{"id":637371,"date":"2026-08-18T02:56:20","date_gmt":"2026-08-18T02:56:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/637371\/"},"modified":"2026-08-18T02:56:20","modified_gmt":"2026-08-18T02:56:20","slug":"koko-la-gorilla-che-parlava-della-morte-quel-misterioso-posto-tranquillo-che-ancora-interroga-la-scienza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/637371\/","title":{"rendered":"Koko, la gorilla che parlava della morte: quel misterioso \u201cposto tranquillo\u201d che ancora interroga la scienza"},"content":{"rendered":"<p>Pu\u00f2 un animale sapere che cosa significa <strong>morire<\/strong>? Il caso di <strong>Koko<\/strong>, la gorilla capace di comunicare attraverso centinaia di segni, resta uno degli episodi pi\u00f9 affascinanti e controversi nello studio della mente animale.<\/p>\n<p>Quando le chiesero dove andassero i gorilla dopo la <strong>morte<\/strong>, la sua risposta fu sorprendente: <strong>\u201ccomfortable hole, bye\u201d<\/strong>, qualcosa come <strong>\u201cbuco confortevole, addio\u201d<\/strong>. Non \u00e8 la prova che immaginasse un <strong>aldil\u00e0<\/strong>. Ma apre una domanda molto pi\u00f9 grande: quanto comprendono davvero gli animali della morte?<\/p>\n<p>Per quasi mezzo secolo <strong>Koko<\/strong> \u00e8 stata uno degli animali pi\u00f9 famosi al mondo. Gorilla femmina nata nel 1971 allo zoo di San Francisco, venne seguita dalla psicologa <strong>Francine \u201cPenny\u201d Patterson<\/strong> nell&#8217;ambito di un lungo progetto sulla comunicazione tra esseri umani e grandi primati.<\/p>\n<p>Koko non poteva parlare come un essere umano, ma impar\u00f2 a utilizzare un sistema di segni derivato dall&#8217;<strong>American Sign Language<\/strong>. Secondo la <strong>Gorilla Foundation<\/strong>, il suo vocabolario arriv\u00f2 a superare i mille segni, mentre la comprensione di parole inglesi sarebbe stata ancora pi\u00f9 ampia. Proprio alcune delle conversazioni attribuite a Koko hanno attraversato i decenni, entrando nell&#8217;immaginario collettivo. Nessuna, probabilmente, quanto quella relativa alla <strong>morte<\/strong>.<\/p>\n<p>\u201cDove vanno i gorilla quando muoiono\u201d? <strong>Koko<\/strong> aveva circa sette anni quando uno dei suoi interlocutori le pose una serie di domande molto particolari.<\/p>\n<p>Alla domanda su quando morissero i gorilla, Koko rispose con due segni traducibili approssimativamente come <strong>\u201cproblemi, vecchio\u201d<\/strong>. Poi arriv\u00f2 la domanda decisiva: dove vanno i gorilla quando muoiono?<\/p>\n<p>La sequenza registrata fu: <strong>\u201ccomfortable hole bye\u201d<\/strong>.<\/p>\n<p>Letteralmente: <strong>\u201cbuco confortevole, addio\u201d<\/strong>. Quando le venne chiesto invece come si sentissero i gorilla morendo, Koko utilizz\u00f2 il segno corrispondente a <strong>\u201csleep\u201d<\/strong>, sonno. Le frasi sono riportate nelle ricostruzioni del lavoro di Patterson e furono documentate gi\u00e0 negli anni Ottanta. \u00c8 soprattutto quel <strong>\u201ccomfortable hole\u201d<\/strong> ad aver alimentato negli anni interpretazioni quasi filosofiche: Koko avrebbe immaginato un luogo nel quale si va dopo la morte? La risposta scientificamente corretta \u00e8: non possiamo saperlo.<\/p>\n<p>Attribuire a quei tre segni una concezione dell&#8217;<strong>aldil\u00e0<\/strong> sarebbe un salto interpretativo enorme. Eppure liquidarli semplicemente come rumore o imitazione potrebbe essere altrettanto semplicistico.<\/p>\n<p>La domanda interessante \u00e8 un&#8217;altra: <strong>Koko possedeva almeno una rappresentazione mentale della differenza tra essere vivi ed essere morti?