{"id":607952,"date":"2026-07-29T15:02:15","date_gmt":"2026-07-29T15:02:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/607952\/"},"modified":"2026-07-29T15:02:15","modified_gmt":"2026-07-29T15:02:15","slug":"oriente-occidente-di-rampini-larabia-saudita-in-guerra-perche-ora-e-cosa-cambia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/607952\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | L&#8217;Arabia Saudita in guerra: perch\u00e9 ora, e cosa cambia"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\"><b>L&#8217;Arabia Saudita entra in guerra<\/b>: cambia gli equilibri del Golfo? L\u2019operazione congiunta dell\u2019aviazione americana e saudita contro le milizie filo-iraniane in Iraq arriva a breve distanza dagli annunci sulla possibile fornitura di tecnologia nucleare (civile) da Washington a Riad. Che segnali arrivano, sul posizionamento strategico del Regno? I sauditi per quanto ricchi e armati fino ai denti non potranno modificare gli equilibri strategici del conflitto; per\u00f2 <b>la loro discesa in campo cos\u00ec plateale rivela un formidabile errore di calcolo della leadership iraniana<\/b>, che continua a compattare il vasto fronte arabo alleato degli Usa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per molti mesi il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS) ha cercato di tenere insieme due strategie apparentemente contraddittorie. Da una parte ha conservato l&#8217;alleanza militare con gli Stati Uniti, indispensabile per la sicurezza del suo paese. Dall&#8217;altra ha cercato di ridurre la tensione con l&#8217;Iran, arrivando perfino a <b>ristabilire le relazioni diplomatiche grazie alla mediazione della Cina nel 2023<\/b>. Sembrava il segnale di un Medio Oriente nuovo, meno dipendente dagli schemi della Guerra fredda regionale che per decenni hanno contrapposto Teheran alle monarchie sunnite.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L&#8217;operazione militare congiunta, condotta dall&#8217;aviazione saudita insieme alle forze americane contro milizie sciite filo-iraniane in Iraq, racconta invece una realt\u00e0 diversa. <b>Non significa per forza che la stagione del dialogo sia chiusa in modo irreversibile<\/b>. Per\u00f2, quando sono in gioco gli interessi vitali del Regno, Riad torna a scegliere senza esitazioni il vecchio ombrello strategico americano. Il dato importante dei raid aerei congiunti \u00e8 politico. L&#8217;Arabia Saudita partecipa apertamente alla guerra.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Non \u00e8 il primo intervento militare saudita dall&#8217;inizio di questa crisi. Diverse ricostruzioni avevano gi\u00e0 riferito di <b>missioni aeree saudite contro milizie legate ai Pasdaran durante le fasi pi\u00f9 dure del conflitto<\/b>. Allora si trattava di risposte mirate ad attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche del Regno. La differenza \u00e8 che quelle operazioni erano rimaste avvolte nella discrezione diplomatica. <b>Oggi invece Washington e Riad rivendicano l&#8217;azione comune<\/b>. \u00c8 un messaggio destinato soprattutto, ma non solo, all&#8217;Iran.<\/p>\n<p>APPROFONDISCI CON IL PODCAST<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per anni l&#8217;Arabia Saudita ha tentato di convivere con l&#8217;espansione dell&#8217;influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Gli attacchi con droni rivendicati o attribuiti alle milizie filo-iraniane contro impianti petroliferi sauditi degli ultimi giorni hanno rappresentato, agli occhi di Riad, un salto di qualit\u00e0. Finch\u00e9 la guerra sembrava riguardare soprattutto Stati Uniti, Israele e Iran, il Regno aveva cercato di restarne ai margini. <b>Quando sono finite nel mirino le proprie infrastrutture strategiche, quella prudenza \u00e8 diventata insostenibile<\/b>. Per MbS la minaccia \u00e8 arrivata dentro casa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per capire il peso di questa scelta bisogna ricordare che cosa rappresenta oggi l&#8217;Arabia Saudita dal punto di vista militare. Il Regno \u00e8 una superpotenza finanziaria anche nel settore della difesa. Da anni destina alle forze armate una quota del prodotto interno lordo che oscilla fra il sette e l&#8217;otto per cento, una percentuale che pochi altri paesi al mondo raggiungono. In valore assoluto<b> la spesa militare saudita colloca regolarmente Riad tra i primi cinque-sette paesi del pianeta<\/b>. Solo Stati Uniti, Cina, Russia e poche altre grandi potenze investono di pi\u00f9.