{"id":615125,"date":"2026-08-03T06:03:14","date_gmt":"2026-08-03T06:03:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/615125\/"},"modified":"2026-08-03T06:03:14","modified_gmt":"2026-08-03T06:03:14","slug":"i-film-piu-influenti-del-xxi-secolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/615125\/","title":{"rendered":"I film pi\u00f9 influenti del XXI secolo"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo superato il primo quarto del XXI secolo, nonch\u00e9 del nuovo millennio, e in questi venticinque anni il cinema ha affrontato pi\u00f9 sfide di quante ne abbia avute in tutta la sua (breve) storia. La proiezione su grande schermo ha visto crescere rivali sempre pi\u00f9 aggressivi: la Prestige Tv, che offriva intrattenimento di altissima qualit\u00e0 da casa; poi lo streaming, che garantiva gli stessi contenuti del cinema dallo stesso schermo domestico, e presto anche su cellulari e computer, e presto anche film autoriali e blockbuster che evitavano direttamente la distribuzione in sala. A complicare le cose sono arrivati il crollo dei Weinstein e la stagione del MeToo, che hanno steso un\u2019ombra scura su tutta l\u2019industria; la crescita dei monopoli, con grandi gruppi sempre pi\u00f9 voraci nell\u2019inglobare case di produzione grandi e piccole; gli scioperi degli sceneggiatori, che hanno fermato o rinviato innumerevoli produzioni; e soprattutto la pandemia, che ha reso fisicamente impossibile andare al cinema, causando chiusure di sale, annullamenti di produzioni e abituando ancora di pi\u00f9 il pubblico all\u2019idea che, dopotutto, forse il cinema non serve. Eppure, dopo essere stato proclamato morto una dozzina di volte, \u00e8 ancora qui: ammaccato, contraddittorio, meno centrale di un tempo, ma vivo. Non solo: proprio i nativi digitali, quelli che secondo le generazioni precedenti avrebbero dovuto dare il colpo finale al cinema, sono oggi (secondo una statistica recente di Fandango) i frequentatori pi\u00f9 assidui del grande schermo.<\/p>\n<p>Ma al di l\u00e0 delle diagnosi sul suo futuro, basta guardare al presente per rendersi conto di quanto, e quanto rapidamente, l\u2019industria cinematografica sia cambiata dal 2000 a oggi. Da qui nasce questa cronologia: i 26 film, uno per anno dal 2000 al 2025, pi\u00f9 influenti per l\u2019industria cinematografica.<\/p>\n<p>Per ogni anno sono stati ricapitolati i film pi\u00f9 importanti, per poi decretarne il pi\u00f9 indelebile, secondo la mia personale opinione ma basata su criteri il pi\u00f9 possibile oggettivi, riguardanti il panorama cinematografico mondiale e italiano. Non si tratta quindi dei film pi\u00f9 belli dell\u2019anno, n\u00e9 dei miei preferiti, che \u201csolo\u201d sei volte hanno coinciso con il titolo eletto come pi\u00f9 influente. Esattamente tante quante le volte in cui \u00e8 stato scelto il film premiato con l\u2019Oscar come miglior film: prevedibile conferma del fatto che il parere dell\u2019Academy \u00e8 tutto fuorch\u00e9 legge. Anzi, molti vincitori oggi sembrano gi\u00e0 evaporati dalla memoria collettiva. Il discorso del re? Green Book? In che senso esiste un altro Crash oltre a quello di David Cronenberg, e ha pure vinto l\u2019Oscar nel 2006? E qualcuno si ricorda davvero CODA, che ha vinto appena quattro anni fa?<\/p>\n<p>La scelta \u00e8 stata fatta considerando l\u2019impatto che il film ha avuto in tutti gli ambiti in cui pu\u00f2 influire un film: l\u2019industria dei blockbuster, l\u2019underground dei cinefili e la cultura popolare. Quando questi ambiti si sovrappongono si ha un vincitore indiscusso. Molto pi\u00f9 spesso, per\u00f2, divergono. A seconda dell\u2019anno sono stati quindi scelti campioni d\u2019incassi, film di nicchia diventati oggetti di culto, capolavori riconosciuti o titoli capaci di spostare qualcosa anche senza essere perfetti. Ho provato a scegliere il titolo che, pi\u00f9 degli altri, ha lasciato una traccia; l\u2019unico criterio costante \u00e8 stato provare a motivare ogni scelta. Senza l\u2019illusione, naturalmente, di soddisfare le pretese di tutti.<\/p>\n<li>\n<p>Memento<br \/>\nChristopher Nolan<br \/>\n2000<\/p>\n<p>Il nuovo millennio parte in quarta. Escono cult destinati a sedimentarsi in modi diversissimi: American Psycho di Mary Harron, con il Patrick Bateman di Christian Bale psicopatico in completo e cuffie, memato tuttora; Dancer in the Dark di Lars von Trier, tanto traumatizzante quanto sorprendente per la performance di Bj\u00f6rk; l\u2019altrettanto traumatizzante Requiem for a Dream di Darren Aronofsky; e Amores perros di Alejandro Gonz\u00e1lez I\u00f1\u00e1rritu, primo passo verso la consacrazione internazionale del regista messicano.<\/p>\n<p>Nascono anche franchise destinati a durare decenni: Final Destination e Scary Movie, l\u2019adattamento degli X-Men di Bryan Singer e, con il senno di poi (spoiler!), anche Unbreakable di M. Night Shyamalan. L\u2019Oscar va a Il gladiatore di Ridley Scott, grande colossal classico, pi\u00f9 monumento del Novecento che presagio del Duemila.<\/p>\n<p>Il 2000 \u00e8 anche l\u2019anno di due capolavori che da allora ricompaiono con ostinazione in ogni classifica \u201cseria\u201d sul cinema del XXI secolo: Yi Yi di Edward Yang, epopea familiare sul senso della vita ancora troppo poco conosciuta, e In the Mood for Love di Wong Kar-wai, epopea struggente di desiderio trattenuto e del tempo perduto. \u00c8 uno dei film asiatici pi\u00f9 celebrati di sempre dalla critica internazionale, cos\u00ec sublime che ho dovuto lottare con me stesso per non farlo vincere.<\/p>\n<p>Ma, se si parla di influenza, non si pu\u00f2 ignorare che il 2000 \u00e8 anche l\u2019anno in cui Christopher Nolan entra davvero nel cinema con Memento. Non \u00e8 il film migliore dell\u2019anno, n\u00e9 il pi\u00f9 monumentale, ma \u00e8 il primo tassello del percorso di un regista che oggi ha pi\u00f9 potere di interi Studios e che si pu\u00f2 definire, senza troppi dubbi, il volto centrale del cinema del XXI secolo. Memento non esplode al botteghino e non diventa un fenomeno pop, ma \u00e8 un piccolo capolavoro costruito come un meccanismo a orologeria che contiene gi\u00e0 in forma purissima l\u2019ossessione per la narrazione non lineare che diventer\u00e0 la firma di Nolan.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Mulholland Drive<br \/>\nDavid Lynch<br \/>\n2001<\/p>\n<p>Anche il 2001 ha la sua dose di cult pop. Donnie Darko di Richard Kelly e Il favoloso mondo di Am\u00e9lie di Jean-Pierre Jeunet hanno trasceso la qualit\u00e0 dei propri territori per iniettarsi permanentemente nella cultura pop. Zoolander di Ben Stiller segna una tappa fondamentale per la commedia demenziale, ancora oggi pi\u00f9 divertente e attuale di allora. La pianista di Michael Haneke, perverso e magistrale come solo l\u2019autore austriaco sa essere, offre invece pane duro ai cinefili.<\/p>\n<p>Accanto allo scoppiettante e sottovalutatissimo Sexy Beast di Jonathan Glazer, regista ancora di nicchia ma sempre pi\u00f9 sotto i riflettori dopo i suoi capolavori a venire (come vedremo), nel 2001 entrano definitivamente nel radar internazionale alcuni autori destinati a diventare amati tanto dalla critica quanto dal pubblico: Wes Anderson con I Tenenbaum e Alfonso Cuar\u00f3n con Y tu mam\u00e1 tambi\u00e9n. Quest\u2019ultimo, a mio parere, sarebbe il film migliore dell\u2019anno, se non fosse uscito anche La citt\u00e0 incantata di Hayao Miyazaki: una fiaba animata ancora oggi considerata da molti il suo capolavoro, magica e delicata come nient\u2019altro, e forte di un successo mondiale inatteso che la rende un candidato pi\u00f9 che legittimo al titolo di film pi\u00f9 influente dell\u2019anno.<\/p>\n<p>Ma nel campo dell\u2019animazione il 2001 \u00e8 anche l\u2019anno di Monsters &amp; Co., altro passo della Pixar verso lo status che avrebbe consolidato negli anni successivi, e soprattutto di Shrek. Partendo da una fiaba folkloristica, Shrek crea un personaggio dell\u2019immaginario collettivo e propone un tono irriverente e adulto, cambiando il modo in cui l\u2019animazione mainstream parla al pubblico e vincendo il primo Oscar assegnato al miglior film d\u2019animazione.<\/p>\n<p>Non mancano i nuovi franchise, dal brillante Ocean\u2019s Eleven di Steven Soderbergh al pop muscolare di Fast and Furious, di cui nessuno avrebbe potuto immaginare la longevit\u00e0. E parlando di longevit\u00e0, nel 2001 debutta anche Harry Potter e la pietra filosofale di Chris Columbus, la cui influenza sulla cultura pop continua oggi pi\u00f9 forte che mai, con il remake HBO in arrivo, anche se a livello strettamente cinematografico non si tratt\u00f2 mai di film influenti. Non si pu\u00f2 dire lo stesso di un altro franchise nato nello stesso anno: nel 2001 esce Il Signore degli Anelli \u2013 La compagnia dell\u2019anello di Peter Jackson, che spiazza subito pubblico e industria, aprendo la strada a una delle imprese pi\u00f9 imponenti del cinema popolare contemporaneo, e se non \u00e8 stato scelto \u00e8 solo perch\u00e9 questo \u00e8 uno degli anni in cui c\u2019\u00e8 un vincitore indiscutibile.<\/p>\n<p>Non quello dell\u2019Academy, A Beautiful Mind di Ron Howard, che \u00e8 la perfetta definizione di \u201cfilm da Oscar\u201d: moralmente nobile e indubbiamente bello, ma non molto di pi\u00f9. Il film del 2001 non pu\u00f2 che essere Mulholland Drive, apice della carriera di uno dei geni assoluti della settima arte: una fiaba incubica di ossessione, identit\u00e0 frantumata e desiderio, nata dalle ceneri del pilota rifiutato di una serie tv e diventata la condensazione pi\u00f9 pura dell\u2019immaginario opaco di David Lynch, ma comunque capace di risuonare profondamente con tutti noi. \u00c8 in cima a qualunque classifica seria sui film del nuovo millennio, e anche a molte tra quelle dei migliori film di sempre. Su questa scelta non si discute. Silencio.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Spider-Man<br \/>\nSam Raimi<br \/>\n2002<\/p>\n<p>Il 2002 \u00e8 un anno strano per il cinema, e non solo. La culla dell\u2019industria cinematografica \u00e8 ancora appesantita dalle macerie delle Torri Gemelle, insieme alle quali sembra crollato anche l\u2019entusiasmo dell\u2019inizio del nuovo millennio. Si comincia gi\u00e0 a rimpiangere il passato, mentre il futuro appare improvvisamente pi\u00f9 incerto. Quello spaesamento attraversa, in modo pi\u00f9 o meno esplicito, molta della produzione culturale dell\u2019anno.<\/p>\n<p>Lo incapsula perfettamente La 25\u00aa ora di Spike Lee, in cui un regista insolitamente cupo osserva una New York ferita attraverso gli occhi di uno spacciatore che si prepara al carcere. La societ\u00e0 collassa anche nell\u2019horror zombie 28 giorni dopo di Danny Boyle, che a distanza di anni sarebbe tornato su quell\u2019universo con nuovi capitoli. A collassare \u00e8 invece la narrazione stessa ne Il ladro di orchidee di Spike Jonze, folle e geniale meta-film scritto da Charlie Kaufman dove l\u2019adattamento di un libro diventa un labirinto sull\u2019impossibilit\u00e0 stessa di adattare qualcosa.<\/p>\n<p>Uno spaesamento pi\u00f9 tenero \u00e8 quello di Ubriaco d\u2019amore di Paul Thomas Anderson: dopo l\u2019epica corale di Magnolia, il regista spiazza tutti con un romance delicatissimo con Adam Sandler. Esce anche The Bourne Identity di Doug Liman, che cambia il linguaggio del cinema d\u2019azione con un protagonista vulnerabile, una regia pi\u00f9 sporca e quella shaky cam che negli anni successivi verr\u00e0 imitata spesso. Intanto Il pianista di Roman Pola\u0144ski impone il suo rigore doloroso, anche se l\u2019Oscar va al musical Chicago di Rob Marshall, scelta non ovvia ma indicativa di una Hollywood ancora innamorata della propria idea di spettacolo.