{"id":634607,"date":"2026-08-16T07:39:18","date_gmt":"2026-08-16T07:39:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/634607\/"},"modified":"2026-08-16T07:39:18","modified_gmt":"2026-08-16T07:39:18","slug":"il-paradosso-di-hormuz-lo-choc-energetico-non-piega-piu-i-potenti-e-il-conto-passa-ai-paesi-piu-fragili-e-alleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/634607\/","title":{"rendered":"Il paradosso di Hormuz: lo choc energetico non piega pi\u00f9 i potenti. E il conto passa ai Paesi pi\u00f9 fragili (e all\u2019Europa)"},"content":{"rendered":"<p>    di<br \/>\n    Stefano Agnoli<\/p>\n<p class=\"summary-art is-line-h-12 is-mr-t-20\">Quella della chiusura di Hormuz sembrava poter diventare una apocalisse energetica: invece il petrolio non \u00e8 esploso e la recessione non \u00e8 arrivata. Ma questo non \u00e8 il segnale che queste crisi non fanno paura: il conto \u00e8 solo passato di mano. E il rischio \u00e8 che si freni (o si fermi) la transizione green.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Doveva essere l&#8217;apocalisse energetica ma fino ad oggi non lo \u00e8 stata. Per mesi lo <b>Stretto di Hormuz<\/b> &#8211; un quinto del petrolio e del gas liquefatto del pianeta &#8211; \u00e8 rimasto in gran parte chiuso, eppure il prezzo del barile di Brent ha viaggiato in media poco sopra i 100 dollari, con un picco di 126 ad aprile, lontanissimo dai 200 che molti analisti temevano. Dopo la richiusura di luglio \u00e8 persino ripiegato in area 80-90 dollari (87 venerd\u00ec 14 agosto). <b>Nessuna recessione globale<\/b> (l\u2019ha confermato lo scorso luglio l\u2019Fmi), inflazione contenuta e mercati del gas che tengono. Insomma, malgrado gli allarmi del passato (\u00abla crisi energetica pi\u00f9 grave mai vista\u00bb, aveva detto il direttore esecutivo dell\u2019Iea, Fatih Birol) la tentazione potrebbe essere addirittura di chiudere il dossier: gli choc energetici non fanno pi\u00f9 paura.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 esattamente questo l&#8217;errore da evitare, avvertono in un saggio per \u00abForeign Affairs\u00bb Jason Bordoff (Columbia) e Meghan O&#8217;Sullivan (Harvard). <b>Perch\u00e9 il prezzo internazionale del petrolio non \u00e8 la prova di un sistema robusto<\/b>: \u00e8 da una parte il risultato di una congiuntura favorevole, e dall\u2019altra del fatto che l\u2019onere maggiore della crisi si \u00e8 semplicemente spostato, fuori dalla nostra visuale.\u00a0    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Qui sta la novit\u00e0 che capovolge mezzo secolo di geopolitica: <b>un tempo una crisi del petrolio umiliava le superpotenze \u2013 gli Usa e l\u2019Occidente dagli anni Settanta in poi &#8211; e le spingeva al cambiamento.\u00a0<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Ora i potenti \u2013 con gli Usa anche la Cina &#8211; sono meno toccati, addirittura aumentano il loro potere, e ad essere colpiti sono i pi\u00f9 fragili:<\/b> soprattutto i Paesi dell\u2019Asia e dell\u2019Africa che a stento possono far sentire la propria voce e, in misura minore, anche la \u00abdebole\u00bb Europa.<\/p>\n<p>    <b>Il non-choc \u00e8 un&#8217;illusione ottica<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">I cuscinetti che hanno assorbito il colpo erano tutti presenti prima della guerra: un mercato petrolifero in eccesso di offerta, le scorte piene, il greggio russo sanzionato da piazzare a prezzi stracciati. Hanno poi contribuito gli oleodotti sauditi ed emiratini che aggirano lo Stretto &#8211; oltre 5 milioni di barili al giorno dirottati, che hanno ridotto l&#8217;ammanco del Golfo da 20 a circa 13 milioni &#8211; e il pi\u00f9 grande rilascio di riserve strategiche mai coordinato dall&#8217;Iea. <b>Ha aiutato perfino la psicologia: gli annunci ripetuti di Donald Trump su un accordo imminente<\/b>, spesso in momenti sensibili, hanno spinto gi\u00f9 i prezzi. La domanda mondiale, poi, \u00e8 calata: circa 5 milioni di barili al giorno in meno nel secondo trimestre.<b> Il problema, per\u00f2, \u00e8 che questi ammortizzatori si sono ormai logorati<\/b>: le scorte sono state svuotate, le infrastrutture restano sotto tiro e sono riparabili in anni (soprattutto quelle del gas), le rotte alternative sono sempre pi\u00f9 fragili, da Bab el Mandeb a Suez, fino a Panama. Una seconda fase della crisi sarebbe assai pi\u00f9 dura della prima.<\/p>\n<p>    <b>La nuova geografia del potere<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 qui lo sviluppo pi\u00f9 spiazzante. <b>Gli Stati Uniti, un tempo ostaggio del petrolio mediorientale, ne escono pi\u00f9 forti: la loro economia \u00e8 quattro volte pi\u00f9 grande del 1973 ma ha consumi di greggio quasi invariati<\/b>. Sono oggi il primo produttore mondiale oil&amp;gas e per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale sono stati (brevemente nelle scorse settimane) un esportatore netto. La Federal Reserve di Dallas stima che uno choc come quello attuale nel 1980 avrebbe tagliato la crescita americana di 5,6 punti. Oggi di appena 0,3.\u00a0Sul gas la frattura \u00e8 ancora pi\u00f9 netta: mentre in Europa e in Asia i prezzi correvano verso i 20 dollari per Mmbtu, negli Stati Uniti sono tranquillamente rimasti sotto i 3 dollari.