{"id":59724,"date":"2025-08-21T06:59:09","date_gmt":"2025-08-21T06:59:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/59724\/"},"modified":"2025-08-21T06:59:09","modified_gmt":"2025-08-21T06:59:09","slug":"ritratto-maresco-da-cinico-tv-alla-biennale-del-cinema","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/59724\/","title":{"rendered":"Ritratto. Maresco da Cinico tv alla Biennale del Cinema"},"content":{"rendered":"<p><strong>C\u2019era una bella commedia<\/strong> di Vittorio Franceschi, negli anni Settanta, si intitolava \u00abL\u2019Amleto non si pu\u00f2 fare\u00bb. Era un copione sull\u2019impossibilit\u00e0 e al tempo stesso sull\u2019ineluttabilit\u00e0 del fare teatro. Impossibile e ineluttabile, proprio come il cinema di Franco Maresco. Impossibile per l\u2019indomita, intransigente, a volte proterva voglia del regista di nuotare controcorrente nell\u2019implacabile sistema produttivo della Settima Arte. Ineluttabile perch\u00e9 il cinema per Maresco \u00e8 urgenza fisiologica anche se urgenza non \u00e8 proprio il termine adatto ai suoi ritmi, diciamo meglio necessit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 leggenda vuole<\/strong> che i film del regista palermitano siano come la tela di Penelope: \u00a0si facciano, si disfacciano e si rifacciano, che il ciak smetta di battere a met\u00e0 riprese, il produttore stacchi i cavi elettrici dei riflettori poco pi\u00f9 o poco meno che alla decima scena (ripetuta \u2013 come le precedenti nove \u2013 almeno dieci volte per la rigorosa maniacalit\u00e0 dell\u2019autore), perch\u00e9 tra idea e progetto, tra scrittura e riscrittura, tra realizzazione e post-realizzazione, i tempi si dilatino all\u2019infinito su abiure, ripensamenti, correzioni e, alla resa dei conti, su litigate e inviti a fanculo. Segue sparizione del regista. Irreperibilit\u00e0 domestica e sociale. Inutile cercarlo. Si nega al mondo dietro \u00a0\u201cil numero da lei chiamato \u00e8 al momento irraggiungibile\u201d. \u00a0Poi per\u00f2, qualche tempo dopo il perentorio \u201ctutti a casa\u201d del finanziatore e la volatilizzazione del Maestro, quasi per magia, perch\u00e9 opera di magia appare qualsiasi tentativo di \u00a0mediazione con Maresco, pare che lui ricompaia, il film riprenda vita sotto altra idea e forma, il cast si ricomponga, i tecnici si riaffiatino, il gruppo elettrogeno torni a brontolare, la pellicola (perch\u00e9 la pellicola \u00e8 una fissa romantico-feticista del Nostro che rifugge quando pu\u00f2 l\u2019elettronica) scorra di nuovo fino a diventare luce riflessa sullo schermo, a fare notizia, a partecipare ai festival, a vincere premi e ad uscire nelle sale. Non deroga a questa regola di sregolatezza nemmeno Un film fatto per Bene che \u00e8 uno dei cinque titoli italiani in concorso alle 82\u00aa Mostra del Cinema a Venezia.<\/p>\n<p><strong>Lo dice Maresco stesso:<\/strong> \u00abDa tempo mi sono accorto che ogni mio film non \u00e8 stato altro che una trappola in cui mi andavo a infilare con impietoso autolesionismo. Stavolta per\u00f2, per la prima volta, ho paura che non ne uscir\u00f2 bene, diciamo tutto d\u2019un pezzo\u00bb. Ecco, il cinema pi\u00f9 croce che delizia, eterna macchina celibe e per nulla salvifica, \u00a0altro che il mestiere pi\u00f9 bello del mondo come dicono gli attori e i registi stessi raccontandosi la favoletta da Bignami della psicoanalisi dell\u2019altro da s\u00e9 o della realt\u00e0 parallela. Per di pi\u00f9, come ogni buon palermitano, Maresco \u00e8 magistrale nell\u2019arte del dissiparsi: d\u00ecssipa s\u00e9 stesso, il proprio talento, la propria creativit\u00e0 vulcanica (suggeritegli uno straccio di idea ma siate pronti a proteggervi dallo tsunami di spin-off con cui vi travolger\u00e0), la sua fantasia visionaria, funambolica e talvolta feroce.