<\/p>\n<p>Sul fronte horror arriva The Ring di Gore Verbinski, remake americano destinato a diventare un classico moderno e ad aprire una stagione di importazioni asiatiche pi\u00f9 o meno ispirate. Ma il film pi\u00f9 disturbante dell\u2019anno, anzi forse del secolo, \u00e8 Irr\u00e9versible di Gaspar No\u00e9: walkout a Cannes, una scena di stupro discussa tutt\u2019oggi e una violenza formale che impongono il regista al centro del dibattito. Spesso lo shock ha finito per oscurare la struttura vertiginosa e la solida filosofia del film, che \u00e8 molto pi\u00f9 di una provocazione compiaciuta.<\/p>\n<p>Ogni cellula del mio corpo avrebbe voluto eleggere Irr\u00e9versible come film pi\u00f9 influente dell\u2019anno: pochi titoli meritano davvero la parola \u201cindelebile\u201d quanto questo. Ma nel 2002 esce anche Spider-Man di Sam Raimi, che segna l\u2019inizio dell\u2019era dei supereroi che avrebbe monopolizzato le sale nell\u2019arco di un decennio. Non \u00e8 ancora MCU, e non \u00e8 ancora il pi\u00f9 compiuto Spider-Man 2, ma Raimi incide nella pietra uno standard di tono, qualit\u00e0 e immaginario per l\u2019adattamento dei fumetti. Dopo l\u201911 settembre, era forse l\u2019unico regista capace di rialzare l\u2019umore di New York con una sana, vecchia storia di supereroi. Nessuno poteva sapere cosa sarebbe diventato Spider-Man negli anni successivi. Ma d\u2019altronde, da grandi poteri derivano grandi responsabilit\u00e0.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Il Signore degli Anelli \u2013 Il ritorno del re<br \/>\nPeter Jackson<br \/>\n2003<\/p>\n<p>Si potrebbe argomentare che il film pi\u00f9 influente del 2003 sia quello che ha identificato un fenomeno ormai trasversale a tutti i generi: The Room di Tommy Wiseau, capostipite del \u201cso bad it\u2019s good\u201d, quella deriva dei fallimenti cinematografici trasformati in culto collettivo. Ha alimentato intere serate-evento, un pubblico devoto, infinite imitazioni che non hanno capito che non fa ridere se il film \u00e8 appositamente brutto, e persino un meta-film sulla sua realizzazione. Ma manteniamo un minimo di amor proprio e passiamo ai film riusciti, che non mancano.<\/p>\n<p>Quentin Tarantino ci elettrizza con Kill Bill: Volume 1, mentre Sofia Coppola ci commuove con Lost in Translation. Lars von Trier e Gus Van Sant scelgono invece traiettorie pi\u00f9 crudeli: Dogville ed Elephant affondano rispettivamente nella coercizione sociale e nel trauma degli school shooting, due territori che promettono purtroppo di restare attuali ancora a lungo. Park Chan-wook ci sconvolge in un modo tutto suo con Old Boy, fiaba amarissima fondamentale per l\u2019esplosione internazionale del cinema coreano.<\/p>\n<p>\u00c8 infatti un grande anno per il cinema non hollywoodiano, con Memorie di un assassino di Bong Joon-ho e City of God di Fernando Meirelles e K\u00e1tia Lund, ma pure per gli amanti del mare, con Alla ricerca di Nemo e Pirati dei Caraibi \u2013 La maledizione della prima luna di Gore Verbinski. Preso alla lettera, nella categoria andrebbe inserito anche Big Fish di Tim Burton, ma sarebbe fuorviante: resta comunque da menzionare come uno degli ultimi momenti in cui Burton sembra ancora pienamente al massimo delle sue doti.<\/p>\n<p>Ma sarebbe assurdo non premiare Il Signore degli Anelli \u2013 Il ritorno del re di Peter Jackson. Se la portata del fenomeno si poteva intuire gi\u00e0 da La compagnia dell\u2019anello, il terzo capitolo la suggella, incoronando la saga come la trilogia per eccellenza, quella per dominarle tutte. Quando parlo di criteri oggettivi intendo anche questo: quasi tre miliardi di dollari al botteghino e trenta candidature agli Oscar complessive e, per il capitolo finale, undici vittorie su undici nomination, incluso miglior film.<\/p>\n<p>Numeri a parte, la trilogia resta uno degli apici del cinema popolare contemporaneo, forse il suo climax assoluto. Senza limitarsi alla forza del suo impatto culturale, che pure potrebbe essere concessa anche ad altri franchise, Il Signore degli Anelli \u00e8 stato prima di tutto un\u2019impresa cinematografica visionaria, mastodontica, ambiziosa, e contro ogni pronostico riuscita in ogni particolare. Ha dato una nuova scala alle possibilit\u00e0 dell\u2019epica e del world building al cinema, diventando il precedente pi\u00f9 illustre per i futuri \u201cuniversi cinematografici\u201d. Molti avrebbero provato a costruire mondi, personaggi e conclusioni epiche, e alcuni ci sarebbero anche riusciti, almeno commercialmente. Qualitativamente, per\u00f2, niente si avvicina.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Saw \u2013 L\u2019enigmista<br \/>\nJames Wan<br \/>\n2004<\/p>\n<p>Il 2004 \u00e8 un anno romantico: c\u2019\u00e8 l\u2019amore innovativo e cerebrale di Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry (quasi a pari merito con il vincitore per influenza); quello sublime e delicato di Before Sunset di Richard Linklater; e quello melenso e prosaico di Le pagine della nostra vita di Nick Cassavetes, comunque diventato un classico del genere.<\/p>\n<p>\u00c8 anche un anno stranamente scarico di pesi massimi. Oltre a Spider-Man 2 di Sam Raimi e Gli Incredibili di Brad Bird, molti dei film pi\u00f9 notevoli restano pi\u00f9 di nicchia rispetto agli anni precedenti. Il che non significa che manchi la qualit\u00e0, anzi. Edgar Wright fa la sua esplosiva comparsa con L\u2019alba dei morti dementi, dimostrando che la commedia pu\u00f2 essere colta, cinefila e di genere, mentre Anchorman di Adam McKay, all\u2019estremo opposto, dimostra quanto un film possa essere puramente idiota e comunque memorabile.<\/p>\n<p>L\u2019Oscar va a Million Dollar Baby di Clint Eastwood, altro esempio di \u201cfilm da Oscar\u201d, anche se pi\u00f9 sentito e doloroso della media. Agli antipodi si trova Primer di Shane Carruth, film quasi amatoriale sul viaggio nel tempo di una complessit\u00e0 tale da stregare generazioni di nerd a venire, me incluso. Ma il film dell\u2019anno \u00e8 quello che cambia le regole del suo genere: l\u2019horror, da sempre uno dei pilastri del cinema, che da qui assume una forma pi\u00f9 vicina a quella virale, seriale e commerciabile che conosciamo oggi.<\/p>\n<p>Nel 2004 esce Saw \u2013 L\u2019enigmista di James Wan, manifesto di un cinema tanto violento e malato quanto attraente e accessibile, ponte perfetto tra gli estremi dell\u2019underground e l\u2019horror da sala per Halloween. Oltre ad aprire una saga che conta ormai dieci capitoli, il primo Saw segna anche l\u2019esordio di Wan, il regista che da Insidious a L\u2019evocazione \u2013 The Conjuring, fino alle produzioni pi\u00f9 recenti come Backrooms, avrebbe contribuito pi\u00f9 di chiunque altro a dare una direzione all\u2019horror mainstream contemporaneo.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>I segreti di Brokeback Mountain<br \/>\nAng Lee<br \/>\n2005<\/p>\n<p>Nel 2005 V per Vendetta di James McTeigue rese popolare un immaginario diventato talmente famoso da sembrare, oggi, separato dal film stesso. D\u2019istinto potrebbe sembrare la scelta pi\u00f9 ovvia per il titolo pi\u00f9 influente dell\u2019anno, ma proprio quella popolarit\u00e0, e il fatto che il film non inventi quell\u2019immaginario ma lo adatti, mi porta a escluderlo. Per lo stesso motivo, Harry Potter non ha vinto nel 2001 nonostante la sua fama, mentre Il Signore degli Anelli s\u00ec: l\u00ec il peso culturale coincideva con una vera impresa cinematografica.<\/p>\n<p>In ambito pop, il 2005 vede anche Star Wars: Episodio III \u2013 La vendetta dei Sith, chiusura della controversa trilogia prequel iniziata nel 1999 e ultimo capitolo prima che la saga venisse acquisita e spremuta da Disney, e Batman Begins di Christopher Nolan, ambizioso e riuscito approccio del regista ai blockbuster, ma ancora molto legato alla sua funzione di rifondazione del personaggio.<\/p>\n<p>In Italia, Romanzo criminale di Michele Placido d\u00e0 una spinta importante all\u2019adattamento su schermo dei racconti criminali e mafiosi, anticipando una stagione molto fertile tra cinema e serialit\u00e0. I cinefili di quell\u2019anno ricordano anche A History of Violence di David Cronenberg e Grizzly Man di Werner Herzog, ma soprattutto Niente da nascondere di Michael Haneke, improbabile successo popolare di una storia glaciale sul senso di colpa della borghesia francese e sul rimosso coloniale. Ancora oggi lo credo l\u2019apice della carriera di Haneke: una sintesi perfetta tra ore di controllo freddissimo e improvvisi momenti di shock viscerale.<\/p>\n<p>Dimenticabile fu invece Crash di Paul Haggis, inesplicabilmente premiato con l\u2019Oscar come miglior film. Il consenso su cosa avrebbe dovuto vincere, e che vince invece questa selezione, porta a I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee: un melodramma struggente e memorabile che port\u00f2 nel mainstream una storia d\u2019amore LGBT senza ridurla a caso sociale, rendendola accessibile a un pubblico molto pi\u00f9 ampio di quello che Hollywood aveva solitamente concesso a racconti di questo tipo. Il suo impatto su rappresentazione, mascolinit\u00e0 e desiderio resta pi\u00f9 ampio di quello di qualsiasi altro titolo dell\u2019anno.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Marie Antoinette<br \/>\nSofia Coppola<br \/>\n2006<\/p>\n<p>Nel 2006 sembrano uscire i capolavori che i due anni precedenti avevano tenuto da parte. Vince l\u2019Oscar The Departed di Martin Scorsese, che \u2013 hot take \u2013 considero ancora Scorsese nella sua massima forma. Christopher Nolan firma The Prestige, uno smagliante ritorno alla forma pi\u00f9 vicina a Memento rispetto alla direzione blockbuster che iniziava a prendere. Guillermo del Toro porta in sala Il labirinto del fauno, che non amo ma di cui non posso non riconoscere la visionariet\u00e0 e la cura, e che lo avvicina alla posizione centrale che avrebbe assunto negli anni successivi.<\/p>\n<p>James Bond diventa contemporaneo con Casino Royale di Martin Campbell, mentre Paprika di Satoshi Kon resta pi\u00f9 di nicchia, ma non meno influente, come dimostrano le tante immagini e intuizioni che il cinema successivo avrebbe ripreso. Di nicchia non sono invece Il diavolo veste Prada di David Frankel e High School Musical di Kenny Ortega (film tv e non cinema, ma concedetemi la licenza), due capisaldi pop. A unire il pop pi\u00f9 becero e ambizioni pi\u00f9 cinematografiche \u00e8 per\u00f2 Borat di Larry Charles, colpo di genio e improbabile successo economico, capace di influenzare tanto la cultura pop quanto le aspirazioni politiche della commedia. Nessuno era riuscito a essere cos\u00ec pungente e spudorato sul razzismo pervasivo nell\u2019America di George W. Bush, e allo stesso tempo cos\u00ec idiota e divertente.<\/p>\n<p>Borat sarebbe un ottimo vincitore, come lo sarebbe I figli degli uomini di Alfonso Cuar\u00f3n. Ha meno successo ed \u00e8 meno dirompente sul momento, ma non esiste un altro film capace di distillare le paure del XXI secolo con tanta precisione, e con un\u2019accuratezza che sembra aumentare di anno in anno, pur restando fermamente umanista e permeato di speranza. Cuar\u00f3n capisce il suo tempo, anzi il nostro, e il fatto che il film sia ambientato ormai a un anno da noi rende tutto ancora pi\u00f9 inquietante.