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ne discende, spiegano Bordoff e O\u2019Sullivan, un paradosso inquietante:<b> la superpotenza che genera l&#8217;instabilit\u00e0 \u00e8 anche quella pi\u00f9 schermata dalle sue conseguenze<\/b>. E chi non paga il conto, aggiungono, ha meno ragioni per moderarsi. Per decenni gli choc energetici hanno disciplinato i potenti. Oggi, paradossalmente, puniscono i vulnerabili e risparmiano i forti. Anche la Cina ha cambiato ruolo: primo importatore e maggiore detentore di scorte del mondo (1,4 miliardi di barili stimati), ha tagliato le importazioni di 5 milioni di barili al giorno e ridotto l&#8217;export di prodotti raffinati, scaricando il costo sui vicini asiatici. Le sue riserve sono diventate una leva geopolitica paragonabile alla vecchia capacit\u00e0 inutilizzata (la mitica \u00abspare capacity\u00bb) dei sauditi: se diventano l&#8217;ultima linea di difesa contro i picchi di prezzo, \u00e8 Pechino a decidere quanto salgono.<\/p>\n<p>    Chi paga davvero<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b\/>Il prezzo globale di petrolio e gas viene considerato \u00abgestibile\u00bb, ma l&#8217;aggiustamento avviene dove fa pi\u00f9 male. <b>I Paesi Ocse oggi valgono meno della met\u00e0 della domanda mondiale, contro i tre quarti del 1970<\/b>. Vuol dire che la \u00abdistruzione della domanda\u00bb arriva sotto forma di razionamento nei Paesi che hanno i bilanci pi\u00f9 fragili: India, Bangladesh, Laos, Sri Lanka, Filippine, Vietnam. Ma anche Egitto, Giordania, Pakistan. Il jet fuel ha toccato prezzi spot vicini a 200 dollari al barile. Decine di governi hanno varato centinaia di misure d&#8217;emergenza, dal Bangladesh che ha limitato l&#8217;aria condizionata al Laos che ha accorciato la settimana scolastica. Bruxelles e Washington vedono una crisi \u00abtollerabile\u00bb (l\u2019Italia e il Regno Unito un po\u2019 meno di Francia e Spagna) solo perch\u00e9 a pagarla per primi sono altri.<\/p>\n<p>    <b>L&#8217;Europa esposta, l&#8217;Italia che ci ripensa<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b\/>Per l\u2019Europa \u00e8 in parte una storia che gi\u00e0 conosciamo: <b>il vecchio continente ha retto grazie ai rigassificatori installati dal 2022, ma ha dovuto competere con l&#8217;Asia per i carichi di Lng, mentre l&#8217;inverno arriva con stoccaggi sotto la media<\/b>. Il prezzo europeo del gas \u00e8 comunque raddoppiato, da 32 a 64 euro per MWh, nulla per\u00f2 rispetto agli oltre 350 toccati nell\u2019agosto 2022 dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, anche perch\u00e9 i nuovi impianti di liquefazione, soprattutto americani, hanno coperto il 40-50% dei volumi persi. Non a caso diversi Paesi, Belgio, Danimarca e Italia tra questi, stanno rivedendo la storica chiusura al nucleare.<\/p>\n<p>    <b>La transizione green che non c&#8217;\u00e8<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L&#8217;ultimo paradosso smonta la narrazione consolatoria secondo cui ogni crisi accelera una risposta, in questo caso una transizione \u00abgreen\u00bb.<b> Se lo scenario-incubo si rivelasse gestibile, molti governi potrebbero concludere che conviene rafforzare il sistema oil&amp;gas, anzich\u00e9 superarlo<\/b>. E la sicurezza energetica pu\u00f2 anche portare al carbone con la stessa facilit\u00e0 con cui porta al solare: il Giappone ha riacceso vecchie centrali, la Corea del Sud ha tolto i limiti, l&#8217;India sta accelerando sulla carbochimica (utilizzare il carbone invece del petrolio come base per prodotti derivati e plastiche). Rystad stima 70 milioni di tonnellate di carbone aggiuntive in Asia nel 2026. Per l&#8217;Iea il consumo globale toccher\u00e0 un record proprio quest&#8217;anno.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La ricetta degli autori \u00e8 chiara:<b> usare meno petrolio resta la prima difesa -grazie all&#8217;efficienza, oggi servirebbe un rincaro reale quattro volte superiore per replicare lo choc del 1979 &#8211; insieme a scorte, mercati integrati e produzione domestica diversificata<\/b>. Con un monito a Washington: cio\u00e8 rimpolpare le riserve strategiche, ai minimi da mezzo secolo, resistere alla tentazione di bloccare l&#8217;export in nome della difesa dei prezzi interni, una misura che danneggerebbe alleati e credibilit\u00e0.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il pericolo vero, insomma, non \u00e8 tanto lo choc subito ma l&#8217;eccesso di fiducia che rischia di generare. L&#8217;arma energetica resta sul tavolo, lo scenario geopolitico si \u00e8 rovesciato ma non \u00e8 meno temibile, e il prossimo colpo potrebbe arrivare prima di quanto la volatilit\u00e0 e la calma apparente di queste settimane lasci credere.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/app-economia\/?intcmp=DL-app_nd_011024_corriere_ss_conomia\" target=\"_blank\" class=\"bck-app-banner\" rel=\"nofollow noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"bck-app-img\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/1756449670_863_app.png\"\/><\/p>\n<p>Nuova app <strong>L&#8217;Economia<\/strong>. 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