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Negli ultimi vent&#8217;anni il regno ha acquistato praticamente il meglio disponibile sul mercato occidentale. L&#8217;aviazione dispone di F-15SA americani, una delle versioni pi\u00f9 sofisticate mai esportate, di Eurofighter Typhoon europei e di Tornado aggiornati. La difesa antimissile si basa sui Patriot PAC-3 e sui sistemi THAAD. La marina \u00e8 stata modernizzata. <b>Le capacit\u00e0 di comando, sorveglianza e ricognizione sono state integrate con quelle americane<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Guardando soltanto agli arsenali, si potrebbe pensare che l&#8217;Arabia Saudita sia ormai una delle grandi potenze militari mondiali. Ma l\u2019effettiva capacit\u00e0 di sostenere una guerra non si misura soltanto contando gli aerei o il valore dei contratti firmati con Boeing, Lockheed Martin o BAE Systems. Conta la qualit\u00e0 del comando, l&#8217;esperienza operativa, l&#8217;addestramento, la capacit\u00e0 di prendere decisioni sotto pressione, l&#8217;iniziativa degli ufficiali, la logistica, perfino la cultura militare. Ed <b>\u00e8 qui che emergono i limiti sauditi<\/b>. Le forze armate del Regno dipendono in larga misura da tecnici e consulenti occidentali. Molta manutenzione viene effettuata da personale straniero. La catena di comando resta fortemente centralizzata. L&#8217;autonomia decisionale degli ufficiali inferiori \u00e8 limitata. La tradizione operativa \u00e8 modesta rispetto a quella delle grandi potenze militari. C\u2019\u00e8 uno scarto fra la modernit\u00e0 dei suoi equipaggiamenti e la maturit\u00e0 della sua organizzazione militare.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Basta ricordare la guerra dello Yemen. Quando nel 2015 Mohammed bin Salman lanci\u00f2 l&#8217;intervento contro gli Houthi, molti osservatori occidentali immaginavano una campagna breve. La sproporzione delle forze sembrava schiacciante. Da una parte una delle aviazioni pi\u00f9 moderne del pianeta. Dall&#8217;altra una guerriglia povera, male equipaggiata e confinata in uno dei paesi pi\u00f9 poveri del mondo arabo. Le cose andarono diversamente. <b>Gli Houthi non soltanto resistettero. Impararono a utilizzare missili balistici e droni, in parte forniti o sviluppati grazie all&#8217;assistenza iraniana<\/b>. Colpirono aeroporti, impianti petroliferi, citt\u00e0 saudite. Costrinsero Riad a investire somme enormi nella difesa antimissile. Dopo anni di bombardamenti, la coalizione guidata dall&#8217;Arabia non riusc\u00ec a ottenere una vittoria decisiva.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Quella guerra ha lasciato una lezione importante, fu in un certo senso una piccola prova generale di quanto \u00e8 accaduto nel conflitto attuale Usa-Iran. Un esercito ricchissimo pu\u00f2 trovarsi in difficolt\u00e0 contro un avversario molto pi\u00f9 povero ma capace di sfruttare il territorio, motivato ideologicamente e disposto a sostenere costi umani molto superiori. La storia recente \u00e8 piena di esempi simili. Gli Stati Uniti in Afghanistan. Israele in Libano. La Russia in Ucraina durante le prime fasi dell&#8217;invasione. La tecnologia conta moltissimo, ma non basta. <b>L&#8217;Arabia Saudita lo ha imparato a proprie spese.<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per questo la partecipazione all&#8217;operazione in Iraq va interpretata con prudenza. Non siamo di fronte all&#8217;ingresso di una nuova superpotenza militare regionale capace di cambiare gli equilibri della guerra. Siamo piuttosto davanti a un paese che ha deciso di utilizzare lo strumento militare costruito per decenni grazie a investimenti giganteschi.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Il significato dell&#8217;intervento \u00e8 soprattutto geopolitico<\/b>. Nelle ultime settimane molti commentatori si sono concentrati sulle difficolt\u00e0 americane. I costi della guerra. Il consumo accelerato di missili intercettori. L&#8217;impossibilit\u00e0 di eliminare completamente la rete regionale costruita dall&#8217;Iran. L&#8217;incertezza sull&#8217;evoluzione del regime di Teheran. Eppure <b>l&#8217;architettura delle alleanze americane nel Golfo non si \u00e8 incrinata. Anzi<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L&#8217;Iran probabilmente sperava che una guerra lunga avrebbe accentuato le divergenze fra Washington e i suoi partner arabi. Era una previsione non irragionevole. Negli ultimi anni le monarchie del Golfo avevano moltiplicato i contatti con la Cina, avevano ristabilito relazioni diplomatiche con Teheran e avevano spesso mostrato irritazione verso l&#8217;imprevedibilit\u00e0 della politica americana. Poteva essere l&#8217;inizio di una progressiva emancipazione dagli Stati Uniti. L&#8217;episodio di oggi racconta una storia diversa. Nel momento in cui la sicurezza delle monarchie viene minacciata direttamente, il vecchio sistema di alleanze torna a funzionare.<b> Gli Stati Uniti restano il garante indispensabile della sicurezza del Golfo. L&#8217;Arabia Saudita continua a diversificare le proprie relazioni economiche e diplomatiche<\/b>. Dialoga con Pechino. Mantiene contatti con Mosca. Cerca un rapporto pragmatico con l&#8217;Iran quando le circostanze lo consentono. Ma nessuno di questi interlocutori pu\u00f2 sostituire l&#8217;ombrello militare americano. Quando arrivano i missili, Mohammed bin Salman telefona a Washington, non a Pechino.