<\/p>\n<p>Ma il film del 2006 \u00e8 Marie Antoinette di Sofia Coppola. All\u2019uscita divide pubblico e critica proprio per ci\u00f2 che oggi appare pi\u00f9 moderno e influente: il rifiuto delle convenzioni del film storico, gli anacronismi musicali, l\u2019estetica pop, i costumi trasformati in linguaggio contemporaneo e il tentativo di raccontare una figura pubblica attraverso la sua interiorit\u00e0 privata. Coppola non \u00e8 interessata a spiegare Maria Antonietta n\u00e9 a emettere una sentenza storica: la osserva come una ragazza sola, trascinata dentro un ruolo politico e simbolico pi\u00f9 grande di lei. La regista trasforma Versailles in una prigione dorata e la storia in un\u2019esperienza emotiva immediata, facendo convivere la musica dei New Order con l\u2019iconografia settecentesca senza che l\u2019operazione sembri una semplice provocazione. Dopo Marie Antoinette, l\u2019anacronismo diventa uno strumento sempre pi\u00f9 comune per parlare del passato al presente, nel cinema come nelle serie, nella moda e nella fotografia editoriale. Pochi film del periodo hanno prodotto un immaginario altrettanto riconoscibile e imitato.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Il petroliere<br \/>\nPaul Thomas Anderson<br \/>\n2007<\/p>\n<p>Il 2007 procede offrendo un\u2019altra commedia cult, Suxbad di Greg Mottola, che lanci\u00f2 Michael Cera, Jonah Hill e McLovin; un altro horror cult, REC di Jaume Balaguer\u00f3 e Paco Plaza, che rilancia il found footage, anche se in quel campo la vera influenza resta The Blair Witch Project del 1999; un altro mega franchise, Transformers di Michael Bay; e un altro mito pop, Io sono leggenda di Francis Lawrence. Quentin Tarantino firma invece A prova di morte, forse il suo film meno amato, ma non per questo non fantastico.<\/p>\n<p>Esce anche Zodiac di David Fincher, kolossal investigativo volutamente insoddisfacente perch\u00e9 perversamente accurato, dettagliato e irrisolto. Il suo racconto del killer dello Zodiaco diventa uno dei pilastri cinematografici del true crime, che oggi domina piattaforme, podcast e immaginario collettivo, e sarebbe stato un\u2019ottima scelta per il film pi\u00f9 influente dell\u2019anno.<\/p>\n<p>Ma il 2007 passa alla storia soprattutto per il duello, agli Oscar e nel dibattito cinefilo, tra due film capaci di sbaragliare la concorrenza dell\u2019anno, degli anni precedenti e di molti anni successivi. Due apici del cinema americano, ma in nessun modo \u201cfilm da Oscar\u201d nel senso pi\u00f9 convenzionale del termine: entrambi brutali, radicali e indimenticabili.<\/p>\n<p>Vinse l\u2019Oscar Non \u00e8 un paese per vecchi di Joel ed Ethan Coen, adattamento del romanzo di Cormac McCarthy e capolavoro austero, calibrato, capace di rendere minaccioso anche un taglio a caschetto, complice la performance per cui Javier Bardem passer\u00e0 alla storia. Ma anche se ha perso il duello all\u2019Academy, a vincere qui \u00e8 Il petroliere di Paul Thomas Anderson.<\/p>\n<p>Il petroliere ha l\u2019imponenza, la monumentalit\u00e0 e la sicurezza di s\u00e9 delle grandi epopee americane della prima met\u00e0 del secolo scorso, ma resta fedele all\u2019animo frastagliato e contemporaneo del suo autore. La colonna sonora di Jonny Greenwood e la performance di Daniel Day-Lewis lo radicano nel presente, trasformando la parabola di Daniel Plainview nell\u2019incarnazione pi\u00f9 feroce dell\u2019ideale americano: l\u2019uomo che trova la propria fortuna a qualunque costo, scavandola nella roccia del paesaggio western, distruggendo qualsiasi cosa si trovi nel suo percorso. La sua allegoria sull\u2019avidit\u00e0, in particolare quella americana legata al petrolio, non smette di essere attuale. Ma \u00e8 soprattutto per scala, ambizione e risultato che, da allora, nessun film si \u00e8 avvicinato cos\u00ec tanto all\u2019ideale del Grande Film Americano.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Il cavaliere oscuro<br \/>\nChristopher Nolan<br \/>\n2008<\/p>\n<p>Nel 2008 esce Twilight di Catherine Hardwicke, tanto influente nella cultura pop quanto poco influente come film. Altri grandi fenomeni popolari dell\u2019anno sono WALL-E di Andrew Stanton e Mamma Mia! di Phyllida Lloyd, mentre i cinefili ricordano In Bruges di Martin McDonagh, il quale comincia qui la sua ascesa, e The Fall di Tarsem Singh, film visionario dal cui immaginario visivo continuano ad attingere cinema, moda e arti visive.<\/p>\n<p>\u00c8 un anno importante anche per l\u2019horror: Martyrs di Pascal Laugier resta tuttora una prova di stomaco per gli appassionati del genere; Funny Games di Michael Haneke (che chiamare horror \u00e8 riduttivo se non fuorviante), nel suo remake americano, continua il suo lavoro di sabotaggio delle aspettative dello spettatore; The Strangers di Bryan Bertino porta invece l\u2019home invasion verso una forma meno prestigiosa, ma ben pi\u00f9 influente. In Italia escono Gomorra di Matteo Garrone e Il Divo di Paolo Sorrentino, due dei film politici pi\u00f9 impattanti e riusciti del periodo. L\u2019Oscar va a The Millionaire di Danny Boyle, scelta insolita per l\u2019Academy, ma troppo benevola e conciliante per lasciare un segno davvero duraturo sul cinema.<\/p>\n<p>Nemmeno Iron Man di Jon Favreau, preso da solo, sembra un film destinato a cambiare la storia del linguaggio cinematografico. Eppure stabilisce il vocabolario che la Marvel user\u00e0 negli anni successivi: tono brillante e feelgood, protagonista carismatico, tanta azione e un\u2019idea di intrattenimento perfettamente oliata. La sua influenza diventa fondamentale se si considera che \u00e8 il primo mattone del Marvel Cinematic Universe, destinato ad attirare il pubblico come nessun franchise prima. Sarebbe quindi una scelta sensata come film pi\u00f9 influente dell\u2019anno, ma in questa lista \u00e8 gi\u00e0 stato scelto Spider-Man e, soprattutto, nel 2008 \u00e8 un altro film di supereroi a meritare il primo posto.<\/p>\n<p>Il 2008 prende come caso studio la capitale culturale degli Stati Uniti, in primis con un\u2019opera che la porta nel titolo: Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, l\u2019esordio alla regia dello sceneggiatore, che costruisce un film nel film in modo ossessivo, monumentale e malinconico. Lo fa anche il pi\u00f9 popolare Cloverfield di Matt Reeves, che rielabora il found footage in una New York devastata da un kaiju, usando il monster movie per evocare, in modo pi\u00f9 cupo del previsto, l\u2019immaginario traumatico dell\u201911 settembre.<\/p>\n<p>Ma l\u2019eredit\u00e0 dell\u2019era della paura, del terrorismo e della sorveglianza di massa trova la sua forma pi\u00f9 compiuta ne Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan. Pur non essendo ambientato letteralmente a New York, la sua Gotham ne \u00e8 una versione fittizia e riconoscibile, spogliata dell\u2019estetica fumettistica e radicata in una contemporaneit\u00e0 politica e urbana molto concreta (per tanti una pecca del film che snatura il materiale di partenza, ma per molti di pi\u00f9 il colpo di genio che lo eleva sopra al genere). Considerarlo solo un film di Batman \u00e8 riduttivo, come capirono subito anche i detrattori del genere davanti a questa epica parabola sul compromesso morale nell\u2019America post-11 settembre. Se Memento aveva presentato Nolan, Il cavaliere oscuro lo consacra come il regista su cui Hollywood pu\u00f2 investire per ripensare il blockbuster adulto. Il film alza l\u2019asticella del cinecomic e del cinema commerciale in generale, portando alla massima popolarit\u00e0 un tono cupo e sofferto che negli anni successivi verr\u00e0 adottato da molti, forse troppi. Oltre alla forza complessiva del film e ai suoi singoli set piece memorabili, davvero indimenticabile \u00e8 il Joker di Heath Ledger, premiato con l\u2019Oscar postumo: il testamento del giovane talento \u00e8 una performance che ha per sempre riscritto l\u2019immaginario del criminale pagliaccio, trasformandolo in una figura spaventosamente coerente con la societ\u00e0 che lo produce.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Avatar<br \/>\nJames Cameron<br \/>\n2009<\/p>\n<p>Se finora abbiamo visto l\u2019horror mainstream avvicinarsi alla forma che conosciamo oggi, il balzo finale arriva con Paranormal Activity di Oren Peli: fenomeno imprevisto, film a bassissimo budget, premessa elementare e marketing virale capace di sfondare il botteghino e l\u2019immaginario collettivo. Sul piano commerciale, \u00e8 lui l\u2019antenato del fenomeno Obsession di quest\u2019anno.<\/p>\n<p>Per gli appassionati dell\u2019horror pi\u00f9 estremo il 2009 offre The Human Centipede di Tom Six, che pu\u00f2 non avere grandi meriti filmici ma \u00e8 comunque diventato un punto di riferimento, e il capolavoro disturbante Antichrist di Lars von Trier. Egualmente disturbante, pur non essendo horror, \u00e8 Dogtooth di Yorgos Lanthimos, esordio internazionale di un regista allora quasi sconosciuto e oggi al centro dell\u2019attenzione. Gaspar No\u00e9 si discosta invece dai suoi tropi pi\u00f9 scioccanti con Enter the Void, esplorazione psichedelica e immersiva dell\u2019oltretomba, influente anche per il suo uso radicale della soggettiva.<\/p>\n<p>I successi pi\u00f9 trasversali furono Up di Pete Docter e Bob Peterson; Una notte da leoni di Todd Phillips, commedia sorprendentemente sporca, accattivante e memorabile; e (500) giorni insieme di Marc Webb, romance diventato manifesto sentimentale di molti teenager e di parecchi adulti duri a crescere. Intanto i maestri danno il loro meglio: Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, a mio parere il suo capolavoro; Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, che non ha bisogno di presentazioni; Il nastro bianco di Michael Haneke, per molti il suo vertice; e A Serious Man di Joel ed Ethan Coen, che dopo Non \u00e8 un paese per vecchi tornano alla commedia sarcastica e alla loro ricerca ossessiva di un senso della vita, quando un senso non c\u2019\u00e8.<\/p>\n<p>L\u2019Oscar va a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, primo titolo diretto da una donna a vincere come miglior film: un ritratto duro e realistico di un disinnescatore dipendente dalla guerra, girato in Giordania per avvicinarsi il pi\u00f9 possibile al contesto iracheno. Ma se guardiamo all\u2019Italia, nel 2009 esce anche Cado dalle nubi, una commedia in parti uguali stupida e intelligente che apre il fenomeno Checco Zalone, ancora oggi capace di portare al cinema pi\u00f9 pubblico di molti blockbuster internazionali.<\/p>\n<p>Zalone sarebbe stata una scelta controversa ma sensata; se per\u00f2 si parla di portare la gente al cinema, il 2009 \u00e8 l\u2019anno di Avatar. James Cameron ha una lunga storia di conflitti con gli Studios, spesso spaventati dalla sua ambizione monumentale e poi costretti a constatare come la visione di un singolo autore sappia capire il mercato meglio di intere corporation. Avatar non fa eccezione: un film immaginato fin dall\u2019adolescenza e realizzato solo quando la tecnologia gli ha permesso di avvicinarsi davvero alla sua idea originaria, che l\u2019ha reso il film tutt\u2019oggi con pi\u00f9 incassi di sempre. La sua influenza non sta solo nel botteghino, nel world building o nel fatto che il progetto sia diventato una saga: Avatar porta la fiducia nella tecnologia cinematografica a un nuovo livello, con un salto che non si vedeva dai tempi di Matrix.<\/p>\n<p>Rivitalizza il 3D quando era ormai un espediente, spinge avanti la performance capture, lavora sulle simulazioni digitali dei materiali e dimostra che ci si pu\u00f2 immergere completamente anche in un mondo quasi del tutto artificiale. Purch\u00e9 dietro ci sia la regia di Cameron.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>The Social Network<br \/>\nDavid Fincher<br \/>\n2010<\/p>\n<p>Il 2010 \u00e8 l\u2019anno in cui nasce una piaga destinata a peggiorare di anno in anno: i Minion.