{"id":603596,"date":"2026-07-26T19:19:15","date_gmt":"2026-07-26T19:19:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/603596\/"},"modified":"2026-07-26T19:19:15","modified_gmt":"2026-07-26T19:19:15","slug":"dal-coma-al-ritorno-a-casa-il-caso-di-nonno-aniello-apre-nuove-prospettive-per-lencefalite-da-west-nile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/603596\/","title":{"rendered":"Dal coma al ritorno a casa: il caso di nonno Aniello apre nuove prospettive per l&#8217;encefalite da West Nile"},"content":{"rendered":"<p>Con il riemergere, in Campania, dei primi casi di encefaliti da West Nile, fa scuola nel trattamento delle forme neuroinvasive dell\u2019infezione virale trasmessa dall\u2019animale all\u2019uomo dalle zanzare il caso di \u201cNonno Aniello\u201d, un paziente di 88 anni che un anno fa Al Cto di Napoli (azienda dei colli) fi trattato con un innovativo protocollo che contempera l\u2019uso della Levodopa, precursore della dopamina, nel tratatmento delle forme neuroinvasive. Un lavoro pubblicato con solide basi scientifiche che apre nuove prospettive sul trattamento dell\u2019encefalite da West Nile.<\/p>\n<p>Dopo 33 giorni di ricovero, l\u201988enne, dopo essere stato in coma, torn\u00f2 dalla sua famiglia. La diagnosi fu particolarmente difficile dalla prima negativit\u00e0 del virus nel liquor. Decisivi il monitoraggio dei biomarcatori cerebrali GFAP e UCH-L1, la ripetizione della rachicentesi e il ricorso a una terapia dopaminergica nel prolungato stato di ridotta coscienza<\/p>\n<p>Dal letto del Pronto Soccorso a un lavoro scientifico destinato alla comunit\u00e0 medica. \u00c8 la storia di nonno Aniello, 88 anni, colpito nell\u2019agosto del 2025 da una grave encefalite causata dal virus West Nile e tornato a casa dopo 33 giorni di ricovero, nonostante un decorso segnato dal coma, dalla necessit\u00e0 di intubazione e da una complicanza cardiaca.<\/p>\n<p>A un anno di distanza, quella vicenda non rappresenta soltanto una storia di buona sanit\u00e0 e di tenacia clinica. \u00c8 diventata anche un case report che propone nuove riflessioni sulla diagnosi e sul monitoraggio delle forme neuroinvasive da West Nile, attraverso il dosaggio seriale di due proteine normalmente utilizzate come indicatori di danno cerebrale traumatico: GFAP e UCH-L1.<\/p>\n<p>Il lavoro \u00e8 stato realizzato dai medici del CTO di Napoli Alessandra Senese, Natja Valenti, Roberta Brugnone, Cosimo Cosimato, Giovanni D\u2019Angelo e dal direttore della Medicina di Emergenza-Urgenza Mario Guarino. Nel documento clinico originale gli autori sono indicati come Senese A., Valenti N., Brugnone R., Cosimato C., D\u2019Angelo G. e Guarino M.<\/p>\n<p>L\u2019inizio della storia<\/p>\n<p>\u00c8 il 3 agosto 2025 quando nonno Aniello arriva al Pronto Soccorso del CTO di Napoli. Ha 88 anni, una storia di cardiopatia ischemica e broncopneumopatia cronica ostruttiva ma fino a poche settimane prima conduceva una vita pressoch\u00e9 autonoma. Frequentava gli amici e il bar del suo quartiere a Somma Vesuviana e non presentava importanti limitazioni nelle attivit\u00e0 quotidiane.<\/p>\n<p>Nei giorni precedenti erano comparsi febbricola, instabilit\u00e0 posturale e difficolt\u00e0 nella deambulazione. Il paziente era stato inizialmente visitato in un altro Pronto Soccorso e dimesso con terapia sintomatica. Nel giro di 24 ore, per\u00f2, le condizioni erano peggiorate, rendendo necessario un nuovo accesso, questa volta al CTO.