimestre o un anno) in Italia. Dato che quello che viene prodotto \u00e8 anche quello che pu\u00f2 essere distribuito come reddito, il Pil (semplifico; non \u00e8 proprio cos\u00ec) \u00e8 anche il reddito degli italiani. Da qui la sua importanza: <b>il Pil \u00e8 quello che gli italiani portano a casa<\/b> dall\u2019attivit\u00e0 lavorativa o da altre fonti di reddito e che pu\u00f2 essere usato per consumare, risparmiare e investire. Pi\u00f9 e alto e pi\u00f9 sono alte le risorse disponibili per questi scopi. Da qui la sua importanza.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Non entro nella questione di quanto sia saggio <\/b>valutare il benessere di un Paese solo dal suo Pil. In un celebre discorso Robert Kennedy sostenne che il Pil misura tutto <b>tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta<\/b>. Vale anche per il reddito di una famiglia. Pur con questi limiti, \u00e8 ovvio che le risorse che sono a disposizione influenzano ci\u00f2 che possiamo fare. Star\u00e0 poi a noi utilizzarle al meglio, compreso la tutela di quello che rende la vita degna di essere vissuta, tenendo conto della sostenibilit\u00e0 di lungo periodo delle attivit\u00e0 che generano reddito.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La crescita del Pil in euro ha per\u00f2 <b>un fondamentale problema <\/b>per valutare l\u2019andamento di quanto viene prodotto. Il Pil in euro riflette non solo la quantit\u00e0 di prodotto, ma anche il suo prezzo. <b>Se i prezzi aumentano, il Pil si gonfia,<\/b> ma questo non vuol dire che pi\u00f9 risorse sono disponibili in termini reali. Per questo l\u2019attenzione degli economisti \u00e8 focalizzata solitamente sul Pil \u00abreale\u00bb, ossia valutato al netto dell\u2019aumento dei prezzi. Il Pil reale aumenta cos\u00ec solo per effetto di<b> una maggiore disponibilit\u00e0 di beni e servizi<\/b> prodotti. Il grafico del Pil sul sito Istat \u00e8, appunto, quello del Pil reale. Guardandolo si capiscono i problemi che l\u2019economia italiana ha affrontato negli ultimi trent\u2019anni.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il Pil reale<b> cresce rapidamente fino a inizio secolo,<\/b> proseguendo un aumento quasi costante dagli anni \u201850. Poi rallenta, pur continuando a salire tra il 2001 e il 2008. Segue poi<b> una decrescita infelice<\/b>, per effetto di <b>tre recessioni:<\/b> la crisi globale del 2009, quella del debito sovrano europeo del 2012 e quella Covid del 2020. Dopo le prime due crisi la ripresa \u00e8 lenta. Dopo quella Covid il rimbalzo \u00e8 rapido, ma una volta esauritosi, inizia un periodo di crescita lenta che ancora dura oggi.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questi andamenti poco entusiasmanti sono dovuta a <b>una combinazione di fattori di lungo termine<\/b>, che ancora persistono, e alla difficolt\u00e0 con cui l\u2019economia italiana si \u00e8 adattata all\u2019euro, che sono per fortuna stati superati.<br \/>Cominciamo da questi ultimi. Entrati nell\u2019euro abbiamo condotto politiche che mantenevano <b>l\u2019inflazione italiana pi\u00f9 alta di quella tedesca<\/b>. Tra il 2000 e il 2006 la spesa pubblica, al netto degli interessi, cresceva rapidamente, anche per effetto di forti aumenti salariali per i dipendenti pubblici che trascinavano i salari del settore privato.