{"id":630728,"date":"2026-08-13T15:03:16","date_gmt":"2026-08-13T15:03:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/630728\/"},"modified":"2026-08-13T15:03:16","modified_gmt":"2026-08-13T15:03:16","slug":"oriente-occidente-di-rampini-patto-della-mecca-o-nato-islamica-cosi-la-guerra-cambia-il-medio-oriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/630728\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | Patto della Mecca o \u00abNato islamica\u00bb: cos\u00ec la guerra cambia il Medio Oriente"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Il luogo scelto vale quasi quanto le firme. Alla Mecca, citt\u00e0 santa dell\u2019Islam, il 7 agosto Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e il premier pachistano Shehbaz Sharif hanno sottoscritto <b>un patto di mutua difesa<\/b> fra Arabia saudita, Turchia e Pakistan. La formula centrale sembra presa in prestito dall\u2019articolo 5 della Nato: <b>un attacco armato contro uno dei tre sar\u00e0 considerato un attacco contro tutti<\/b>. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha detto che, \u00abtecnicamente\u00bb, il principio \u00e8 proprio quello della Nato. \u00c8 prevista inoltre la creazione di un comitato ministeriale e di un segretariato permanente in Arabia saudita. Erdogan non esclude allargamenti futuri; l\u2019Egitto \u00e8 il candidato pi\u00f9 ovvio.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nasce dunque una \u00abNato islamica\u00bb? <b>La risposta, per ora, \u00e8 no.<\/b> La Nato non nacque soltanto da una frase sulla difesa reciproca. Dietro il suo articolo 5 ci sono comandi integrati, basi, pianificazione militare comune, standardizzazione delle armi, esercitazioni, intelligence e soprattutto la potenza americana. Nulla di paragonabile esiste oggi fra Riad, Ankara e Islamabad. L\u2019accordo della Mecca contiene<b> una promessa politica impegnativa<\/b>, ma lascia nell\u2019ombra le modalit\u00e0 con cui quella promessa dovrebbe trasformarsi in azione militare.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Eppure sarebbe sbagliato liquidarlo come pura retorica. Il patto riunisce<b> tre potenze che hanno risorse complementari<\/b>. L\u2019Arabia saudita porta la ricchezza petrolifera e una delle pi\u00f9 elevate spese militari del mondo. La Turchia ha <b>il secondo esercito della Nato<\/b> per consistenza, un\u2019industria bellica in forte espansione, dai droni alle navi, e un\u2019esperienza militare maturata dalla Siria alla Libia. Il Pakistan aggiunge un grande esercito, una tradizione di cooperazione militare con i sauditi e soprattutto un attributo unico: <b>\u00e8 l\u2019unica potenza nucleare del mondo islamico<\/b>. Quest\u2019ultimo elemento alimenta da anni interrogativi su un\u2019eventuale <b>\u00abombrello atomico\u00bb<\/b> pachistano sull\u2019Arabia saudita. Islamabad ha negato che il precedente accordo bilaterale saudita-pachistano del 2025 contenesse una simile garanzia. Nulla di pubblico consente di affermare che la situazione sia cambiata.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per capire<b> perch\u00e9 questo accordo nasce adesso <\/b>bisogna partire dalla vulnerabilit\u00e0 saudita. Riad ha investito somme colossali nella difesa e per decenni<b> ha affidato la propria sicurezza in ultima istanza agli Stati Uniti<\/b>. Ma gli eventi recenti hanno incrinato quella certezza. Gli attacchi iraniani e quelli delle milizie filo-iraniane, insieme con la ripresa dell\u2019offensiva degli Houthi dallo Yemen, hanno mostrato che <b>neppure la presenza americana rende sicuro il Regno<\/b>. Alla vigilia della firma, secondo Reuters, l\u2019intelligence saudita si preparava alla possibilit\u00e0 di attacchi coordinati da Nord, attraverso le milizie irachene legate all\u2019Iran, e da Sud attraverso gli Houthi. Nel mirino potevano esserci <b>impianti energetici, porti e aeroporti<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il primo test \u00e8 arrivato quasi subito. Due giorni dopo la firma, gli Houthi hanno colpito con un drone una raffineria saudita dell\u2019Aramco. <b>Non si \u00e8 vista alcuna risposta militare collettiva<\/b>. \u00c8 il fatto su cui insiste Huda Albadi, esperta degli Emirati intervistata dal Jerusalem Post, che definisce l\u2019accordo una <b>\u00abtigre di carta\u00bb<\/b>: l\u2019Arabia saudita continua a subire attacchi dall\u2019Iran e dai suoi alleati senza che le solenni promesse di difesa comune producano una reazione visibile.