<\/strong><\/p>\n<p><strong>Il gattino che Koko perse<\/strong> Un altro episodio rende la questione ancora pi\u00f9 affascinante. Nel 1984 <strong>Koko<\/strong> ricevette un piccolo gatto, al quale venne dato il nome <strong>All Ball<\/strong>. Tra i due si svilupp\u00f2 un rapporto molto stretto. Quando il gatto mor\u00ec investito da un&#8217;automobile, Patterson raccont\u00f2 che <strong>Koko manifest\u00f2 comportamenti interpretati come tristezza<\/strong> e utilizz\u00f2 segni associati al <strong>pianto<\/strong> e alla <strong>sofferenza<\/strong>. In successive interazioni avrebbe indicato il gatto con espressioni comprendenti anche il concetto di <strong>&#8220;sonno&#8221;<\/strong>. Ancora una volta bisogna evitare una conclusione automatica. Provare sofferenza per la scomparsa di qualcuno non significa necessariamente possedere una concezione astratta della morte. Ma episodi simili acquistano un peso diverso quando vengono confrontati con ci\u00f2 che oggi sappiamo sul comportamento di molte altre specie.<\/p>\n<p>\u00c8 nata una vera scienza della morte negli animali. Negli ultimi anni si \u00e8 sviluppato un campo di ricerca specifico chiamato <strong>tanatologia comparata<\/strong>, che studia il comportamento degli animali davanti a individui morenti o morti. Gli studiosi osservano che le reazioni alla morte non appartengono esclusivamente alla nostra specie. Comportamenti particolarmente complessi sono stati descritti soprattutto nei <strong>primati<\/strong>, negli <strong>elefanti<\/strong>, nei <strong>cetacei<\/strong> e nei <strong>corvidi<\/strong>. Si tratta, curiosamente, di gruppi molto lontani dal punto di vista evolutivo ma accomunati da elevata <strong>complessit\u00e0 sociale<\/strong>, lunghi rapporti parentali e notevoli <strong>capacit\u00e0 cognitive<\/strong>. <strong>Scimpanz\u00e9<\/strong> e altri primati possono rimanere accanto a un compagno morto, toccarlo, esaminarne il corpo oppure modificare il proprio comportamento dopo la perdita. In alcune popolazioni di scimpanz\u00e9 \u00e8 stato osservato anche il <strong>trasporto per giorni o settimane dei piccoli morti<\/strong> da parte delle madri. La spiegazione di questi comportamenti resta discussa: possono riflettere attaccamento, difficolt\u00e0 a interrompere le cure materne o una qualche comprensione progressiva dell&#8217;<strong>irreversibilit\u00e0 della morte<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Gli elefanti<\/strong> costituiscono uno dei casi pi\u00f9 impressionanti. Sono stati osservati mentre esplorano con particolare attenzione <strong>carcasse e ossa<\/strong> di altri elefanti, utilizzando soprattutto <strong>proboscide<\/strong> e <strong>zampe<\/strong>. Non significa necessariamente che celebrino una sorta di funerale, come talvolta viene raccontato. Ma il comportamento appare sufficientemente particolare da aver attirato da anni l&#8217;attenzione degli etologi. Analogamente, nei cetacei sono stati descritti casi di <strong>femmine che continuano a sostenere o trasportare piccoli morti<\/strong>. Sono immagini potentissime per l&#8217;osservatore umano. Ma proprio per questo rappresentano una sfida scientifica: dobbiamo evitare di tradurre automaticamente il comportamento animale nelle categorie emotive della nostra specie.<\/p>\n<p><strong>Capire la morte<\/strong> non significa necessariamente sapere che <strong>moriremo<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Qui emerge una distinzione fondamentale.<\/strong> Quando diciamo che un essere umano <strong>\u201ccomprende la morte\u201d<\/strong> includiamo molte idee contemporaneamente: sappiamo che la morte \u00e8 <strong>irreversibile<\/strong>, che tutte le funzioni biologiche <strong>cessano<\/strong>, che <strong>riguarda tutti gli esseri viventi<\/strong> e soprattutto che <strong>un giorno riguarder\u00e0 anche noi<\/strong>. \u00c8 possibile per\u00f2 che queste componenti non debbano essere necessariamente presenti tutte insieme.