<\/p>\n<p><strong>Frutto di una personalit\u00e0<\/strong> magmatica e complessa, tutto questo: si sa che Maresco \u00e8 aspro come un limone ma sa essere anche ironico, autoironico, perfidamente sarcastico. \u00c8 uno di quei palermitani cresciuti nella citt\u00e0 di frontiera ancora lontana dalle primavere e dagli autunni di Leoluca Orlando, nel \u00a0disincanto di chi ha prima osservato con cautela, se non con circospezione, le speranze e le illusioni della \u00a0reinassance e poi registrato, tra esalazioni d\u2019acido prussico, gli alti lai, lo sconforto, il tradimento sulla rivoluzione mancata. Uno che ha soffiato sui pennacchi di certa antimafia il\u00a0 vento di una sonora pernacchia.<\/p>\n<p><strong>Ci arriva con un\u2019amarezza<\/strong> di fondo a tutto questo, Maresco: esistenziale per una famiglia complicata come tante, il padre che gira i tacchi e va via, la madre che cade in depressione e i figli che se ne prendono cura; le fameliche letture giovanili di autori che disprezzano il genere umano e ne consacrano la fine; le onnivore visioni dei classici cinematografici d\u2019ogni frontiera; la musica (lui si sfoga sul piano che ha pure studiato)\u00a0 che quasi non ha pi\u00f9 motivo d\u2019essere suonata\u00a0 e l\u2019amato jazz che se ne accolla l\u2019epitaffio; i rapporti totalizzanti e problematici con le donne (tre fra tutte: Caterina Risica, architetto; Roberta Torre, regista; Claudia Uzzo, sceneggiatrice). In questa cosmologia della dissoluzione, Maresco opera una scelta precisa: per raccontare tutto questo bisogna stare ai margini, non integrarsi, essere disorganici, periferici. Quelli sono il luogo e la condizione in cui allocarsi, quello il miglior punto d\u2019osservazione della realt\u00e0 riflessa in Palermo e in chi la abita.<\/p>\n<p><strong>Chi, dunque, se non Maresco<\/strong> avrebbe potuto venire in soccorso di un cineclub a Brancaccio, uno dei pochi quartieri al mondo dove a far da confine tra il resto della citt\u00e0 soi disant legalitaria e un\u2019enclave \u201cad alta densit\u00e0 mafiosa\u201d \u00e8 un passaggio a livello? E cos\u00ec \u00a0il \u201cNuovo Brancaccio\u201d, rilevato da un\u00a0 cinema \u201cdi terza\u201d (perch\u00e9 anche nelle borgate a ridosso delle linee ferrate \u00a0un tempo esistevano solo \u00a0le terze visioni) \u00e8 davvero una sfida con le sue chilometriche programmazioni dell\u2019integrale di questo o quel regista di ristrettissimo culto. O dei concerti jazz. L\u2019idea l\u2019aveva partorita un altro elemento disorganico, della politica stavolta, del Pci pi\u00f9 esattamente, Paolo Greco. \u00c8 una battaglia persa ma Maresco ci si tuffa con tutto il suo masochistico entusiasmo, la citt\u00e0 \u201cimpegnata\u201d sciama prima verso quella sala, si mischia con qualche rumorosa presenza autoctona, poi piano piano Palermo si stuffa, si scoccia, \u00a0diserta. Pur nella sua disperante concezione dell\u2019uomo e del mondo, Maresco resta sempre un trascinatore e attrae per l\u2019appunto nelle sue avventure gruppi eterogenei (dal docente di semiologia al cinefilo schizzato, dall\u2019attore-regista di teatro al borghese acculturato, al lumpen da discarica urbana): un\u2019altra ardimentosa impresa \u00a0\u00e8 la cooperativa Rosebud che si intesta una serie di eventi (mostre, proiezioni, dibattiti)\u00a0 il cui epicentro e architrave economica \u00e8 per\u00f2 Video Squonk, negozio di noleggio e scambio di VHS nel momento di maggior fortuna delle \u201ccassette\u201d. Solo che Maresco non ha grandi velleit\u00e0 n\u00e9 qualit\u00e0\u00a0 di commerciante e Video Squonk si trasforma cos\u00ec non soltanto in un circolo di pessimismo cronico dove gli appassionati arrivano per accaparrarsi i loro cult movie ma vanno via depressi dalle divagazioni apocalittiche del titolare, ma nel suo primo, involontario catalogo di stramberie umane, di tipi bislacchi, nel casting suo malgrado di quel bestiario che popoler\u00e0 \u2013 una volta incontrato Cipr\u00ec \u2013 il mondo di Cinico Tv: il ciclista in tuta e cappellino,\u00a0 l\u2019ex maschera di teatro in mutande, l\u2019obeso aerofago, l\u2019erotomane barbuto appassionato di porno black&amp;white.