<\/p>\n<p>Cattivissimo me dimostra che l\u2019animazione pu\u00f2 avere un enorme successo anche senza particolare qualit\u00e0, lanciando Illumination verso il ruolo di colosso dell\u2019intrattenimento per famiglie, capace di sfornare a raffica film senz\u2019anima ma commercialmente imbattibili, da Sing a Super Mario Bros. \u2013 Il film. Nello stesso anno, per\u00f2, esce anche un capolavoro di animazione come Toy Story 3, che avrebbe potuto concludere definitivamente una trilogia perfetta, se non fosse che il mercato ha sempre bisogno di nuovi sequel.<\/p>\n<p>Edgar Wright torna con Scott Pilgrim vs. the World, stilizzato e stiloso adattamento da fumetto capace di generare un enorme seguito cult e innumerevoli cotte per Mary Elizabeth Winstead. A proposito di commedie, in Italia il boom di Zalone viene seguito da Benvenuti al Sud di Luca Miniero, meno influente ma comunque enorme successo. Dalla Thailandia arriva invece Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul, onirica riflessione sull\u2019aldil\u00e0, decisamente non per tutti, ma per alcuni uno dei capolavori assoluti del cinema contemporaneo.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 popolari, ma comunque di alto livello, furono i thriller psicologici Shutter Island di Martin Scorsese e Il cigno nero di Darren Aronofsky, anche se l\u2019Oscar and\u00f2 alla scelta pi\u00f9 banale possibile: Il discorso del re di Tom Hooper. Insidious di James Wan rese popolare l\u2019horror soprannaturale da casa infestata e jump scare continui, aprendo un filone che avrebbe dominato gli anni successivi. A Serbian Film di Sr\u0111an Spasojevi\u0107, invece, disgusta i pochi che hanno avuto il coraggio di vederlo, diventando uno dei titoli simbolo del cinema estremo come prova di resistenza.<\/p>\n<p>Il kolossal dell\u2019anno \u00e8 uno e indiscusso: Inception di Christopher Nolan. Dopo Il cavaliere oscuro, Nolan dimostra che quel successo non era un\u2019eccezione e che sapeva gestire budget enormi come pochi altri registi, cosa che negli anni successivi gli avrebbe garantito una libert\u00e0 sempre pi\u00f9 rara. Oltre ai set piece memorabili, dal corridoio rotante a Parigi che si ribalta, il film introduce il celebre \u201cBRAAAM\u201d di Hans Zimmer, diventato mandatorio per i trailer d\u2019azione e fantascienza per anni.<\/p>\n<p>Ma anche nel 2010 a vincere \u00e8 un film capace di incrociare successo e critica in un concentrato di precisione formale: The Social Network di David Fincher. Man mano che i giganti del tech prendono il controllo del mondo, il thriller sulla nascita di Facebook diventa tematicamente sempre pi\u00f9 attuale, come dimostrano anche il sequel in uscita quest\u2019anno e il travagliato progetto di Guadagnino su OpenAI. Ma se un film fatto interamente di cause legali e discussioni su software \u00e8 mozzafiato dall\u2019inizio alla fine \u00e8 grazie alla regia chirurgica di Fincher, alla sceneggiatura densissima e tagliente di Aaron Sorkin e alla performance odiosa di Jesse Eisenberg, che trasforma Mark Zuckerberg in un geniale e viscido scalatore sociale. Un\u2019immagine dalla quale Zuckerberg cerca di discostarsi da anni, ma che il film ha ormai fissato nell\u2019immaginario collettivo, come \u00e8 giusto che sia.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>The Tree of Life<br \/>\nTerrence Malick<br \/>\n2011<\/p>\n<p>Dopo i monumentali anni precedenti, il 2011 \u00e8 pi\u00f9 contenuto. A parte la commedia popolarissima Quasi amici, quasi tutti i film degni di nota sono opere autoriali. C\u2019\u00e8 il celebre thriller La pelle che abito di Pedro Almod\u00f3var; c\u2019\u00e8 \u2026 e ora parliamo di Kevin di Lynne Ramsay, che affronta un tema incandescente senza retorica e con una visceralit\u00e0 rara; e c\u2019\u00e8 Una separazione di Asghar Farhadi, uno dei punti pi\u00f9 alti del cinema iraniano.<\/p>\n<p>Del 2011 \u00e8 anche Melancholia di Lars von Trier, capolavoro deprimente e sublime, anche se sul tema della depressione pochi film sono riusciti a rappresentarla con la precisione di Oslo, 31 agosto di Joachim Trier. Con quel film il regista norvegese consolida una traiettoria che lo avrebbe portato verso una fama pi\u00f9 ampia, fino al popolare Sentimental Value dell\u2019anno scorso.<\/p>\n<p>Autoriale, ma molto pi\u00f9 influente sul piano estetico e pop, \u00e8 Drive di Nicolas Winding Refn: con la sua estetica notturna, la colonna sonora synthwave e un Ryan Gosling magnetico e taciturno, diventa immediatamente un oggetto di culto. Persino l\u2019Oscar va a un film d\u2019autore, The Artist di Michel Hazanavicius, lettera d\u2019amore al cinema muto, anche se tra tutti questi resta probabilmente il titolo pi\u00f9 sicuro e meno influente.<\/p>\n<p>Ma quest\u2019anno scelgo il vincitore di Cannes, The Tree of Life di Terrence Malick: un film con l\u2019ambizione di catturare la bellezza della vita, dalla nascita dell\u2019universo ai sobborghi americani, e che incredibilmente ci riesce. Anche grazie alla fotografia naturalistica di Emmanuel Lubezki e alla musica di Alexandre Desplat, \u00e8 l\u2019apice della carriera di Malick, un\u2019opera maestosa che tocca corde profonde e indefinibili, che trasforma la vita quotidiana in cosmogonia. Lunghissimo e privo di una vera e propria trama, fu odiato da una parte del pubblico di Cannes e da buona parte del pubblico mondiale. Ma per chi lo ha amato, The Tree of Life \u00e8 uno di quei film che cambiano il modo di vedere il cinema, e forse anche di vedere il mondo.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Spring Breakers \u2013 Una vacanza da sballo<br \/>\nHarmony Korine<br \/>\n2012<\/p>\n<p>A differenza dell\u2019anno precedente, il 2012 \u00e8 un anno da blockbuster. Esce il primo Hunger Games di Gary Ross; Skyfall di Sam Mendes porta i film di Bond a un nuovo livello di prestigio; Christopher Nolan conclude la sua trilogia di Batman con Il cavaliere oscuro \u2013 Il ritorno; The Amazing Spider-Man di Marc Webb vede Sony tentare di rispondere al successo crescente del Marvel Cinematic Universe; mentre la prima \u201cstagione\u201d di quest\u2019ultimo arriva al dunque con The Avengers di Joss Whedon. Per aver portato a termine una costruzione di quelle dimensioni con un tale successo, avrebbe potuto tranquillamente essere scelto come film pi\u00f9 importante dell\u2019anno.<\/p>\n<p>\u00c8 un anno da colossi anche per la commedia. 21 Jump Street di Phil Lord e Christopher Miller porta sulla scena due registi capaci di imporre un tono insieme idiota, intelligente, adorabile e creativo. Project X, privo di qualsiasi contenuto oltre al puro intrattenimento, e per questo a mio parere un film coerente e meritevole, ispira adolescenti di tutto il mondo a fare scelte sbagliate e a non imparare nulla. Ted sembra invece creato apposta per l\u2019umorismo da Facebook, e infatti purtroppo ottiene enorme successo e un impatto reale sulla cultura generale. Anche un altro social ha il suo film di riferimento: Noi siamo infinito di Stephen Chbosky, titolo prediletto da Tumblr.<\/p>\n<p>Non mancano i film autoriali: Django Unchained di Quentin Tarantino, il magico Moonrise Kingdom di Wes Anderson, il delicato Frances Ha di Noah Baumbach, il magistrale The Master di Paul Thomas Anderson, il doloroso Amour di Michael Haneke, il folle Holy Motors di Leos Carax, il disturbante documentario sui carnefici indonesiani The Act of Killing di Joshua Oppenheimer (probabilmente il pi\u00f9 influente tra questi), e anche il pungente Reality di Matteo Garrone. L\u2019Oscar va invece ad Argo di Ben Affleck, ottimo thriller, ma non molto di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Cosa resta da scegliere? Un film che non appartiene davvero a nessuna categoria, un manifesto dell\u2019acido edonismo dei giovani americani, e il momento pi\u00f9 assurdo nelle carriere di Vanessa Hudgens, Selena Gomez, James Franco, Gucci Mane e dello stesso regista Harmony Korine: con Spring Breakers, il giovane ribelle esce con forza dal suo status di autore di estrema nicchia e realizza un\u2019opera capace di far discutere ben oltre il circuito cinefilo. \u00c8 iperpop nell\u2019intuizione di usare ex star Disney come bad girls in cerca di divertimento in Florida, tra droghe, armi e sesso: pu\u00f2 essere considerato il primo film Brat, dodici anni prima dell\u2019album di Charli XCX. Ma la superficie fluo, le immagini da videoclip e il dubstep di Skrillex non devono ingannare: Korine resta un regista radicale, pupillo di Werner Herzog, e nella sua utopia-distopia edonista c\u2019\u00e8 molto pi\u00f9 di una provocazione estetica.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>La vita di Adele<br \/>\nAbdellatif Kechiche<br \/>\n2013<\/p>\n<p>Nel 2013 esce Frozen, l\u2019unico film degli anni 2000 a dominare il box office mondiale dell\u2019anno senza essere parte di un franchise o adattato da una IP. Enorme per la cultura pop e per i venditori di costumi di Halloween, resta anche uno dei film pi\u00f9 ordinari della Disney. Esce anche American Hustle di David O. Russell, che con il suo cast stellare e il tono accattivante sembra predestinato a diventare un classico, e invece finisce rapidamente nel dimenticatoio.<\/p>\n<p>A essere ricordati oggi sono soprattutto The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, sul quale ancora si discute tra chi lo ama come cautionary tale e chi lo ama perch\u00e9 ne idolatra il protagonista; La grande bellezza di Paolo Sorrentino, meritatissimo Oscar al miglior film straniero, il primo per l\u2019Italia dopo quindici anni; e 12 anni schiavo di Steve McQueen, che vince l\u2019Oscar come miglior film e per una volta unisce il dramma storico caro all\u2019Academy a una qualit\u00e0 registica davvero elevata.<\/p>\n<p>Il 2013 \u00e8 anche l\u2019anno di L\u2019evocazione \u2013 The Conjuring di James Wan, che perfeziona la formula di Insidious e apre un nuovo filone horror popolarissimo, mentre la DC Comics d\u00e0 il via al proprio universo cinematografico con L\u2019uomo d\u2019acciaio di Zack Snyder. Di portata minore, ma di alto livello, sono Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vall\u00e9e, con la performance impressionante di Matthew McConaughey premiata con l\u2019Oscar; Snowpiercer di Bong Joon-ho, che con un cast americano avvicina il regista coreano al pubblico occidentale; e soprattutto Lei \u2013 Her\u00a0di Spike Jonze, romance visionario e curatissimo che, pi\u00f9 che influente, oggi appare profetico per il modo in cui immagina il rapporto con l\u2019intelligenza artificiale.<\/p>\n<p>Il film pi\u00f9 radicale dell\u2019anno, nonch\u00e9 il mio preferito e quello che avrei adorato scegliere, resta quello pi\u00f9 di nicchia tra quelli citati, Under the Skin di Jonathan Glazer: un\u2019opera che spiazza critica e pubblico con una visione completamente nuova, tanto inquietante quanto umana. Per tanti \u00e8 rimasto stupidamente \u201cil film con Scarlett Johansson nuda\u201d, e non quello con la sua migliore performance, ma per la cinefilia \u00e8 una pietra miliare: un film che sembra fatto da un alieno pi\u00f9 che ritrarne uno e che riporta la fantascienza a una dimensione sensoriale vicina alle sue forme pi\u00f9 estreme degli anni Settanta.