<\/p>\n<p>All\u2019arrivo il paziente era vigile, con un punteggio di 15 alla Glasgow Coma Scale. Comprendeva ed eseguiva comandi semplici e complessi, ma presentava tremore a riposo ai quattro arti e una marcata instabilit\u00e0 posturale. Riusciva a camminare soltanto con l\u2019aiuto del personale sanitario.<\/p>\n<p>La TAC cerebrale non mostrava eventi acuti. Gli esami del sangue evidenziavano soltanto un lieve aumento della proteina C reattiva, senza leucocitosi e con procalcitonina negativa. La temperatura, inizialmente di 37,2 gradi, saliva a 38 gradi nel giro di poche ore.<\/p>\n<p>Il sospetto del West Nile<\/p>\n<p>Il virus West Nile \u00e8 un flavivirus trasmesso prevalentemente dalle zanzare del genere Culex. Il suo ciclo naturale coinvolge soprattutto uccelli selvatici e zanzare, mentre l\u2019uomo rappresenta un ospite occasionale.<\/p>\n<p>Il periodo di incubazione varia generalmente da due a quattordici giorni, ma nelle persone immunocompromesse pu\u00f2 protrarsi fino a 21 giorni. La maggior parte delle infezioni rimane asintomatica. Una quota dei pazienti sviluppa febbre, cefalea, dolori muscolari, debolezza o manifestazioni cutanee.<\/p>\n<p>In meno dell\u20191% delle infezioni riconosciute il virus raggiunge il sistema nervoso centrale, provocando meningite, encefalite, mielite o paralisi flaccida. Il rischio di malattia neuroinvasiva e di esito grave aumenta soprattutto con l\u2019et\u00e0, le condizioni di immunodepressione e la presenza di patologie croniche.<\/p>\n<p>Nonostante l\u2019assenza del ricordo di una puntura di zanzara e di un collegamento epidemiologico evidente, i medici del CTO prendono in considerazione fin dall\u2019inizio l\u2019infezione da West Nile.<\/p>\n<p>\u00abAbbiamo sospettato fin dall\u2019inizio un\u2019infezione da West Nile, nonostante mancassero sia precedenti epidemiologici sia il ricordo di una puntura di insetto\u00bb, ha spiegato Mario Guarino, direttore della Medicina di Emergenza-Urgenza del CTO.<\/p>\n<p>Viene quindi attivato il protocollo predisposto dall\u2019Azienda Ospedaliera dei Colli, con ricerca degli anticorpi specifici nel sangue, esame del liquido cerebrospinale e approfondimento dei possibili segnali di sofferenza cerebrale.<\/p>\n<p>La prima rachicentesi: il virus non si trova nel liquor<\/p>\n<p>La prima puntura lombare restituisce un quadro complesso.<\/p>\n<p>Nel sangue risultano positive le IgM contro il West Nile, segnale compatibile con un\u2019infezione recente. Nel liquido cerebrospinale \u00e8 presente iperproteinorrachia, cio\u00e8 un aumento delle proteine, ma la ricerca dell\u2019RNA virale \u00e8 negativa.<\/p>\n<p>Quella negativit\u00e0 avrebbe potuto allontanare l\u2019ipotesi di una neuroinvasione. I medici, per\u00f2, osservano un altro dato: nel sangue e nel liquor risultano elevati GFAP e UCH-L1, due biomarcatori associati alla sofferenza delle cellule cerebrali.<\/p>\n<p>Il dosaggio viene effettuato grazie a una metodica disponibile al CTO e alla collaborazione con il laboratorio diretto da Vincenzo Piscopo.<\/p>\n<p>\u00c8 questo uno degli snodi pi\u00f9 importanti dell\u2019intera storia: il test molecolare non dimostra ancora direttamente la presenza del virus nel sistema nervoso centrale, mentre i biomarcatori suggeriscono che un danno cerebrale \u00e8 gi\u00e0 in corso.<\/p>\n<p>Che cosa sono GFAP e UCH-L1<\/p>\n<p>GFAP \u00e8 l\u2019acronimo di Glial Fibrillary Acidic Protein. \u00c8 una proteina strutturale presente soprattutto negli astrociti, cellule che sostengono e proteggono i neuroni e contribuiscono al mantenimento della barriera emato-encefalica. Quando gli astrociti vengono danneggiati, la GFAP pu\u00f2 essere rilasciata nel liquido cerebrospinale e successivamente nel sangue.