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Non siamo ancora davanti a una sorta di NATO araba. Le monarchie del Golfo continuano ad avere sensibilit\u00e0 differenti. Il Qatar mantiene rapporti peculiari con numerosi attori regionali. Gli Emirati seguono spesso una politica estera autonoma. L&#8217;Oman conserva la tradizione di mediatore. La stessa Arabia Saudita non ha alcun interesse a trasformare questo conflitto in una guerra permanente con l&#8217;Iran. Riad conosce bene il prezzo dell&#8217;instabilit\u00e0. Il progetto di trasformazione economica voluto da Mohammed bin Salman, Vision 2030, richiede investimenti, turismo, capitali stranieri. Nessuno di questi obiettivi \u00e8 compatibile con un Medio Oriente in guerra permanente. Vision 2030 ha gi\u00e0 dovuto subire tagli e ridimensionamenti drastici, legati agli eccessi iniziali, poi aggravati dalla guerra. Proprio per questo la decisione di partecipare apertamente ai bombardamenti assume un peso ancora maggiore.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 il segnale che, agli occhi della leadership saudita, la minaccia proveniente dalla rete militare iraniana \u00e8 ormai considerata superiore ai rischi di un coinvolgimento diretto.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Esiste infine un ultimo elemento che merita attenzione. Per molti anni si \u00e8 detto che il Medio Oriente stesse entrando nell&#8217;era del disimpegno americano. Washington avrebbe progressivamente spostato il proprio interesse strategico verso l&#8217;Indo-Pacifico e la competizione con la Cina. Le potenze regionali avrebbero imparato a cavarsela da sole. Gli Stati Uniti possono desiderare di ridurre la loro presenza. Ma ogni volta che esplode una crisi nel Golfo, gli alleati regionali continuano a guardare verso Washington. Il raid congiunto americano-saudita non dimostra soltanto che Riad \u00e8 pronta a usare la forza. Dimostra anche che, <b>nonostante tutti i discorsi sul declino dell&#8217;influenza americana, nessun altro attore internazionale \u00e8 ancora riuscito a sostituire gli Stati Uniti come architrave della sicurezza mediorientale<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 la lezione pi\u00f9 importante. L&#8217;Iran pu\u00f2 avere inflitto costi elevati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Pu\u00f2 avere dimostrato la resilienza della propria rete di milizie. Ma <b>non \u00e8 riuscito a spezzare il sistema di alleanze costruito da Washington in oltre mezzo secolo di presenza nel Golfo<\/b>. Anzi, rischia di averlo rafforzato, convincendo perfino il pi\u00f9 prudente fra gli alleati arabi a uscire allo scoperto e a combattere.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Sullo sfondo c\u2019\u00e8 anche l\u2019accordo Washington-Riad per le forniture di tecnologia nucleare a scopi civili. Se andr\u00e0 in porto potrebbe essere il primo passo dei sauditi verso l\u2019arma atomica, anche se non sarebbe la prima del mondo islamico: ce l\u2019ha gi\u00e0 il Pakistan, guarda caso una teocrazia che sopravvive economicamente grazie ai fondi sauditi. C\u2019\u00e8 del resto un\u2019antica teoria per cui l\u2019arma nucleare del Pakistan \u00e8 \u00aba disposizione\u00bb dei sauditi in caso di bisogno. Molti hanno criticato l\u2019annuncio di Trump sulla fornitura di tecnologia nucleare a Riad, peraltro condizionata all\u2019ingresso saudita negli Accordi di Abramo, quindi al riconoscimento di Israele. Gli stessi israeliani sono contrari: ritengono che l\u2019accesso saudita all\u2019arma nucleare scatenerebbe inevitabilmente una proliferazione: lo stesso vorrebbero fare Emirati, Turchia, Egitto. Le obiezioni sono fondate, per\u00f2 se prese sul serio rilanciano altri due temi: <b>da una parte la necessit\u00e0 di bloccare il nucleare iraniano; dall\u2019altra le varie ipotesi di una Nato del Medio Oriente<\/b>. In effetti sul continente europeo la proliferazione nucleare \u00e8 stata frenata dall\u2019esistenza della Nato, e se oggi si torna a parlare di un\u2019atomica tedesca, \u00e8 in coincidenza con una fase di dubbi sul futuro della Nato.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Un\u2019osservazione conclusiva riguarda il regime iraniano. Siamo abituati ad analizzare gli errori di calcolo compiuti dagli americani e dagli israeliani in questo conflitto. Ma anche la leadership iraniana ne colleziona a ripetizione. Se pensava di terrorizzare i suoi vicini arabi e cos\u00ec di incrinare la loro fedelt\u00e0 all\u2019America, finora <b>ha ottenuto un risultato inverso.<\/b><\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-07-29T14:29:38+02:00\" content=\"2026-07-29\">29 luglio 2026, 14:12  &#8211; modifica il 29 luglio 2026 | 14:29<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"L&#8217;Arabia Saudita entra in guerra: cambia gli equilibri del Golfo? 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