<\/p>\n<p>Ma il film dell\u2019anno \u00e8 La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. Non \u00e8 una scelta priva di contraddizioni: lo sguardo \u00e8 quello di un regista uomo, e le polemiche sulle condizioni di lavorazione e sulle scene di sesso hanno finito per accompagnare il film fino a oggi. Sarebbe per\u00f2 impossibile ignorarne l\u2019impatto. Il film porta al centro del discorso cinematografico generalista una storia d\u2019amore lesbica lunga, fisica, quotidiana e dolorosa, senza ridurla a caso sociale o racconto edificante, in un momento in cui una simile visibilit\u00e0 era ancora rara. La Palma d\u2019oro, eccezionalmente condivisa anche con Ad\u00e8le Exarchopoulos e L\u00e9a Seydoux, sancisce la centralit\u00e0 delle due attrici nell\u2019identit\u00e0 dell\u2019opera e contribuisce a renderle presenze riconoscibili del cinema contemporaneo. Al di l\u00e0 delle sue contraddizioni, La vita di Adele resta uno dei film che hanno definito l\u2019immaginario sentimentale e queer del decennio.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Boyhood<br \/>\nRichard Linklater<br \/>\n2014<\/p>\n<p>Di nuovo, nel 2014 i maestri contemporanei sembrano essersi messi d\u2019accordo per uscire in massa e in ottima forma. Con Interstellar, Christopher Nolan lascia i franchise e torna ai paradossi temporali, questa volta dentro l\u2019esplorazione spaziale. Con Grand Budapest Hotel, Wes Anderson realizza la sua opera magna. Con L\u2019amore bugiardo \u2013 Gone Girl, David Fincher abbassa l\u2019ambizione teorica e alza la sua capacit\u00e0 pura di costruire un thriller pulp accattivante. Con Vizio di forma, Paul Thomas Anderson firma un capolavoro dispersivo, di nicchia e ancora troppo sottovalutato. Con Whiplash, Damien Chazelle sforna un film cattivo e memorabile, che di colpo lo porta in primo piano come autore. Alejandro Gonz\u00e1lez I\u00f1\u00e1rritu tocca invece la vetta istituzionale vincendo l\u2019Oscar con Birdman o (L\u2019imprevedibile virt\u00f9 dell\u2019ignoranza), brillante, divertente e tecnicamente impressionante.<\/p>\n<p>Escono anche due pilastri di quello che di l\u00ec a poco verr\u00e0 chiamato elevated horror, cio\u00e8 film capaci di lasciare il pubblico perplesso e i critici entusiasti: It Follows di David Robert Mitchell e Babadook di Jennifer Kent. Nella sostanza tutti questi stanno diverse leghe sopra John Wick di Chad Stahelski, ma il film con Keanu Reeves \u00e8 formalmente molto pi\u00f9 influente: oltre a dare vita a un franchise, porta al centro un cinema d\u2019azione violento, coreografato e leggibile, contribuendo alla popolarit\u00e0 del gun-fu negli anni successivi. Non \u00e8 influente filmicamente, ma diventa un caso di cronaca mondiale The Interview, debole commedia statunitense sulla Corea del Nord che alza le tensioni diplomatiche tra due potenze nucleari.<\/p>\n<p>Anche nel 2014, per\u00f2, c\u2019\u00e8 un vincitore indiscusso: Boyhood di Richard Linklater, un unicum nella storia del cinema per ampiezza delle ambizioni formali e intimit\u00e0 del punto di vista. Linklater ridefinisce il realismo cinematografico rappresentando l\u2019adolescenza in tempo reale, in quasi tre ore che condensano dodici anni di riprese, durante i quali gli attori crescono e cambiano davvero davanti ai nostri occhi. La premessa \u00e8 enorme, ma il risultato funziona perch\u00e9 il film rifiuta il melodramma e si attiene a una storia per niente eccezionale, quindi profondamente umana. Linklater porta la tecnica cinematografica a un estremo radicale, ma lo fa al servizio di un obiettivo fragile e delicato: catturare ci\u00f2 che c\u2019\u00e8 di pi\u00f9 intimo e comune nell\u2019esperienza di crescere.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Mad Max: Fury Road<br \/>\nGeorge Miller<br \/>\n2015<\/p>\n<p>Uno dei film pi\u00f9 influenti, in negativo, del 2015 \u00e8 Steve Jobs di Danny Boyle. Non perch\u00e9 sia un pessimo film, tutt\u2019altro, ma perch\u00e9 diventa il simbolo del fallimento di un certo modello produttivo: film originali o semi-originali, di medio budget, affidati a ottimi registi e pensati per un pubblico adulto. Nato dentro la vecchia idea di Studio hollywoodiano fondato sui rapporti con autori, sceneggiatori e star, il film arriva proprio mentre l\u2019industria si sposta verso il dominio delle IP e degli universi cinematografici. Cos\u00ec Steve Jobs, scritto da Aaron Sorkin, diretto da Danny Boyle e dedicato a una delle figure pi\u00f9 riconoscibili del nostro tempo, si rivela una catastrofe finanziaria e finisce per confermare i timori di Sony, che aveva lasciato andare il progetto a Universal dopo aver capito quanto fosse difficile competere con la nuova Hollywood dei franchise. Sembra cos\u00ec chiudersi definitivamente una stagione in cui gli Studios potevano ancora scommettere con convinzione su progetti di quel tipo.<\/p>\n<p>Nello stesso anno proprio Disney, che aveva ormai acquisito Star Wars, inizia a spremere la saga con Star Wars \u2013 Il risveglio della Forza di J.J. Abrams. Il film non \u00e8 innovativo, essendo quasi un remake mascherato dell\u2019originale, ma \u00e8 comunque riuscito, cosa che non si pu\u00f2 dire della maggior parte dei prodotti targati Star Wars usciti in seguito. Nascono anche franchise ben peggiori, tra cui Jurassic World e Cinquanta sfumature di grigio.<\/p>\n<p>Guardando il lato positivo, il 2015 offre la garanzia tarantiniana di The Hateful Eight; il sottovalutato Sicario di Denis Villeneuve, brutale thriller sul narcotraffico con Benicio del Toro all\u2019ennesima potenza e una forte protagonista femminile in Emily Blunt; l\u2019epico Revenant \u2013 Redivivo di Alejandro Gonz\u00e1lez I\u00f1\u00e1rritu, ormai amatissimo dall\u2019Academy, che consegna finalmente l\u2019Oscar a Leonardo DiCaprio; il celebratissimo Inside Out; e il vincitore dell\u2019Oscar Il caso Spotlight di Tom McCarthy, che sulla carta sembra l\u2019ennesimo \u201cfilm da Oscar\u201d, ma nella sua resa fredda, fedele e rigorosa del lavoro d\u2019inchiesta \u00e8 ben sopra la media.<\/p>\n<p>In Italia esce Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, che prova con successo a realizzare un film di genere pienamente italiano. Intanto Yorgos Lanthimos si avvicina agli Stati Uniti con un cast internazionale per The Lobster, capolavoro sardonico e di un\u2019affilatezza che a mio parere il regista non ha mai pi\u00f9 raggiunto. Uno dei film pi\u00f9 influenti con il senno di poi \u00e8 Tangerine di Sean Baker, realizzato con un budget minimo e girato con iPhone, primo passo decisivo nella sua scalata verso una notoriet\u00e0 molto pi\u00f9 ampia.<\/p>\n<p>Ancora pi\u00f9 influente, almeno sul piano del linguaggio, \u00e8 La grande scommessa di Adam McKay. Il regista di Anchorman conserva una piccola percentuale della sua demenzialit\u00e0, ma la usa per spiegare e drammatizzare la crisi economica del 2008 con un successo improbabile. Un tale ibrido, tra commedia, saggio pop, rottura della quarta parete e stile documentaristico, non era mai arrivato a quei livelli nel cinema mainstream. \u00c8 grazie a La grande scommessa se oggi abbiamo il capolavoro seriale che \u00e8 Succession, ma anche i vani tentativi successivi di McKay di ricatturare quella scintilla, con i pedanti Vice e Don\u2019t Look Up.<\/p>\n<p>Per\u00f2 niente, nel 2015, o negli anni precedenti o a venire, raggiunge il livello di gloria esplosiva e cura artistica di Mad Max: Fury Road di George Miller. Riprendere un franchise di azione datato dopo decenni, con un regista che si avvicina alla vecchiaia e una produzione piena di ostacoli, aveva tutte le premesse del fallimento. Invece Fury Road, con il Max stoico di Tom Hardy, la Furiosa magnetica di Charlize Theron, il suo esercito di donne guerriere, gli stunt pratici che non invecchieranno mai e un mondo distopico costruito con un livello di dettaglio impressionante, straccia ogni aspettativa. Non solo rilancia Mad Max: alza l\u2019asticella del cinema d\u2019azione contemporaneo, conquista pubblico e critica e arriva persino alla nomination come miglior film. Non ha la scala n\u00e9 l\u2019influenza culturale de Il Signore degli Anelli, ma condivide quella sensazione rara in cui, contro ogni pronostico, ogni elemento cade al posto giusto e un film di genere diventa qualcosa di pi\u00f9 grande, in questo caso un\u2019epopea per le generazioni a venire. Cos\u00ec nascono le leggende.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Moonlight<br \/>\nBarry Jenkins<br \/>\n2016<\/p>\n<p>Il 2016 vede uscire il film-manifesto del sopracitato elevated horror: The Witch di Robert Eggers, horror folkloristico che divide pubblico e critica come pochi titoli di genere prima di lui e segna l\u2019inizio della scalata gotica del regista. Decisamente meno elevated \u00e8 Terrifier di Damien Leone, che non esplode al momento dell\u2019uscita ma, con il secondo capitolo, diventa un cult e consegna Art il Clown all\u2019immaginario horror contemporaneo.<\/p>\n<p>L\u2019anime Your Name. di Makoto Shinkai scioglie anche i cuori pi\u00f9 induriti, mentre il tragico e delicato Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan li infrange del tutto. Il film pi\u00f9 sottilmente commovente dell\u2019anno \u00e8 per\u00f2 Arrival di Denis Villeneuve, fantascienza visionaria e umana. Sul fronte dei supereroi, il colossale e confuso Batman v Superman di Zack Snyder mostra gi\u00e0 le crepe dell\u2019universo DC, mentre il becero e sgradevole Deadpool di Tim Miller soddisfa una nuova fetta di pubblico adulto di amanti dei cinecomic e delle parolacce.<\/p>\n<p>In Italia, Checco Zalone torna con il celeberrimo Quo vado?, diretto da Gennaro Nunziante, mentre Paolo Genovese porta in sala Perfetti sconosciuti, dimostrando che un film italiano popolare pu\u00f2 non essere una commedia tout-court.<\/p>\n<p>Il 2016 verr\u00e0 per\u00f2 ricordato come l\u2019anno in cui l\u2019Oscar come miglior film viene prima annunciato a La La Land di Damien Chazelle, grandioso e influente musical nonch\u00e9 lettera d\u2019amore a Hollywood, e poi tolto per essere consegnato a Moonlight di Barry Jenkins. Per una volta l\u2019Oscar fa la scelta inaspettata, e quella giusta, consacrando un film intimo sull\u2019esperienza nera e queer. Moonlight \u00e8 importante per le prospettive che Hollywood ha ignorato troppo a lungo, ma \u00e8 anche un lavoro magistrale di racconto visivo e scrittura dei personaggi, che non si esauriscono mai nelle loro etichette, siano esse spacciatore, tossicodipendente, violento od omosessuale. Inoltre, l\u2019Oscar a Moonlight consacra definitivamente anche A24, il cui logo da quel momento diventa una promessa di capolavoro del cinema indipendente, anche se quella promessa non viene sempre mantenuta.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Scappa \u2013 Get Out<br \/>\nJordan Peele<br \/>\n2017<\/p>\n<p>Nel 2017 esce Twin Peaks: The Return, terza stagione della serie leggendaria di David Lynch, che il regista insiste nel considerare un film; per rispetto del genio, non posso che menzionarla. Quest\u2019anno, comunque, non mancano film nel senso pi\u00f9 classico del termine: Christopher Nolan torna con Dunkirk, in cui adatta le sue fissazioni per gli effetti speciali pratici e le strutture temporali alla Seconda guerra mondiale; Martin McDonagh realizza il controverso e sincero Tre manifesti a Ebbing, Missouri; Denis Villeneuve firma Blade Runner 2049, ampliando il world building e la filosofia del primo film con una visione maestosa e personale.<\/p>\n<p>Sean Baker dirige Un sogno chiamato Florida, toccante e geniale, affinando la sua poetica e conquistando un pubblico pi\u00f9 ampio. Paul Thomas Anderson si riunisce con Daniel Day-Lewis per Il filo nascosto, finissimo, elegante e perverso. Greta Gerwig porta tatto e schiettezza nel coming of age con Lady Bird. Pi\u00f9 di nicchia sono Raw di Julia Ducournau, disgustoso e accattivante, e la febbrile notte da incubo di Good Time di Josh e Benny Safdie, che mette definitivamente i due fratelli sul radar.