<\/p>\n<p>UCH-L1, Ubiquitin C-terminal Hydrolase L1, \u00e8 invece una proteina particolarmente abbondante nei neuroni. Un suo incremento pu\u00f2 indicare un danno delle cellule nervose.<\/p>\n<p>La combinazione dei due biomarcatori \u00e8 studiata e utilizzata soprattutto nella valutazione del trauma cranico. Il grande studio multicentrico ALERT-TBI ha dimostrato che GFAP e UCH-L1 hanno un\u2019elevata sensibilit\u00e0 nell\u2019escludere lesioni intracraniche visibili alla TAC in pazienti selezionati con trauma cranico.<\/p>\n<p>Una recente revisione sistematica ha confermato che l\u2019associazione dei due biomarcatori possiede un\u2019elevatissima sensibilit\u00e0, pur mantenendo una specificit\u00e0 limitata. Questo significa che valori normali possono aiutare a escludere una lesione, mentre valori elevati, da soli, non identificano necessariamente la causa del danno e devono sempre essere interpretati insieme al quadro clinico e agli esami strumentali.<\/p>\n<p>Nel caso del CTO, GFAP e UCH-L1 non vengono utilizzati per diagnosticare un trauma, che non si era verificato, ma come possibile \u201cspia\u201d del danno neuronale e gliale prodotto dall\u2019encefalite.<\/p>\n<p>Le 48 ore che cambiano il quadro<\/p>\n<p>Nelle successive 48 ore le condizioni di nonno Aniello peggiorano rapidamente.<\/p>\n<p>Il punteggio alla Glasgow Coma Scale scende da 15 a 13. Il paziente non \u00e8 pi\u00f9 correttamente orientato nel tempo e nello spazio, non riesce a mantenere la posizione eretta e compaiono segni di irritazione meningea.<\/p>\n<p>Aumentano anche gli indici infiammatori. La TAC del torace e dell\u2019addome, eseguita per cercare altri possibili focolai infettivi, non evidenzia cause alternative.<\/p>\n<p>I medici decidono quindi di ripetere la rachicentesi, nonostante il primo esame molecolare negativo.<\/p>\n<p>La seconda analisi fornisce la conferma decisiva: l\u2019RNA del virus West Nile \u00e8 ora presente nel liquido cerebrospinale. Contemporaneamente aumentano ulteriormente le proteine totali del liquor, GFAP e UCH-L1.<\/p>\n<p>Secondo gli autori, la positivizzazione dell\u2019RNA virale a distanza di 48 ore potrebbe essere compatibile con la progressiva neuroinvasione e con il superamento della barriera emato-encefalica. Il dato coincide temporalmente con il deterioramento dello stato di coscienza e con l\u2019aumento dei biomarcatori di danno cerebrale.<\/p>\n<p>Si tratta tuttavia di un\u2019interpretazione biologicamente plausibile, non della dimostrazione esatta del momento in cui il virus ha attraversato la barriera emato-encefalica. La negativit\u00e0 iniziale della PCR pu\u00f2 dipendere anche dalla quantit\u00e0 di virus presente nel campione, dal momento del prelievo e dalla sensibilit\u00e0 della metodica.<\/p>\n<p>Dall\u2019encefalite all\u2019intubazione<\/p>\n<p>Nei giorni successivi il quadro precipita.<\/p>\n<p>L\u2019aggravamento neurologico rende necessaria l\u2019intubazione oro-tracheale per proteggere le vie aeree e garantire il supporto ventilatorio. Alla grave encefalite si associa inoltre una miocardite, complicanza che impone il trasferimento in Rianimazione.<\/p>\n<p>Per circa una settimana il paziente rimane in condizioni critiche, sospeso tra la vita e la morte.<\/p>\n<p>Superata la fase pi\u00f9 acuta, viene stabilizzato e trasferito nuovamente nella Medicina d\u2019urgenza sub-intensiva. Il virus e l\u2019infiammazione sembrano sotto controllo, ma nonno Aniello non recupera pienamente la coscienza e rimane in uno stato di grave riduzione della responsivit\u00e0.