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Con un\u2019inflazione pi\u00f9 alta che in Germania,<\/b> e l\u2019impossibilit\u00e0 di compensare questo svalutando la lira, abbiamo perso competitivit\u00e0, la crescita di esportazioni e Pi \u00e8 rallentata, <b>non si \u00e8 investito abbastanza e si \u00e8 aperto un buco nei conti con l\u2019estero<\/b> (importavamo pi\u00f9 di quanto esportavamo). Inoltre, visto l\u2019aumento della spesa, il debito pubblico scendeva poco. Quando, con la crisi di Lehman Brothers del 2009 e quella greca del 2010, i mercati finanziari hanno rivalutato la sostenibilit\u00e0 dell\u2019euro, l\u2019Italia \u00e8 stata inclusa tra i Paesi che avevano <b>vissuto male l\u2019esperienza dell\u2019euro<\/b> e che forse lo avrebbero abbandonato. Inclusione giustificata: \u00e8 in quel periodo che nascono in Italia i movimenti no euro. Da qui anche la difficolt\u00e0 di usare la spesa pubblica per contrastare la crisi del 2009. Da qui, soprattutto, la fuga di capitali del 2011 che port\u00f2 alla crisi del 2012.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Col 2013 inizia<b> un periodo di lenta crescita,<\/b> in cui, grazie alla minore inflazione, recuperiamo competitivit\u00e0 e riprendiamo a esportare: ci siamo adattati all\u2019euro. Arriva poi la crisi Covid, che viene per\u00f2 presto superata grazie, questa volta, all\u2019afflusso <b>di centinaia di miliardi da BCE e UE <\/b>anche tramite il programma di finanziamento del PNRR. Esauritasi la spinta di questi miliardi (la BCE inverte il flusso a fine 2022) torniamo a crescere allo zerovirgola: 1% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Tassi leggermente inferiori a quelli dell\u2019eurozona, nonostante la media sia tenuta bassa dalla crisi tedesca degli ultimi anni, e molto pi\u00f9 bassi di quelli del resto del Sud Europa: Grecia, Portogallo, Cipro e Spagna, che come noi avevano perso terreno rispetto al resto d\u2019Europa nei primi vent\u2019anni del secolo, sono cresciuti negli ultimi anni a tassi del 2%-3%. <b>Perch\u00e9?<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Qui emergono i fattori di lungo termine<b> <\/b>cui ho fatto prima riferimento. In un mondo globalizzato, l\u2019Italia resta un Paese dove \u00e8 difficile fare attivit\u00e0 d\u2019impresa per almeno quattro motivi. Primo, <b>la pressione fiscale <\/b>(rapporto tra tasse pagate e Pil) \u00e8 elevata (di sei punti percentuali rispetto alla Spagna). Secondo, <b>la burocrazia \u00e8 pi\u00f9 pesante<\/b> aumentando i costi dell\u2019investimento e della gestione d\u2019impresa. Terzo, <b>il costo dell\u2019energia \u00e8 pi\u00f9 alto<\/b>, di quasi il 60% per una piccola\/media impresa rispetto a un\u2019omologa spagnola, visto l\u2019insufficiente sviluppo delle rinnovabili e l\u2019abbandono del nucleare. Quarto, le nostre imprese hanno <b>difficolt\u00e0 a trovare personale <\/b>per il crollo demografico e l\u2019assenza di un programma di immigrazione (sottolineo) regolare che invece la Spagna \u00e8 riuscita a creare (col vantaggio per\u00f2 di attirare migranti dall\u2019America Latina, dove si parla la stessa lingua, e cultura e religione sono simili).<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Se non si risolvono questi problemi <\/b>con adeguate riforme (il PNRR non sembra essere stato sufficiente) resteremo ancorati allo zerovirgola (anche se penso che il 2026 sar\u00e0 meglio del previsto). <b>Creeremo pure posti di lavoro, ma di bassa qualit\u00e0,<\/b> con un calo della produttivit\u00e0 (il prodotto per lavoratore), la cui crescita richiede investimenti che si possono realizzare solo quando l\u2019attivit\u00e0 d\u2019impresa non \u00e8 ostacolata dai fattori sopra elencati.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/app-economia\/?intcmp=DL-app_nd_011024_corriere_ss_conomia\" target=\"_blank\" class=\"bck-app-banner\" rel=\"nofollow noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"bck-app-img\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1756449670_863_app.png\"\/><\/p>\n<p>Nuova app <strong>L&#8217;Economia<\/strong>. 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