<\/p>\n<p>All\u2019opposto dello spettro ci sono i blockbuster: Wonder Woman di Patty Jenkins, primo grande kolossal di supereroi con una protagonista donna (ma non per questo un buon film); Justice League di Zack Snyder, segnato da riscritture, cambio di regia e produzione tormentata, fino a diventare il simbolo del naufragio dell\u2019universo DC; e It di Andy Muschietti, molto popolare ma niente di rilevante sul piano cinematografico. L\u2019Oscar va a La forma dell\u2019acqua di Guillermo del Toro, film grossolano e prosaico ma dolce e curato, e comunque significativo per l\u2019Academy, che non premiava un fantasy da Il Signore degli Anelli.<\/p>\n<p>Una parte di me vorrebbe scegliere Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, per la sua capacit\u00e0 di consolidare con delicatezza un immaginario italiano e renderlo universale attraverso uno sguardo preciso, e anche perch\u00e9 segna il lancio definitivo di Timoth\u00e9e Chalamet. Ma il film dell\u2019anno non pu\u00f2 che essere Scappa \u2013 Get Out di Jordan Peele.<\/p>\n<p>Da una prospettiva europea, inclusa la mia, Get Out pu\u00f2 sembrare troppo didascalico nei contenuti e troppo grossolano nell\u2019umorismo per essere considerato un capolavoro, ma non si pu\u00f2 ignorare l\u2019importanza che ha avuto sia per l\u2019horror sia per la rappresentazione afroamericana nel cinema mainstream. Jordan Peele \u00e8 il primo di una serie di autori di sketch comici trasformati in ottimi registi horror, e il suo esordio \u00e8 una critica sarcastica del liberalismo bianco americano, troppo rapido nel considerare superato un passato razzista che \u00e8 invece ancora vicino e strutturale. Influenza il genere, consolida ulteriormente Blumhouse come modello produttivo per l\u2019horror a basso budget e alto rendimento, e si rivela profetico nel rapporto tra razza, politica e immaginario americano, anticipando tensioni che esploderanno pochi anni dopo con le proteste di Black Lives Matter.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Hereditary \u2013 Le radici del male<br \/>\nAri Aster<br \/>\n2018<\/p>\n<p>La rappresentazione culturale afroamericana \u00e8 un grande tema anche nel 2018, soprattutto con Black Panther di Ryan Coogler. Pur restando, nei contenuti, un film Marvel convenzionale, riesce a creare il mito di Wakanda, a trasformare il saluto a braccia incrociate in un gesto pop globale e a dare un ruolo centrale al compianto Chadwick Boseman, cos\u00ec promettente e cos\u00ec prematuramente scomparso. Una pretesa simile di rappresentazione sembra averla anche Green Book di Peter Farrelly, vincitore dell\u2019Oscar come miglior film, ma il risultato \u00e8 un feelgood movie gi\u00e0 datato al momento dell\u2019uscita.<\/p>\n<p>Successo enorme, e ancora meno meritato, ottiene anche Bohemian Rhapsody di Bryan Singer, biopic povero e convenzionale che non rende giustizia a un protagonista che di convenzionale non aveva nulla. Successo non immeritato, ma comunque esorbitante, ottiene invece Avengers: Infinity War di Anthony e Joe Russo, prima parte del secondo grande finale di stagione del Marvel Cinematic Universe, con l\u2019ingresso di Thanos e lo schiocco di dita di cui \u00e8 difficile negare l\u2019impatto.<\/p>\n<p>A proposito di crossover, Ready Player One di Steven Spielberg, pur essendo uno dei punti pi\u00f9 bassi della carriera del regista, riunendo in un kolossal digitale decine di IP diverse, da film cult a videogiochi, intercetta pubblici provenienti da ogni angolo della cultura nerd, in una strategia che verr\u00e0 adottata ripetutamente in seguito. Nello stesso anno esce anche il terzo adattamento cinematografico di Spider-Man in quindici anni, e il migliore: Spider-Man: Into the Spider-Verse, che con il suo stile d\u2019animazione si avvicina al linguaggio del fumetto pi\u00f9 di qualsiasi cinecomic precedente. Grande successo ha anche A Star Is Born di Bradley Cooper, trainato dalla Shallow di Lady Gaga e da una centralit\u00e0 pop che sembrava destinata a durare pi\u00f9 di quanto sia poi accaduto davvero.<\/p>\n<p>Blockbuster a parte, il 2018 offre il film pi\u00f9 popolare di Yorgos Lanthimos fino a quel momento, La favorita; il geniale e sovversivo Suspiria di Luca Guadagnino, che dopo il romance adolescenziale chiarisce subito di non voler essere incasellato; il violentissimo La casa di Jack di Lars von Trier, in egual parte divertente e disturbante; il glaciale Burning di Lee Chang-dong, adattamento da Haruki Murakami che ne coglie (ed eleva) l\u2019atmosfera misteriosa, radicandola in un conflitto di classe della Corea contemporanea; e First Reformed di Paul Schrader, racconto sincero e spiazzante di un prete che scivola verso l\u2019estremismo ambientalista.<\/p>\n<p>Una menzione a parte va a Roma di Alfonso Cuar\u00f3n, poetico e intimo ritratto in bianco e nero del Messico in cui il regista \u00e8 cresciuto, filtrato attraverso lo sguardo della sua domestica. Al di l\u00e0 dei meriti del film, la sua influenza \u00e8 anche industriale, e non del tutto positiva: \u00e8 il primo titolo Netflix candidato all\u2019Oscar come miglior film, coronamento della strategia (presto abbandonata) con cui la piattaforma finanzia progetti personali di grandi autori che gli Studios tradizionali non sembrano pi\u00f9 disposti a sostenere.<\/p>\n<p>Ma, come l\u2019anno precedente, anche quest\u2019anno il film scelto \u00e8 un horror, cos\u00ec disturbante e minuzioso, cattivo e memorabile da influenzare direttamente decine di horror pretenziosi a venire, senza uno che si avvicinasse allo stesso livello. Parlo di Hereditary di Ari Aster: leggete qualsiasi intervista a uno dei nuovi registi horror degli ultimi anni e il suo nome comparir\u00e0 tra le loro influenze. E come non potrebbe?<\/p>\n<p>\u00c8 la perfetta realizzazione di un tropo classico, il rituale demoniaco su vittime innocenti, da Rosemary\u2019s Baby a The Wicker Man, ma filtrato attraverso perversioni e ossessioni del tutto soggettive e contemporanee e una crudelt\u00e0 personalissima. Aggiungete il fatto che molte classifiche lo considerano l\u2019horror pi\u00f9 spaventoso di sempre, una fotografia e un montaggio maniacali e performance fuori classe, e avrete un film che non vi toglierete mai pi\u00f9 dal subconscio.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Parasite<br \/>\nBong Joon-ho<br \/>\n2019<\/p>\n<p>Il 2019 \u00e8 uno di quegli anni in cui non c\u2019\u00e8 davvero da discutere su quale sia il film da scegliere. Quindi, senza fingere che ci sia stata una gara, parto dagli altri titoli degni di nota. Anzitutto i capolavori di due maestri: C\u2019era una volta a\u2026 Hollywood di Quentin Tarantino e The Irishman di Martin Scorsese, nei quali entrambi i registi si prendono il loro tempo per guardare indietro alle proprie carriere e farci i conti, il primo con un finale esplosivo ed entusiasmante, seppur dolceamaro, e il secondo con una conclusione silenziosa, demoralizzante e sentita.<\/p>\n<p>Tornano anche Robert Eggers, con l\u2019incubo in bianco e nero di The Lighthouse, e Josh e Benny Safdie, con Adam Sandler in un ruolo drammatico nell\u2019elettrizzante Diamanti grezzi, che porta su scala pi\u00f9 ampia la tensione costante gi\u00e0 sperimentata in Good Time. Sorprende anche C\u00e9line Sciamma con Ritratto della giovane in fiamme, stoica e commovente storia queer in costume.<\/p>\n<p>Sul piano del successo popolare, nessuno batte Avengers: Endgame di Anthony e Joe Russo, che chiude il periodo d\u2019oro della Marvel e conquista a lungo il record di incassi di sempre. Joker di Todd Phillips cattura invece il pubblico con la performance di Joaquin Phoenix e una nuova versione virale del personaggio, anche se, al di l\u00e0 dell\u2019impatto mediatico, non ha molto da dire, n\u00e9 una briciola della forza trasformativa del Joker di Heath Ledger.<\/p>\n<p>Ma non sorprender\u00e0 nessuno che il film dell\u2019anno sia Parasite di Bong Joon-ho. L\u2019allegoria della lotta di classe assume una forma travolgente, accessibile e imprevedibile, catapultando il cinema coreano al centro di Hollywood e del discorso culturale globale. \u00c8 il primo film non in lingua inglese a vincere l\u2019Oscar come miglior film, e il secondo nella storia capace di unire Palma d\u2019oro a Cannes e statuetta pi\u00f9 importante dell\u2019Academy.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 molto da dire su Parasite che non sia gi\u00e0 stato detto: domina critica e pubblico, \u00e8 squisito mentre lo si guarda e continua a fare riflettere dopo i titoli di coda, trovando un equilibrio raro tra regia estremamente intrattenente e contenuto complesso, politico e pungente. Non \u00e8 il mio film preferito dell\u2019anno, n\u00e9 il mio preferito di Bong Joon-ho, ma quando un\u2019opera supera confini considerati invalicabili senza annacquare la propria identit\u00e0, non resta che inchinarsi.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Nomadland<br \/>\nChlo\u00e9 Zhao<br \/>\n2020<\/p>\n<p>Nel 2020 arriva il Covid e l\u2019industria cinematografica tira il freno a mano. Ci sono diversi precedenti pesanti: Soul, il primo film Pixar a non uscire al cinema; l\u2019inaspettato passo falso di David Fincher con Mank, dimenticato poco dopo la sua uscita su Netflix; e il grande successo di Una donna promettente di Emerald Fennell, critica sociale scontata e pretenziosa che parla molto e dice poco, ma complice un anno poverissimo (e un\u2019ottima performance di Carey Mulligan) riceve ben pi\u00f9 attenzione del dovuto.<\/p>\n<p>Ricevono invece un\u2019attenzione pi\u00f9 meritata Un altro giro di Thomas Vinterberg, che trova un perfetto equilibrio tra dramma e commedia nel parlare dell\u2019alcol, e il sequel di Borat firmato da Jason Woliner, lontano dall\u2019irripetibilit\u00e0 del primo ma ancora dirompente nel suo ritratto grottesco e ravvicinatissimo dell\u2019America repubblicana. Notevoli, anche se meno noti, sono Possessor di Brandon Cronenberg, che eredita dal padre il talento per il body horror ma lo aggiorna con un\u2019estetica contemporanea, e Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, progetto sconfortante e complesso, non del tutto riuscito ma comunque perturbante, immerso nella psiche di uno dei grandi sceneggiatori-registi americani.<\/p>\n<p>Ma nel 2020 non escono molti film di reale influenza. Forse dovrebbe vincere Tenet di Christopher Nolan per essere l\u2019unico \u201cgrande\u201d film (per scala pi\u00f9 che per qualit\u00e0) di un anno in cui fare grandi film sembra impossibile. \u00c8 per\u00f2 anche il film meno riuscito di Nolan, con tutta l\u2019attenzione posta sulla gimmick temporale e poco riguardo per personaggi o contenuti. Va comunque ricordato per l\u2019ostinazione con cui viene difesa la sua uscita in sala; posticipato pi\u00f9 volte, sembra destinato allo streaming, ma Nolan insiste perch\u00e9 il film resti un evento cinematografico: Tenet deve riportare il pubblico al cinema e dimostrare che il grande schermo non \u00e8 pronto a morire. Ci riesce solo in parte, anche per colpa dell\u2019accoglienza mista, e resta pi\u00f9 importante per le condizioni della sua uscita che per ci\u00f2 che lascia davvero al linguaggio del cinema. Ci vorranno altri tre anni perch\u00e9 Nolan contribuisca davvero a rimettere il cinema al centro del discorso, ma nel 2020 Tenet rappresenta gi\u00e0 quel tentativo e una fiducia ostinata nel potere dell\u2019esperienza cinematografica.