{"id":644333,"date":"2026-08-22T13:28:13","date_gmt":"2026-08-22T13:28:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/644333\/"},"modified":"2026-08-22T13:28:13","modified_gmt":"2026-08-22T13:28:13","slug":"sinner-fermato-dal-ginocchio-quando-lo-sport-mette-alla-prova-articolazioni-e-tendini-e-cosa-centra-la-vitamina-d","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/644333\/","title":{"rendered":"Sinner fermato dal ginocchio: quando lo sport mette alla prova articolazioni e tendini e cosa c\u2019entra la vitamina D"},"content":{"rendered":"<p><strong>Jannik Sinner<\/strong> non giocher\u00e0 gli <strong>US Open 2026<\/strong>. Il <strong>numero uno del mondo<\/strong> ha scelto di fermarsi perch\u00e9 il <strong>ginocchio destro<\/strong> non \u00e8 ancora pronto per sopportare le sollecitazioni di uno Slam. Una decisione che apre una questione molto pi\u00f9 ampia: cosa succede alle articolazioni di un atleta sottoposte per anni a carichi, frenate, accelerazioni e cambi di direzione? E lo stesso rischio riguarda chi corre, gioca a tennis o fa sport soltanto nel tempo libero? La risposta sorprendente \u00e8 che lo <strong>sport moderato non \u201cconsuma\u201d necessariamente le articolazioni<\/strong>, mentre <strong>traumi, sovraccarichi estremi e recuperi insufficienti<\/strong> possono lasciare il segno. E nella complessa biologia di muscoli, ossa e tendini entra anche la <strong>vitamina D<\/strong>: fare sport all&#8217;aperto, per\u00f2, non garantisce automaticamente di averne abbastanza.<\/p>\n<p>Questa volta <strong>Jannik Sinner ha deciso di ascoltare il ginocchio<\/strong>. Il campione italiano ha annunciato il ritiro dagli <strong>US Open 2026<\/strong> per il persistente problema al <strong>ginocchio destro<\/strong> che gli aveva gi\u00e0 impedito di giocare a Montreal e Cincinnati. \u00abAbbiamo capito che ho ancora bisogno di tempo per recuperare\u00bb, ha spiegato Sinner dopo essere tornato ad allenarsi sul campo a Monte Carlo. Una rinuncia pesante per il <strong>numero uno del mondo<\/strong>, reduce da una stagione con un bilancio di <strong>44 vittorie e appena tre sconfitte<\/strong>. Ma proprio la decisione di non forzare permette di guardare oltre il singolo caso. Il corpo di un atleta professionista \u00e8 una macchina straordinariamente allenata ma non \u00e8 indistruttibile. Ogni servizio, scatto, arresto improvviso o cambio di direzione trasferisce forze attraverso piedi, caviglie, ginocchia, anche, muscoli e tendini. Nel tennis il problema \u00e8 particolarmente evidente: il giocatore accelera e frena continuamente, cambia direzione lateralmente, ruota il tronco mentre gli arti inferiori cercano stabilit\u00e0 e ripete questi gesti migliaia di volte. Non conosciamo in realt\u00e0 una diagnosi dettagliata del suo ginocchio ma il suo caso consente per\u00f2 di porre una domanda: fare molto sport pu\u00f2 usurare le articolazioni? La risposta \u00e8 meno intuitiva di quanto sembri. Il movimento, entro determinate condizioni, \u00e8 amico delle articolazioni. Il <strong>carico meccanico fisiologico<\/strong> contribuisce al mantenimento della funzione muscolare e articolare, mentre <strong>sedentariet\u00e0, aumento di peso e perdita di massa muscolare<\/strong> possono diventare a loro volta nemici del ginocchio. Una revisione delle evidenze su cammino, corsa e sport ricreativo ha trovato dati sostanzialmente rassicuranti: le comuni forme di attivit\u00e0 fisica non risultano associate alla progressione strutturale dell&#8217;artrosi del ginocchio e possono essere raccomandate anche a molte persone che presentano o rischiano di sviluppare artrosi. Il concetto, dunque, non \u00e8 \u201cpi\u00f9 corri, pi\u00f9 consumi la cartilagine\u201d. Una grande meta-analisi su oltre 125 mila persone aveva addirittura trovato una prevalenza di artrosi di anca o ginocchio del <strong>3,5% nei runner amatoriali<\/strong> contro il <strong>10,2% dei controlli sedentari o non corridori<\/strong>. Nei runner competitivi saliva invece al <strong>13,3%<\/strong>. Gli autori avvertivano che non era possibile stabilire un rapporto causale e che precedenti infortuni potevano contribuire