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma il banco di prova degli Houthi pu\u00f2 essere letto anche al contrario. Non \u00e8 necessario immaginare soldati turchi e pachistani che combattono nelle montagne dello Yemen. <b>Il contributo pi\u00f9 utile adesso sarebbe fatto di radar, intelligence, sistemi antiaerei e anti-drone, guerra elettronica, sorveglianza marittima<\/b>. Sono proprio i settori nei quali Ankara e Islamabad possono rafforzare la vulnerabile difesa saudita. In questo senso il patto potrebbe cominciare a funzionare senza che scatti una guerra comune.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 qui che appare il primo paradosso. <b>L\u2019Iran \u00e8 una delle ragioni principali per cui l\u2019accordo esiste<\/b>; nello stesso tempo Teheran lo accoglie quasi come una propria vittoria. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha sottolineato il significato di un sistema regionale di sicurezza che riduca la dipendenza dagli Stati Uniti. <b>La soddisfazione iraniana \u00e8 comprensibile:<\/b> se tre alleati storici di Washington decidono di organizzarsi anche per conto proprio, significa che il monopolio americano della sicurezza nel Golfo si \u00e8 indebolito. Inoltre Teheran ha tutto l\u2019interesse a interpretare il patto come <b>una coalizione islamica che potrebbe rivolgersi contro Israele<\/b>, anzich\u00e9 come una cintura di sicurezza contro l\u2019Iran.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questa lettura, tuttavia, \u00e8 troppo strumentale. Per Riad la minaccia continua a venire dai missili e dai droni iraniani e delle milizie alleate di Teheran. Allison Minor dell\u2019Atlantic Council osserva che <b>Mohammed bin Salman sta costruendo una rete di partnership anzich\u00e9 sostituire un protettore con un altro<\/b>. Il regno vuole diminuire la dipendenza da un unico garante esterno e aumentare il proprio margine di manovra. \u00c8 <b>la strategia della diversificazione<\/b> applicata alla geopolitica: America, Pakistan, Turchia, accordi interni al Consiglio di cooperazione del Golfo, dialogo con la Cina, perfino canali aperti con l\u2019Iran.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Per l\u2019America, dunque, \u00e8 una buona o una cattiva notizia?<\/b> Le due risposte convivono. Il lato positivo: da anni Washington chiede agli alleati di assumersi una quota maggiore del costo della propria difesa. Se Turchia e Pakistan aiutano i sauditi a proteggere raffinerie, porti e rotte marittime, ci\u00f2 che gli Stati Uniti invocano diventa realt\u00e0. Inoltre<b> tutti e tre i firmatari hanno legami militari profondi con Washington<\/b>; la Turchia resta nella Nato. Un sistema regionale pi\u00f9 capace di difendersi pu\u00f2 alleggerire il carico su Washington senza diventare antiamericano.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La cattiva notizia \u00e8 pi\u00f9 strategica. Un\u2019analisi Reuters descrive il patto come parte della ricerca saudita di deterrenti aggiuntivi mentre Riad cerca di evitare di essere trascinata nella guerra fra Stati Uniti e Iran. Il Middle East Council vi legge <b>un tentativo di aumentare la \u00abpropriet\u00e0 locale\u00bb della sicurezza<\/b>. In questo senso tre partner importanti degli Stati Uniti stanno costruendo un\u2019assicurazione contro l\u2019eventualit\u00e0 che <b>la garanzia americana sia insufficiente<\/b>, imprevedibile o troppo costosa. L\u2019America non viene espulsa dal Golfo; perde per\u00f2 qualcosa che vale quasi quanto una base militare: l\u2019esclusiva del ruolo di garante. <b>E chi diversifica i propri protettori diversifica anche la propria politica estera<\/b>. Per Washington il patto \u00e8 quindi meno rassicurante sul piano dell\u2019influenza.