<\/p>\n<p>Il film dell\u2019anno \u00e8 quindi Nomadland di Chlo\u00e9 Zhao. Nel momento in cui milioni di persone si trovano costrette a fare i conti con isolamento, perdita, instabilit\u00e0 economica e trasformazione del lavoro, Zhao realizza un film capace di parlare del presente senza inseguire direttamente l\u2019attualit\u00e0. La storia di Fern, interpretata da Frances McDormand (terzo Oscar per lei), attraversa gli spazi marginali dell\u2019America e incontra veri nomadi che portano sullo schermo le proprie esperienze, sfumando continuamente il confine tra finzione e documentario. Nomadland \u00e8 un film piccolo e monumentale insieme: racconta vite fragili dentro paesaggi immensi, osservando i propri personaggi con dolcezza senza romanticizzarne la precariet\u00e0. Il suo successo, dalla vittoria a Venezia fino agli Oscar, impone una nuova autrice e dimostra che un\u2019opera quieta, contemplativa, diretta da una donna sino-americana e ambientata ai margini pu\u00f2 diventare il centro simbolico dell\u2019industria. Anche se forse il cinema doveva arrivare sull\u2019orlo del collasso perch\u00e9 ci\u00f2 potesse accadere.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Dune<br \/>\nDenis Villeneuve<br \/>\n2021<\/p>\n<p>Nel 2021 il cinema comincia a rimettersi in piedi. Spider-Man: No Way Home di Jon Watts \u00e8 un successo enorme, rilancia l\u2019idea del film-evento post-pandemia e consolida definitivamente Tom Holland e Zendaya come volti centrali del nuovo star system. Zendaya, per\u00f2, ha anche un altro film di tutt\u2019altro livello a rappresentarla, di cui parler\u00f2 a breve.<\/p>\n<p>Non mancano film pi\u00f9 piccoli e autoriali: non CODA di Sian Heder, vincitore dell\u2019Oscar come miglior film e gi\u00e0 evaporato dalla memoria collettiva, ma Drive My Car di Ry\u016bsuke Hamaguchi, che consolida il nuovo status del cinema asiatico in Occidente; Titane di Julia Ducournau, Palma d\u2019oro e visione allucinata sull\u2019identit\u00e0 tra body horror e sesso con autoveicoli; Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, il suo film pi\u00f9 intimo e contenuto dai tempi di Ubriaco d\u2019amore; Il potere del cane di Jane Campion, contraltare pi\u00f9 austero e cinico di I segreti di Brokeback Mountain nel territorio del western queer; e La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, character study adorabile, toccante e innovativo che porta il regista norvegese molto pi\u00f9 vicino al grande pubblico.<\/p>\n<p>In Italia Paolo Sorrentino, gi\u00e0 amatissimo ma ancora spesso percepito come autore per pochi, conquista una nuova fetta di pubblico nel momento in cui gira la macchina da presa verso i propri traumi personali con \u00c8 stata la mano di Dio. \u00c8 sorprendente vedere un regista da sempre allegorico, politico e barocco farsi vulnerabile e intimo, e osservare come la sostanza dell\u2019esperienza vissuta dia nuova anima alla sua capacit\u00e0 di costruire immagini. Contano sicuramente la produzione e la distribuzione capillare di Netflix, la candidatura all\u2019Oscar come miglior film internazionale e l\u2019anima partenopea del film, capace di conquistare molti spettatori gi\u00e0 dal titolo. Ma resta il fatto che \u00c8 stata la mano di Dio, pi\u00f9 de La grande bellezza, apre una nuova stagione per Sorrentino: non necessariamente pi\u00f9 compatta nel consenso (chi ha amato Parthenope e chi ha amato La grazia raramente coincide), ma pi\u00f9 centrale per immagine pubblica, attenzione e capacit\u00e0 di parlare anche a un pubblico meno cinefilo. Al cinema italiano non mancano i talenti: mancano, oltre ai finanziamenti, la fiducia nei propri mezzi e la capacit\u00e0 di pensarsi davvero come evento. Un successo come questo \u00e8 stato un\u2019iniezione necessaria, e mi sarebbe piaciuto eleggerlo a film dell\u2019anno.<\/p>\n<p>Ma il film dell\u2019anno non pu\u00f2 che essere Dune di Denis Villeneuve. Dopo il progetto mai realizzato di Alejandro Jodorowsky e l\u2019adattamento del 1984 di David Lynch, talmente compromesso da essere rinnegato dal regista stesso, Villeneuve affronta un romanzo considerato impossibile da tradurre sullo schermo e riesce, con grande tatto e intelligenza, a trasformarlo in un blockbuster accessibile. Continuo a pensare che questa riuscita abbia un prezzo: il film neutralizza in gran parte la stranezza, le ambiguit\u00e0 politiche e le componenti pi\u00f9 disturbanti del romanzo di Frank Herbert. Visivamente \u00e8 potentissimo, narrativamente \u00e8 ben oliato, ma resta pi\u00f9 vicino a un ottimo blockbuster di fantascienza che alla storia epica, politica e cupissima che Dune \u00e8 sulla pagina.<\/p>\n<p>Potrei sbagliarmi, e pi\u00f9 ci si avvicina al presente pi\u00f9 giudicare l\u2019influenza dei film diventa un esercizio di congettura, ma non sono convinto che questa saga lascer\u00e0 un segno profondo sui filmmaker del futuro. D\u2019altro canto, se Tenet non ha vinto nel 2020, \u00e8 logico scegliere Dune per il 2021: rimandato durante la pandemia, arriva finalmente in sala, conquista critica e pubblico e riesce dove il film di Nolan aveva fallito, diventando il film-evento dell\u2019anno. In un momento in cui l\u2019industria non sa ancora se gli spettatori torneranno nelle sale, Villeneuve costruisce un universo che richiede uno schermo enorme, un sistema audio assordante e l\u2019abbandono di ogni distrazione domestica. Pu\u00f2 non essere il film pi\u00f9 radicale dell\u2019anno, n\u00e9 rientrare tra quelli che apprezzo particolarmente, ma nessun altro incarna con altrettanta chiarezza il ritorno dell\u2019ambizione nel blockbuster post-pandemia.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>RRR<br \/>\nS.S. Rajamouli<br \/>\n2022<\/p>\n<p>Leviamo subito l\u2019elefante dalla stanza: non ritengo Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert il film pi\u00f9 importante del 2022. \u00c8 unico, ambizioso e per molti versi riuscito, e che un film del genere abbia vinto l\u2019Oscar come miglior film ha dell\u2019incredibile, in senso positivo. Ma \u00e8 tanto esuberante formalmente quanto gi\u00e0 visto sul piano dei contenuti, e dubito che regger\u00e0 il test del tempo.<\/p>\n<p>Quest\u2019anno escono film che considero migliori e pi\u00f9 importanti. Nope di Jordan Peele vede il regista ritrovare il controllo dopo il passo falso di Noi, con un film di ambizione e stranezza profonde, non di superficie. Aftersun di Charlotte Wells \u00e8 uno dei migliori esempi recenti di cinema intimo, a scala ridottissima, ma di enorme impatto emotivo e culturale. Sono notevoli anche X e Pearl di Ti West, primi due capitoli della trilogia horror vintage con Mia Goth; The Batman di Matt Reeves, che mantiene la cupezza del personaggio recuperando molto pi\u00f9 del suo carattere fumettistico; e Le otto montagne di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, altra iniezione di fiducia nel cinema italiano.<\/p>\n<p>Zach Cregger, altro comico diventato regista horror, realizza Barbarian, che fa pi\u00f9 scalpore di quanto meritasse ma gli permette di arrivare a Weapons tre anni dopo, quindi ben venga. Anche Triangle of Sadness di Ruben \u00d6stlund riceve un successo a mio parere eccessivo: \u00d6stlund affianca Joachim Trier nella nuova onda mainstream del cinema nordico, ma la sua critica di classe \u00e8 troppo esplicita e scandita, soprattutto dopo Parasite. Questo non toglie ambizione, controllo registico e una prima met\u00e0 demenziale memorabile.<\/p>\n<p>Sul piano delle grandi produzioni, James Cameron torna a Pandora con Avatar \u2013 La via dell\u2019acqua, meno riuscito del primo ma non meno impressionante sul piano tecnico e capace di confermare il potere commerciale del franchise. Il film migliore dell\u2019anno, e forse degli ultimi dieci anni per me, \u00e8 T\u00c1R di Todd Field: un film di medio-budget come ormai se ne vedono pochi, terzo lungometraggio del regista e suo primo film dopo sedici anni, costruito come un biopic su una celebre direttrice d\u2019orchestra fittizia talmente dettagliato e credibile che molti hanno creduto esistesse davvero. Con la sua migliore performance, Cate Blanchett porta in vita un personaggio reale, affascinante e problematico, alle prese con la cancel culture, il potere e l\u2019ambizione dell\u2019arte. Rifiutando qualsiasi retorica o morale esplicita, ma attraverso una regia lucidissima e momenti memorabili (quel finale!), T\u00c1R tratta questi temi attualissimi con una sincerit\u00e0 e una precisione rare, e per questo credo che i registi del futuro ci torneranno a lungo.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 T\u00c1R il film che ritengo pi\u00f9 influente dell\u2019anno, anche se potrebbe diventarlo con il tempo. Se Parasite meritava attenzione per aver superato confini senza compromettersi, lo stesso vale per RRR di S. S. Rajamouli. Sul piano dei contenuti i due film non possono essere paragonati, essendo RRR essenzialmente cinema di puro intrattenimento; ma il suo valore sta nell\u2019aver portato in Occidente, con una forza dirompente, il linguaggio spettacolare, ingenuo, fisico e travolgente del cinema commerciale indiano che il blockbuster occidentale sembra aver perso da tempo, il tutto con un film di tre ore, in lingua telugu. Se riesce a conquistare un pubblico generalista nonostante le barriere culturali, \u00e8 prova della sua vitalit\u00e0 e qualit\u00e0. Come i capolavori coreani si sono fatti strada gradualmente sugli schermi occidentali, si pu\u00f2 sperare che RRR apra una breccia simile per il cinema indiano, rimasto finora ignoto alla maggioranza del pubblico internazionale.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>La zona d\u2019interesse<br \/>\nJonathan Glazer<br \/>\n2023<\/p>\n<p>Di nuovo, anticipo la delusione delle aspettative: il 2023 \u00e8 l\u2019anno di Barbenheimer, ma n\u00e9 Barbie di Greta Gerwig n\u00e9 Oppenheimer di Christopher Nolan sono, a mio parere, i film pi\u00f9 influenti dell\u2019anno. Sono senza dubbio due enormi successi economici, di pubblico e di critica, e servivano a un\u2019industria cinematografica ancora traballante dopo la pandemia. Per essere i blockbuster dell\u2019anno, sono anche entrambi film di qualit\u00e0 ben superiore alla media. Ma Oppenheimer, nonostante il cast stellare e la fattura egregia, resta essenzialmente un biopic non particolarmente ambizioso; mentre Barbie, nonostante un carisma e un umorismo contagiosi, resta essenzialmente un prodotto commerciale in cui la poetica di Gerwig trova spazio per elevare il materiale ma non abbastanza per lasciare un segno duraturo.<\/p>\n<p>Tra i due, Barbie ha avuto l\u2019impatto maggiore, sia nella cultura pop sia nell\u2019industria, dimostrando anche che non tutti i film tratti da IP devono essere senz\u2019anima; ma il primo posto lo merita un altro film. Prima, per\u00f2, vanno menzionati gli altri titoli dell\u2019anno, a partire dai promettenti esordi horror di ex YouTuber, Talk to Me di Danny e Michael Philippou e soprattutto Skinamarink di Kyle Edward Ball, uno degli horror pi\u00f9 sperimentali e visceralmente spaventosi degli ultimi anni.<\/p>\n<p>Sorvolando su Saltburn di Emerald Fennell, che continua a far parlare molto di film che dicono poco, va ricordato il fantastico La chimera di Alice Rohrwacher, conferma di una sensibilit\u00e0 estetica e narrativa unica e apparente salto di carriera internazionale della regista. Un grande contendente al titolo \u00e8 anche Povere creature! di Yorgos Lanthimos, per la sua popolarit\u00e0 nonostante stranezza e contenuto sessuale esplicito, anche se il passaggio definitivo di Lanthimos verso il grande pubblico sembra averne smussato l\u2019affilatezza, e quindi anche la capacit\u00e0 di incidere.