<\/p>\n<p>Il possibile coinvolgimento dei circuiti della dopamina<\/p>\n<p>Le encefaliti da West Nile possono coinvolgere non soltanto la corteccia cerebrale, ma anche strutture profonde come talamo, tronco encefalico, cervelletto e gangli della base. Queste aree partecipano al controllo del movimento, dello stato di vigilanza e dei circuiti dopaminergici.<\/p>\n<p>Nei casi pi\u00f9 gravi possono comparire tremore, rigidit\u00e0, bradicinesia, mioclono, atassia e manifestazioni simili al parkinsonismo. La letteratura descrive infatti il parkinsonismo tra le possibili manifestazioni delle forme neuroinvasive da West Nile, sebbene non sia presente in tutti i pazienti.<\/p>\n<p>Nel caso di nonno Aniello, i medici ipotizzano che il persistente stato di ridotta coscienza e il disturbo motorio possano essere legati anche a una compromissione dei circuiti dopaminergici.<\/p>\n<p>Ripensando ai casi di parkinsonismo post-encefalitico descritti nella letteratura medica e resi noti al grande pubblico dal libro e dal film Risvegli, l\u2019\u00e9quipe decide di tentare una terapia dopaminergica con levodopa.<\/p>\n<p>Non dopamina, ma levodopa<\/p>\n<p>La dopamina somministrata dall\u2019esterno non attraversa efficacemente la barriera emato-encefalica e non pu\u00f2 quindi essere utilizzata direttamente per ripristinare i livelli cerebrali del neurotrasmettitore.<\/p>\n<p>Per questo viene impiegata la levodopa, o L-DOPA, un precursore metabolico capace di attraversare la barriera emato-encefalica e di essere trasformato in dopamina all\u2019interno del cervello.<\/p>\n<p>Generalmente la levodopa viene associata alla carbidopa, che ne riduce la trasformazione nei tessuti periferici, aumenta la quota disponibile per il sistema nervoso centrale e limita effetti indesiderati come nausea, vomito e ipotensione.<\/p>\n<p>La levodopa \u00e8 un trattamento consolidato per i sintomi del morbo di Parkinson e pu\u00f2 essere utilizzata anche nelle sindromi parkinsoniane post-encefalitiche. Questo principio generale, tuttavia, non equivale a dire che la levodopa sia una terapia specifica approvata contro l\u2019encefalite da West Nile.<\/p>\n<p>Il risveglio<\/p>\n<p>Dopo l\u2019introduzione della terapia, il quadro clinico comincia a modificarsi.<\/p>\n<p>Nel giro di pochi giorni nonno Aniello recupera progressivamente lo stato di coscienza. Torna a interagire con i medici e con i familiari, riprende il controllo dei movimenti e avvia un percorso di recupero neurologico e funzionale.<\/p>\n<p>Il miglioramento temporale osservato dopo la levodopa \u00e8 clinicamente suggestivo, ma un singolo caso non consente di dimostrare con certezza un rapporto di causa ed effetto. Il recupero potrebbe essere stato determinato dall\u2019insieme delle cure intensive, dalla risoluzione dell\u2019infiammazione, dalla naturale evoluzione dell\u2019encefalite e dal trattamento dopaminergico.<\/p>\n<p>Il dato resta comunque rilevante perch\u00e9 genera un\u2019ipotesi clinica da approfondire: in pazienti selezionati con encefalite da West Nile, tremore, rigidit\u00e0, bradicinesia o prolungata compromissione della coscienza, la valutazione dei circuiti dopaminergici potrebbe aiutare a identificare una componente parkinsoniana potenzialmente trattabile.<\/p>\n<p>Dopo 33 giorni il ritorno a casa<\/p>\n<p>Trentatr\u00e9 giorni dopo il ricovero, Aniello pu\u00f2 finalmente lasciare l\u2019ospedale e tornare a casa.<\/p>\n<p>Nei giorni successivi invia ai sanitari una fotografia insieme alla famiglia e un messaggio che racchiude il senso dell\u2019intera vicenda:<\/p>\n<p>\u00abGrazie di non aver mai mollato e di esservi presi cura di me come di un padre\u00bb.