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per Israele il bilancio pende pi\u00f9 chiaramente verso il negativo, anche se non nel senso pi\u00f9 allarmistico. L\u2019esperta emiratina Albadi teme che<b> l\u2019identit\u00e0 islamica attribuita all\u2019accordo<\/b> consenta ai governi firmatari di trasformare Israele nel nemico ufficiale, evitando di indicare l\u2019Iran. Un ministro pachistano, Khawaja Asif, ha invocato dopo la firma<b> un \u00abfronte militare unito\u00bb contro Israele<\/b>. Ankara ha rapporti pessimi con il governo israeliano. Islamabad non riconosce lo Stato ebraico. Riad ha congelato la normalizzazione che Trump vorrebbe rilanciare. Per Gerusalemme \u00e8 sgradevole la combinazione: <b>denaro saudita, potenza militare turca e l\u2019unico arsenale nucleare del mondo musulmano<\/b> dentro una cornice che insiste sulla solidariet\u00e0 islamica.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Eppure non bisogna confondere la retorica con una strategia di guerra. Persino un\u2019analisi del Times of Israel giudica<b> poco credibile<\/b> che i tre firmatari intendano trasformare l\u2019accordo in un\u2019alleanza militare anti-israeliana. La funzione immediata \u00e8<b> segnalare capacit\u00e0 di iniziativa regionale, non preparare un conflitto con Gerusalemme.<\/b> Per Mohammed bin Salman, per\u00f2, c\u2019\u00e8 una conseguenza importante. Negli anni scorsi uno degli incentivi alla normalizzazione con Israele era la possibilit\u00e0 di ottenere in cambio da Washington un trattato di sicurezza molto pi\u00f9 vincolante, insieme con cooperazione nucleare civile e armamenti avanzati. <b>Pi\u00f9 Riad riesce a costruirsi una rete alternativa di protezioni, meno urgente diventa pagare il prezzo politico della normalizzazione con Israele.<\/b> Il patto della Mecca non chiude quella porta. Ne riduce l\u2019urgenza. Ed \u00e8 forse questa, pi\u00f9 che l\u2019ipotesi remota di una guerra dei tre contro Israele, la conseguenza immediata pi\u00f9 negativa per Gerusalemme: si indebolisce uno degli incentivi che potevano portare l\u2019Arabia saudita negli Accordi di Abramo.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E poi c\u2019\u00e8 Erdogan. La Turchia \u00e8 il membro pi\u00f9 singolare del nuovo triangolo perch\u00e9 <b>appartiene gi\u00e0 alla Nato<\/b>. La politica estera di Erdogan moltiplica le appartenenze. <b>Ankara vuole essere indispensabile all\u2019Occidente senza essere subordinata all\u2019Occidente<\/b>; vuole parlare con Mosca senza diventare alleata della Russia; coltiva il mondo islamico e nello stesso tempo rimane dentro l\u2019Alleanza Atlantica. Il Middle East Council vede proprio nella Turchia <b>il motore intellettuale del progetto<\/b>: costruire una maggiore \u00abpropriet\u00e0 locale\u00bb della sicurezza regionale mentre gli Stati Uniti concentrano sempre pi\u00f9 attenzione e risorse sulla competizione con la Cina.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La Mecca scelta come sede e come nome non \u00e8 quindi un dettaglio scenografico. <b>I tre firmatari rappresentano tre centri storici molto diversi dell\u2019Islam sunnita: <\/b>il custode saudita dei luoghi santi, l\u2019erede turco dell\u2019Impero ottomano, la grande potenza musulmana dell\u2019Asia meridionale. Il richiamo alla <b>\u00abfratellanza e solidariet\u00e0 islamica\u00bb<\/b> compare esplicitamente nei documenti ufficiali. \u00c8 anche il limite dell\u2019idea di una Nato islamica.<b> Gli interessi dei tre non coincidono.<\/b> Per il Pakistan il problema esistenziale \u00e8 l\u2019India. Per l\u2019Arabia saudita sono Iran, Houthi e sicurezza del Golfo. Per Erdogan contano Siria, Mediterraneo orientale, rivalit\u00e0 con Israele e ambizione di leadership regionale. La storia mediorientale \u00e8 piena di <b>solenni alleanze militari rimaste sulla carta. <\/b>Perfino il precedente accordo saudita-pachistano non imped\u00ec a Islamabad, anni fa, di rifiutare la richiesta saudita di partecipare alla guerra nello Yemen.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L&#8217;immagine utile non \u00e8 una nuova Nato.<b> \u00c8 un Medio Oriente che diventa multipolare.<\/b> Nessuno vuole pi\u00f9 affidare la propria sicurezza a un solo protettore. Le alleanze si sovrappongono, senza essere esclusive. La guerra iraniana doveva<b> riaffermare la centralit\u00e0 della potenza americana <\/b>e ridisegnare gli equilibri regionali. Ha contribuito invece ad accelerare la ricerca di autonomia da Washington.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-08-13T14:54:51+02:00\" content=\"2026-08-13\">13 agosto 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Il luogo scelto vale quasi quanto le firme. 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