<\/p>\n<p>Ma per affilatezza, impatto e radicalit\u00e0 nessun film recente si avvicina a La zona d\u2019interesse. Jonathan Glazer si prende un decennio dopo Under the Skin e torna con un\u2019opera rigorosa, metodica, monolitica, destinata a essere ricordata a lungo. Se non altro per la capacit\u00e0 di affrontare frontalmente un tema come l\u2019Olocausto in un momento in cui i traumi del passato vengono utilizzati come giustificazione per nuovi orrori.<\/p>\n<p>Glazer rifiuta retorica e dramma, cogliendo nella sua vuotezza disorientante il modo in cui l\u2019uomo sa disumanizzare il prossimo e proseguire nella propria quotidianit\u00e0 anche di fronte all\u2019orrore pi\u00f9 incomprensibile. La zona d\u2019interesse \u00e8 insieme monumentale e contenuto, visivamente coerente, sonoramente innovativo, radicale anche nel suo dispositivo di regia, che rifiuta ogni spettacolarizzazione attraverso telecamere fisse e nascoste, riprese notturne termiche e uno script ridotto all\u2019osso. Tutto risponde alla necessit\u00e0 di esporre il male, non di renderlo narrativamente consumabile, perch\u00e9 nel momento in cui lo si racconta lo si addomestica, e lo si predispone alla propaganda. Glazer sceglie la sottrazione come forma di responsabilit\u00e0, contro ogni consolazione e ogni falsa comprensione, e ogni volta che l\u2019uomo si macchier\u00e0 le mani con crimini folli, saranno le poche opere come questa le uniche ad avere senso.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Anora<br \/>\nSean Baker<br \/>\n2024<\/p>\n<p>Pi\u00f9 ci si avvicina al presente, pi\u00f9 diventa difficile distinguere ci\u00f2 che \u00e8 notevole ma destinato a passare da ci\u00f2 che rimarr\u00e0 e potr\u00e0 cambiare davvero il panorama del cinema a venire. Per il 2024 procedo quindi per esclusione.<\/p>\n<p>Emilia P\u00e9rez di Jacques Audiard affronta la transizione di genere con una disinvoltura inedita e forse rivoluzionaria, ma la inserisce in un film melodrammatico e spesso ottuso. Megalopolis di Francis Ford Coppola \u00e8 importante soprattutto come monumentale fallimento, pur lasciando intravedere il barlume di un film epico che non vedremo mai. Ho amato sia Challengers sia Queer di Luca Guadagnino, cos\u00ec diversi da rendere inconcepibile che vengano dallo stesso regista, ma restano entrambi progetti troppo contenuti per immaginare un impatto duraturo, anche se sarebbe auspicabile vedere pi\u00f9 romance thriller scoppiettanti o pi\u00f9 immaginazione visiva psichedelica nel cinema mainstream.<\/p>\n<p>Ho amato ancora di pi\u00f9 The Brutalist di Brady Corbet, film duro e senza compromessi, un\u2019epica a budget contenuto capace di far impallidire produzioni mastodontiche, che guarda anch\u2019essa nel buio dell\u2019uomo senza trovarvi un senso, ma che temo non abbia avuto l\u2019impatto necessario per diventare uno spartiacque. No Other Land di Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor \u00e8 un film necessario e influente nel presente, ma \u00e8 cos\u00ec specifico, e formalmente cos\u00ec lineare, che non lo si immagina un\u2019opera capace di influenzare a lungo termine il linguaggio del cinema.<\/p>\n<p>Se si guarda all\u2019influenza immediata, niente batte The Substance di Coralie Fargeat, che ha fatto parlare il mondo intero portando con stile il body horror allegorico a un pubblico generalista. Resta per\u00f2 un film fondamentalmente derivativo: prende un linguaggio familiare agli appassionati dell\u2019horror pi\u00f9 estremo e lo rende digeribile alle masse per consegnare un messaggio semplice. Fa scalpore perch\u00e9 il grande pubblico non \u00e8 abituato a vedere immagini cos\u00ec disgustose, ma non le inventa e non spinge davvero il genere in una direzione nuova. Nel migliore dei casi, aprir\u00e0 la strada a film cruenti pi\u00f9 popolari, ma non necessariamente pi\u00f9 radicali.<\/p>\n<p>Resta quindi Anora di Sean Baker, vincitore dell\u2019Oscar in uno dei rari casi recenti di oculatezza da parte dell\u2019Academy. Se i \u201cfilm da Oscar\u201d sono spesso quelli che raccontano una storia drammatica per consegnarci una lezione, Anora lavora in modo opposto. Come negli altri suoi film, Baker punta semplicemente la macchina da presa su un personaggio ai margini senza giudicarlo e senza trasformarlo in simbolo. Lo segue dentro vicende a tratti comiche, a tratti drammatiche, ma mai forzate al servizio di una morale.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 nel suo cinema una forma di neo-neorealismo: cerca l\u2019illusione della realt\u00e0 e suscita una partecipazione spontanea, pi\u00f9 vicina all\u2019ascolto della storia di un amico che alla normale identificazione narrativa. Se, nella celebre formula di Roger Ebert, i film sono macchine da empatia, la filmografia di Baker prende quell\u2019idea alla lettera. Non chiede altro allo spettatore se non empatia, soprattutto verso figure che il cinema tende spesso a usare come funzione narrativa o come problema sociale, come la sex worker Anora. \u00c8 ovvio che, in questo momento, non ho prove definitive dell\u2019influenza futura di Anora. Se dovessi giudicare solo il presente, sceglierei The Substance. Ma credo che Baker, soprattutto dopo l\u2019Oscar, possa riportare al centro un certo tipo di cinema diretto, povero solo in apparenza, profondamente umano.<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>Una battaglia dopo l\u2019altra<br \/>\nPaul Thomas Anderson<br \/>\n2025<\/p>\n<p>Siamo arrivati all\u2019ultimo dei primi venticinque anni del nuovo millennio, dopo aver seguito l\u2019evoluzione della settima arte anno per anno. Per molti anni scegliere \u00e8 stato difficile per l\u2019abbondanza di contendenti; per altri, per il motivo opposto. Pi\u00f9 ci si avvicina al presente, pi\u00f9 manca l\u2019aiuto del senno di poi, e pi\u00f9 ogni scelta diventa incerta, soggettiva, anche imprudente.<\/p>\n<p>Stabilire oggi quale sia il film pi\u00f9 influente del 2025 per il futuro del cinema suona in effetti ridicolo: diversi titoli in Italia sono usciti da pochi mesi, e c\u2019\u00e8 stato appena il tempo di digerirli. Ma per fortuna il 2025 \u00e8 uno di quegli anni in cui, con una certa sicurezza, per la capacit\u00e0 di tenere insieme forma e contenuto, critica e pubblico, un film svetta sugli altri.<\/p>\n<p>Non si tratta di Sentimental Value di Joachim Trier n\u00e9 di Hamnet di Chlo\u00e9 Zhao, entrambi meravigliosi e che mi hanno fatto piangere come non facevo da tempo. Non si tratta nemmeno di Bugonia di Yorgos Lanthimos o Frankenstein di Guillermo del Toro, nei quali i due autori indulgono nei propri istinti fino a realizzare opere che sembrano imitazioni grossolane dei loro successi precedenti.<\/p>\n<p>Un semplice incidente di Jafar Panahi e La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania sono film necessari, capaci di dare forma alla frustrazione contemporanea davanti a ci\u00f2 che accade nel mondo, ma proprio per questo restano ancorati a un\u2019urgenza molto specifica. Specifico in un altro senso, rivolto alla New York anni Novanta, \u00e8 anche Una scomoda circostanza \u2013 Caught Stealing di Darren Aronofsky: film minore ma riuscitissimo, che sarebbe bello vedere come possibile modello per una nuova onda di opere senza grandi pretese, eppure solide, intrattenenti e sorprendenti.<\/p>\n<p>Sir\u0101t di \u00d3liver Laxe offre invece un\u2019astrazione allucinata che mi ha spiazzato e affascinato, e che mi auguro possa ispirare altri autori; Weapons di Zach Cregger vede il regista affinare il suo tono, in equilibrio tra paura reale e improvvisi scarti comici; Marty Supreme di Josh Safdie, che adoro, d\u00e0 per\u00f2 gi\u00e0 l\u2019impressione di appartenere a quella categoria di film che sul momento sembrano il film dell\u2019anno e poco dopo vengono dimenticati. Un grande contendente \u00e8 I peccatori di Ryan Coogler, il titolo che pi\u00f9 si avvicina al fenomeno Get Out di Jordan Peele, e per certi versi lo supera persino, con il record assoluto di 16 nomination agli Oscar. Ne riconosco le intuizioni, a partire dall\u2019universalit\u00e0 della musica, ma mi estranea nei suoi lati da B-movie, che compongono la maggior parte del film. Anche considerando la differenza di percezione tra pubblico europeo e americano, rispetto alla precisione di Get Out, I peccatori\u00a0mi sembra pi\u00f9 importante per rappresentazione che per forma.<\/p>\n<p>Ma soprattutto non lo scelgo perch\u00e9 il 2025 \u00e8 l\u2019anno di Una battaglia dopo l\u2019altra di Paul Thomas Anderson. Dopo Il petroliere, Anderson ha realizzato una sfilza di capolavori, ma sempre in forma pi\u00f9 intima, obliqua e laterale; sembrava non voler pi\u00f9 ambire a quella scala, a quel corpo a corpo con l\u2019America. Fino al 2025, quando ci riprova e firma quello che pu\u00f2 essere considerato il secondo Grande Film Americano del XXI secolo.<\/p>\n<p>Una battaglia dopo l\u2019altra non \u00e8 perfezionato e a tenuta stagna quanto Il petroliere, e magari con il tempo quelle minuscole crepe inizieranno a fargli prendere acqua, ma quel poco che manca in rifinitura viene compensato dall\u2019entusiasmo. Dove Il petroliere era nobile, primordiale, impassibile, Una battaglia dopo l\u2019altra \u00e8 goffo, dolce e vivo. \u00c8 un manifesto sincero sul continuare a combattere anche quando non si vince, anche quando dopo una battaglia non arriva la pace, ma un\u2019altra battaglia. In un periodo di crescente sconforto e impotenza, soprattutto per i pi\u00f9 giovani, Paul Thomas Anderson dice che finch\u00e9 c\u2019\u00e8 lotta c\u2019\u00e8 futuro. \u00c8 un modo giusto per chiudere il primo quarto di secolo e passare il testimone a ci\u00f2 che verr\u00e0 dopo.<\/p>\n<\/li>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Abbiamo superato il primo quarto del XXI secolo, nonch\u00e9 del nuovo millennio, e in questi venticinque anni il&hellip;\n","protected":false},"author":3,"featured_media":615126,"comment_status":"","ping_status":"","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_share_on_mastodon":"0"},"categories":[1442],"tags":[23172,56842,339024,339025,203,454,339026,220139,339027,339028,339029,339030,204,1537,90,89,339031,339032,296988,339033,1521,339034,339035,339036,339037,339038,339039,4886,339040,339041,339042,339043,85526,339044],"class_list":["post-615125","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-film","tag-anora","tag-avatar","tag-boyhood","tag-e-stata-la-mano-di-dio","tag-entertainment","tag-film","tag-hereditary-le-radici-del-male","tag-i-figli-degli-uomini","tag-i-segreti-di-brokeback-mountain","tag-il-cavaliere-oscuro","tag-il-petroliere","tag-il-signore-degli-anelli-il-ritorno-del-re","tag-intrattenimento","tag-it","tag-italia","tag-italy","tag-la-zona-dinteresse","tag-mad-max-fury-road","tag-memento","tag-moonlight","tag-movies","tag-mulhollan-drive","tag-parasite","tag-rrr","tag-s-s-rajamouli","tag-saw-lenigmista","tag-scappa-get-out","tag-spider-man","tag-spring-breakers","tag-tenet","tag-the-social-network","tag-the-tree-of-life","tag-una-battaglia-dopo-laltra","tag-under-the-skin"],"share_on_mastodon":{"url":"","error":"Validation failed: Text character limit of 500 exceeded"},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/615125","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=615125"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/615125\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/615126"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=615125"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=615125"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=615125"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}