<\/p>\n<p>Il direttore generale dell\u2019Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, ha sottolineato come il risultato sia stato reso possibile dal lavoro di squadra, dalla competenza degli operatori e dalla disponibilit\u00e0 di protocolli clinici capaci di attivare rapidamente percorsi diagnostici complessi.<\/p>\n<p>Il valore scientifico del caso<\/p>\n<p>Il lavoro del CTO contiene almeno tre elementi di interesse.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 diagnostico: una prima PCR negativa nel liquor non esclude necessariamente una neuroinvasione da West Nile, soprattutto quando il quadro neurologico continua a peggiorare. Nei casi ad alta probabilit\u00e0 clinica pu\u00f2 essere necessario ripetere la rachicentesi e integrare i risultati molecolari con sierologia, caratteristiche del liquor, andamento neurologico ed esami strumentali.<\/p>\n<p>Il secondo elemento riguarda GFAP e UCH-L1. Nel paziente i valori sono aumentati parallelamente al deterioramento neurologico, fino alla necessit\u00e0 dell\u2019intubazione. Gli autori ipotizzano quindi che il loro monitoraggio seriale possa offrire un indice dinamico della progressione del danno cerebrale nelle encefaliti virali.<\/p>\n<p>Il terzo elemento \u00e8 terapeutico: la risposta osservata dopo levodopa suggerisce di prestare maggiore attenzione alle manifestazioni extrapiramidali e alla possibile compromissione dopaminergica nelle encefaliti da West Nile.<\/p>\n<p>Nessuno di questi dati, preso isolatamente, \u00e8 sufficiente per modificare le linee guida. Per farlo servirebbero studi prospettici, gruppi di confronto, misurazioni standardizzate dei biomarcatori e criteri precisi per selezionare i pazienti candidabili a una terapia dopaminergica.<\/p>\n<p>La levodopa ha anche un effetto antivirale?<\/p>\n<p>Su questo punto \u00e8 necessario distinguere nettamente i dati clinici dagli esperimenti di laboratorio.<\/p>\n<p>Uno studio pubblicato nel 2016 ha valutato in colture cellulari quattro farmaci antiparkinsoniani: L-DOPA, selegilina, isatina e amantadina. La L-DOPA ha ridotto la produzione di particelle virali infettanti nei tipi cellulari esaminati. A differenza dell\u2019amantadina, per\u00f2, non ha ridotto significativamente i livelli di RNA virale.<\/p>\n<p>Gli autori hanno quindi ipotizzato che l\u2019azione potesse riguardare fasi tardive del ciclo del virus, come l\u2019assemblaggio o il rilascio delle particelle, pi\u00f9 che la replicazione del genoma virale.<\/p>\n<p>Si tratta esclusivamente di un dato in vitro, ottenuto su cellule coltivate in laboratorio e con concentrazioni sperimentali. Non dimostra che la levodopa abbia un effetto antivirale nell\u2019uomo e non giustifica il suo impiego come trattamento dell\u2019infezione.<\/p>\n<p>Nel caso di Aniello, il razionale clinicamente pi\u00f9 plausibile rimane quello sintomatico: compensare una possibile riduzione della trasmissione dopaminergica legata al coinvolgimento dei gangli della base e dei circuiti extrapiramidali.<\/p>\n<p>Non esiste ancora una cura specifica<\/p>\n<p>Le pi\u00f9 recenti revisioni confermano che, al momento, non esiste una terapia antivirale di comprovata efficacia specificamente approvata per la malattia da West Nile. La gestione delle forme neuroinvasive rimane prevalentemente di supporto e pu\u00f2 comprendere assistenza respiratoria, controllo delle complicanze, mantenimento dell\u2019equilibrio idro-elettrolitico, prevenzione delle infezioni secondarie e riabilitazione neurologica.