<\/p>\n<p><strong>L\u2019incontro con Cipr\u00ec,<\/strong> per l\u2019appunto, a fine anni \u201980. Si capisce subito che tra i due \u2013 Daniele, fotografo di famiglia di fotografi e Franco con la sua apocalittica visione post e sub-umana \u2013 ci sar\u00e0 contiguit\u00e0, l\u2019uno il braccio di una nuova estetica, l\u2019occhio di un universo decolorato e surreale, l\u2019altro la mente, l\u2019arsenale di inquietanti apparizioni, il burattinaio di una Palermo desertica e pietrosa che, in piena fioritura orlandiana, l\u2019altra Palermo nega e rinnega, spazza via come polvere da nascondere sotto il tappeto del salotto d\u2019ambizioni europee. Prima sono esperimenti televisivi a livello locale (la mitica Tvm della famiglia Manzo in un garage della citt\u00e0 di mezzo), rubriche di cinema e jazz \u00a0scombiccherate, esperti cringe che si parlano addosso, pubblicit\u00e0 fasulle, poi arrivano le prime clip \u201cciniche\u201d che finiranno a Roma sui monitor di Enrico Ghezzi e Angelo Guglielmi, allora capostruttura e direttore di Raitre, folgorati da quei due poeti scomodi. Sono scaglie appuntite sparse qua e l\u00e0 in vari programmi, all\u2019inizio, poi \u00e8 un format.<\/p>\n<p><strong>Quello di Cinico, all\u2019alba<\/strong> dell\u2019ultimo decennio del secolo scorso, sulla terza rete Rai \u00e8 un debutto che ha l\u2019effetto dello schiocco di una frusta, l\u2019epifania \u2013 tra rutti e scorregge \u2013 di una realt\u00e0 distopica. \u00a0Durante i quattro anni di passaggi televisivi, alle otto di sera, sulla ditta piove ogni genere di allettante proposta: dalla pubblicit\u00e0 ai video musicali. Cipr\u00ec magari ci starebbe. Ma Maresco \u00e8 duro e puro. Nessuna sirena potr\u00e0 incantarli e non ci sar\u00e0 bisogno di corde robuste con cui legarsi al palo dell\u2019eccentricit\u00e0, della disomogeneit\u00e0, del cantare fuori dal coro.<\/p>\n<p><strong>Quel che viene appresso<\/strong> il clamore televisivo \u00e8 un po\u2019 storia del cinema italiano dell\u2019ultimo trentennio tra alti e bassi, vento che soffia a favore e improvvise turbolenze, buona sorte e rio destino, coppia affiatata e coppia scoppiata. \u00c8 il primo film, Lo zio di Brooklyn, la prima volta a Venezia per il duo, pur se in una sezione collaterale (ancora oggi Maresco se ne picca: \u00abA Pontecorvo, allora direttore, piacque: perch\u00e9 non lo mise in concorso?\u00bb) ma anche in quella nicchia un po\u2019 in disparte quel debutto nel lungometraggio pi\u00f9 che una pagliuzza \u00e8 una trave nell\u2019occhio. Forse \u00e8 da far risalire al gran baccano, per non dire allo scandalo e al tracollo economico di Tot\u00f2 che visse due volte, la prima increspatura tra Cipr\u00ec e Maresco: bocciato dalla Commissione Censura e dunque bloccato prima dell\u2019uscita in sala, poi \u201crilasciato\u201d su ricorso del produttore Rean Mazzone, infine, una volta libero, una Caporetto al botteghino. Produttore e registi con le pezze al culo. Per\u00f2 divide l\u2019Italia in due, quel film: chi fischia e chi applaude, chi sbraita e chi osanna, chi tuona contro l\u2019opera blasfema e chi sottolinea l\u2019eco apocalittica della cristologia laica del doppio Tot\u00f2, il mafioso e il derelitto crocifisso. Infine \u00a0c\u2019\u00e8 Il ritorno di Cagliostro che li vede tornare a Venezia con un film sul cinema nel cinema (ma sempre a modo loro) e ancora una volta fuori concorso. Per\u00f2 il grottesco stavolta sopravanza, ci sono Scaldati (il cui teatro \u00e8 stato formativo per Maresco, con i suoi subumani stridori proletari) e Burruano.<\/p>\n<p><strong>Anche se in mezzo piazzano<\/strong> documentari e corti che \u00a0irridono la contiguit\u00e0 tra citt\u00e0 nera e citt\u00e0 bianca, intingendola nel surreale (\u00absurreale \u2019sta minchia!\u00bb, replica a una provocazione di Maresco uno dei loro personaggi pi\u00f9 amati, Enzo Castagna, re dei casting a Palermo che riceveva i provinandi nella sua agenzia di pompe funebri), il divorzio \u00e8 datato 2008. Cipr\u00ec, con tecnica strepitosa, passa a \u201cilluminare\u201d i film dei maestri del cinema d\u2019autore e a dirigere in proprio, Maresco fa pure lui da s\u00e9 e fa assai bene. Le sue tre \u00a0volte da single a Venezia sono tre successi: per Belluscone-Una storia siciliana (Premio della Giuria nella sezione Orizzonti nel 2014), \u00a0documentario sul Cavaliere e le sue chiacchierate amicizie nell\u2019Isola, guest star in una lunga intervista