<\/p>\n<p>Alcuni studiosi propongono quindi una <strong>definizione minima<\/strong>: un animale potrebbe possedere una <strong>rudimentale comprensione della morte<\/strong> se riconosce che un individuo morto \u00e8 entrato in uno <strong>stato irreversibile<\/strong> nel quale <strong>non pu\u00f2 pi\u00f9 comportarsi come prima<\/strong>.<\/p>\n<p>Non servirebbe, in altre parole, immaginare il proprio futuro funerale per capire che un compagno che <strong>non respira, non reagisce e non si muove<\/strong> <strong>non torner\u00e0 pi\u00f9 a essere quello di prima<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Questa ipotesi cambia completamente la prospettiva.<\/strong> La <strong>coscienza della morte<\/strong> potrebbe non essere un interruttore acceso o spento, ma una <strong>scala di comprensione<\/strong>. E allora <strong>Koko<\/strong> che cosa aveva capito? \u00c8 probabilmente <strong>impossibile ricostruirlo con certezza<\/strong>. Gli studi linguistici su Koko sono stati oggetto di <strong>critiche metodologiche<\/strong>. La stessa ripubblicazione di <strong>National Geographic<\/strong> del famoso articolo di <strong>Patterson del 1978<\/strong> avverte oggi che la <strong>ricerca successiva<\/strong> sul linguaggio dei primati ha prodotto un <strong>quadro molto pi\u00f9 complesso<\/strong> rispetto a quello immaginato all&#8217;epoca.<\/p>\n<p>Uno dei problemi riguarda inevitabilmente <strong>l&#8217;interpretazione<\/strong>. Koko utilizzava <strong>segni<\/strong> in conversazioni condotte da esseri umani che la conoscevano profondamente. Una sequenza gestuale poteva essere <strong>ambigua<\/strong>; il <strong>contesto<\/strong> della domanda poteva suggerire determinate risposte e il <strong>ricercatore<\/strong> poteva inconsapevolmente attribuire maggiore <strong>coerenza<\/strong> a una combinazione di segni. \u00c8 il problema dell&#8217;<strong>antropomorfismo<\/strong>: vedere intenzioni e pensieri umani dove potrebbero esserci meccanismi pi\u00f9 semplici. Ma esiste anche il rischio contrario: quello di <strong>rifiutare capacit\u00e0 cognitive animali<\/strong> semplicemente perch\u00e9 non assumono la nostra stessa forma.<\/p>\n<p><strong>Il confine tra emozione e coscienza<\/strong> La vera <strong>eredit\u00e0 scientifica del caso Koko<\/strong> potrebbe essere proprio questa. <strong>Non sappiamo<\/strong> se quella gorilla pensasse alla morte come noi. Non sappiamo se <strong>\u201ccomfortable hole\u201d<\/strong> fosse un&#8217;immagine mentale, un&#8217;associazione costruita nel tempo oppure semplicemente una combinazione di segni prodotta nel contesto della conversazione. Sappiamo per\u00f2 che oggi sarebbe sempre pi\u00f9 difficile descrivere gli animali socialmente complessi come organismi incapaci di riconoscere la perdita. La ricerca sulla <strong>tanatologia comparata<\/strong> mostra che <strong>numerose specie<\/strong> <strong>distinguono<\/strong> in qualche modo gli individui vivi da quelli morti e <strong>modificano profondamente il proprio comportamento<\/strong> davanti alla morte. Da qui a dire che <strong>contemplino la propria mortalit\u00e0<\/strong>, immaginino un <strong>\u201cdopo\u201d<\/strong> oppure costruiscano <strong>concetti spirituali<\/strong> c&#8217;\u00e8 ancora una <strong>distanza enorme<\/strong>. Ed \u00e8 proprio quella distanza a rendere il <strong>caso di Koko<\/strong> tanto affascinante. Perch\u00e9 forse la domanda pi\u00f9 interessante non \u00e8 se quella gorilla sapesse spiegare che cosa c&#8217;\u00e8 dopo la morte. \u00c8 capire <strong>quanto del mondo interiore degli altri animali continui ancora oggi a sfuggirci<\/strong> semplicemente perch\u00e9 <strong>non possediamo un linguaggio comune<\/strong> con cui chiederglielo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Pu\u00f2 un animale sapere che cosa significa morire? 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