<\/p>\n<p>La revisione di JAMA del 2025 sottolinea inoltre che la malattia neurologica pu\u00f2 lasciare conseguenze motorie, cognitive e funzionali persistenti. Una metanalisi pubblicata nello stesso periodo ha documentato come il recupero dopo una forma neuroinvasiva possa essere lento e incompleto, rendendo particolarmente significativo il ritorno a casa e all\u2019autonomia ottenuto da nonno Aniello.<\/p>\n<p>Il caso documenta una grave encefalite da West Nile con iniziale negativit\u00e0 dell\u2019RNA virale nel liquor e successiva positivizzazione a distanza di 48 ore. Mostra inoltre un incremento progressivo di GFAP e UCH-L1 parallelo al deterioramento neurologico. Descrive infine un recupero dello stato di coscienza dopo l\u2019introduzione di una terapia dopaminergica, all\u2019interno di un percorso assistenziale complesso durato 33 giorni. Va sottolineato che un singolo caso non dimostra che GFAP e UCH-L1 siano biomarcatori specifici dell\u2019encefalite da West Nile e non stabilisce con certezza che la levodopa sia stata l\u2019unica causa del risveglio.<\/p>\n<p>Non dimostra un effetto antivirale della levodopa nell\u2019uomo ma \u00e8 una storia clinica che diventa ricerca.<\/p>\n<p>La forza della vicenda di nonno Aniello sta proprio nel passaggio dall\u2019assistenza alla ricerca.<\/p>\n<p>Un paziente anziano, giunto in Pronto Soccorso con febbre lieve, tremore e instabilit\u00e0 posturale, sviluppa in poche ore una grave compromissione neurologica. La prima analisi del liquor non identifica il virus, ma l\u2019\u00e9quipe non si ferma davanti alla negativit\u00e0 iniziale. Osserva l\u2019andamento clinico, misura biomarcatori non convenzionali, ripete la rachicentesi e conferma la neuroinvasione. Quando il paziente rimane in coma anche dopo la stabilizzazione, i medici formulano una nuova ipotesi, valutano il possibile coinvolgimento dopaminergico e tentano una terapia basata su un razionale fisiopatologico.<\/p>\n<p>Il risultato finale \u00e8 il ritorno a casa di un uomo di 88 anni e la nascita di un lavoro scientifico che non offre ancora risposte definitive, ma pone domande importanti.<\/p>\n<p>Nelle encefaliti virali GFAP e UCH-L1 possono diventare indicatori dinamici del danno cerebrale? Una prima PCR negativa deve essere sempre rivalutata in presenza di un forte sospetto clinico? Esiste un sottogruppo di pazienti con manifestazioni extrapiramidali che pu\u00f2 beneficiare della levodopa? Sono interrogativi ai quali dovranno rispondere studi pi\u00f9 ampi. Ma \u00e8 spesso proprio dall\u2019osservazione accurata di un singolo paziente che comincia il percorso verso una nuova conoscenza medica.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Bibliografia scientifica<\/p>\n<p>Senese A, Valenti N, Brugnone R, Cosimato C, D\u2019Angelo G, Guarino M. Encefalite da virus West Nile con incremento progressivo dei biomarcatori GFAP e UCH-L1: case report. CTO, Azienda Ospedaliera dei Colli, Napoli, 2026. Documento clinico non ancora indicato come pubblicato su rivista peer reviewed.<\/p>\n<p>Gould CV, Staples JE, Guagliardo SAJ, Martin SW, Lyons S, Hills SL, Nett RJ, Petersen LR. West Nile Virus: A Review. JAMA. 2025;334(7):618-628. doi:10.1001\/jama.2025.8737.<\/p>\n<p>Petersen LR, Brault AC, Nasci RS. West Nile Virus: Review of the Literature. JAMA. 2013;310(3):308-315. doi:10.1001\/jama.2013.8042.<\/p>\n<p>Sejvar JJ. Clinical manifestations and outcomes of West Nile virus infection. Viruses. 2014;6(2):606-623. doi:10.3390\/v6020606.<\/p>\n<p>Sejvar JJ. 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