Marcello Dell\u2019Utri (avrebbe dovuto esserci anche Pietro Grasso che si defil\u00f2 all\u2019ultimo momento),\u00a0 Gli uomini di questa citt\u00e0 non li conosco (omaggio al mentore Scaldati, nel 2015 fuori concorso) e La mafia non \u00e8 pi\u00f9 quella di una volta (in gara, Premio speciale della Giuria nel 2019) coi volti contrapposti di Letizia Battaglia, fotoreporter e militante, e dell\u2019impresario di feste di piazza Ciccio Mira, fautore di un concerto allo Zen 2 dal titolo \u201cNeomelodici per Falcone e Borsellino\u201d, anche stavolta le due citt\u00e0 contigue, l\u2019una che dilaga nell\u2019altra, un\u2019antimafia che si fa opera buffa.<\/p>\n<p><strong>Da invitato che si sente<\/strong> in imbarazzo nel baraccone del Lido, ma anche come ospite che l\u2019imbarazzo pu\u00f2 crearlo, l\u2019ultima volta, nonostante il titolato riconoscimento, Maresco a Venezia ha preferito sottrarsi ed \u00e8 rimasto a Palermo. Ma anche l\u00ec, nella sua citt\u00e0, piuttosto che fare il convitato di pietra, preferisce vita e amicali concili privati. Da bastian contrario, da \u201cnemico della contentezza\u201d, con quella faccia da profeta e il tono grave del memento mori, si tiene lontano dai giri dell\u2019ottimismo della volont\u00e0, dai circoletti politico-culturali che si autoassolvono inalberando stendardi sdruciti.<\/p>\n<p><strong>A proposito di Un film fatto per Bene<\/strong>, se si volesse raccontare con una sinossi, a Palermo consiglierebbero l\u00e8vaci manu ovvero desisti. L\u2019opera \u00e8 la genesi travagliatissima di una pellicola su commissione. E questo \u00e8 gi\u00e0 il primo errore perch\u00e9 tutto pu\u00f2 Maresco tranne lavorare \u00a0su mandato. Fatto sta che la Apulia Film Commission gli chiede un docufilm su quel\u00a0 genio corregionale di Carmelo Bene. Spinto da fanatismo che sconfina nell\u2019idolatria, Maresco si mette all\u2019opera ma subito entra in crisi. Cos\u00ec decide di cercare in Sicilia le tracce del grande teatrante, da sempre affascinato dall\u2019Isola. E ne segue in particolare una, quella palermitana del legame tra Bene e tal professor Mascellino, emerito specialista di vite di santi, tra le quali quella del pugliese San Giuseppe da Copertino, il \u201cfrate volante\u201d cui Bene aveva anche dedicato un libello che sarebbe dovuto diventare un film (mai fatto). Ma Mascellino \u00e8 morto. Insomma, tra indagini varie e infiniti provini per cercare un sosia del pi\u00f9 grande eretico della scena italiana del Novecento (chi \u00e8 stato sul set giura che di questi provini per scovare chi possa incarnare il sulfureo Carmelo si potrebbe ricavarne un film a parte) il progetto naufraga e il produttore chiude i cordoni della borsa e spegne gli interruttori. Maresco, come da prassi ormai certificata, si volatilizza. Ci vogliono i pazienti uffici di Umberto Cantone, amico di vecchia data del regista, attore e regista di lungo corso egli stesso, per rimettere le cose a posto e far ripartire tutto. Ovviamente \u00e8 un\u2019idea del tutto diversa da quella originale, partorita in decine di riunioni e conciliaboli, c\u2019entrano ancora Bene, il santo salentino, compare addirittura ii figlio di Mascellino, ci si ficcano dentro le paturnie di Maresco. Il tutto giocato sul filo dell\u2019equilibrio pericoloso dell\u2019ambiguit\u00e0 tra vero e falso.<\/p>\n<p><strong>Trattandosi \u2013 parole dell\u2019autore<\/strong> \u2013 di un\u2019opera \u00abche era il solo modo per dare una forma alla rabbia che provo per questo mondo di merda\u00bb, stavolta Maresco dovrebbe proprio arrivare al Lido per accompagnare \u00abil nuovo \u201cquasi\u201d film\u00bb, come recita il trailer. E sottoporsi al giudizio del Barnum festivaliero. Che gli importa assai poco in verit\u00e0, un po\u2019 pi\u00f9 (forse) quello di chi pagher\u00e0 il biglietto per l\u2019uscita in sala, dal 4 settembre: giusto giusto per Santa Rosalia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"C\u2019era una bella commedia di Vittorio Franceschi, negli anni Settanta, si intitolava \u00abL\u2019Amleto non si pu\u00f2 fare\u00bb. 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