alla differenza. \u00c8 esattamente qui che cambia lo scenario. <strong>Professionista e dilettante non sono la stessa cosa<\/strong>. Correre tre volte alla settimana non equivale ad allenarsi quotidianamente per competere ai massimi livelli. Nello sport professionistico entrano in gioco <strong>volumi e intensit\u00e0 enormemente superiori<\/strong>, insieme a competizioni ravvicinate, viaggi, superfici differenti e soprattutto una storia di piccoli e grandi traumi. Le ricerche sugli ex atleti d&#8217;\u00e9lite suggeriscono infatti una <strong>maggiore prevalenza di artrosi<\/strong>, soprattutto agli arti inferiori, rispetto alla popolazione generale. Ma c&#8217;\u00e8 un particolare fondamentale: <strong>gli infortuni precedenti<\/strong> sembrano avere un peso importante. <strong>Lesioni del legamento crociato, danni meniscali<\/strong> e altri traumi possono modificare nel tempo la biomeccanica dell&#8217;articolazione e aumentare il rischio successivo di artrosi. Una revisione sistematica sul rapporto tra sport e artrosi ha trovato un&#8217;associazione particolarmente evidente tra importanti precedenti lesioni e artrosi nei calciatori. Muoversi dunque fa bene, purch\u00e9 il carico sia proporzionato alla capacit\u00e0 dell&#8217;organismo di recuperare. Il rischio cresce quando aumentiamo improvvisamente chilometri o intensit\u00e0, continuiamo ad allenarci sopra un dolore persistente, torniamo troppo presto dopo un infortunio oppure chiediamo a muscoli e tendini uno sforzo al quale non sono stati progressivamente preparati. Non esiste tuttavia soltanto la cartilagine: ci sono i tendini. Ed \u00e8 qui che torna un altro protagonista dello sport: il <strong>tendine d&#8217;Achille<\/strong>. Il tendine non \u00e8 una semplice corda che collega muscolo e osso. \u00c8 un tessuto biologicamente attivo, continuamente sottoposto a microprocessi di adattamento e rimodellamento. Un carico adeguato lo rende capace di sopportare meglio le sollecitazioni. Un carico eccessivo rispetto alla capacit\u00e0 di recupero pu\u00f2 invece favorire <strong>tendinopatia<\/strong> e alterazioni della matrice tendinea. Ma negli ultimi anni \u00e8 emerso un elemento interessante: anche la <strong>vitamina D<\/strong> sembra partecipare alla biologia del tendine. Una review del 2024 che ha esaminato 14 studi descrive <strong>recettori per la vitamina D nel tessuto tendineo<\/strong> e possibili effetti sulla sintesi del collagene, sull&#8217;infiammazione e sui processi di mineralizzazione. Diversi studi osservazionali hanno inoltre associato <strong>bassi livelli di vitamina D<\/strong> a patologie tendinee o a una guarigione meno efficiente. Questo permette di rileggere anche un tema apparentemente estivo: <strong>sole, vitamina D e recupero dell&#8217;apparato muscolo-scheletrico<\/strong>.<\/p>\n<p>L&#8217;esposizione della pelle alla radiazione <strong>UVB<\/strong> permette all&#8217;organismo di sintetizzare <strong>vitamina D<\/strong> e la vitamina D partecipa alla <strong>salute muscolo-scheletrica<\/strong>. Una <strong>scoping review pubblicata nel 2025<\/strong> sulla vitamina D e sulla guarigione dopo riparazione chirurgica dei tendini ha trovato che la carenza era frequentemente associata a risultati peggiori, guarigione pi\u00f9 lenta e maggiore frequenza di nuove rotture. Ma otto dei dieci studi inclusi riguardavano la cuffia dei rotatori e la qualit\u00e0 complessiva delle prove era bassa. Gli autori sottolineavano esplicitamente la scarsit\u00e0 di studi su tendine d&#8217;Achille, rotuleo e flessori. \u00c8 quindi pi\u00f9 corretto dire che un adeguato stato della <strong>vitamina D<\/strong> potrebbe rappresentare una delle condizioni biologiche favorevoli alla <strong>salute tendinea<\/strong>. Ma un atleta non prende gi\u00e0 tantissimo sole? Immaginiamo un tennista professionista: ore sui campi, tornei in Paesi soleggiati, preparazione atletica all&#8217;aperto e vacanze. Sembrerebbe il candidato meno probabile a una carenza di vitamina D. E invece non \u00e8 necessariamente cos\u00ec. Una meta-analisi su 5.456 atleti d&#8217;\u00e9lite ha stimato un&#8217;<strong>insufficienza di vitamina D<\/strong>, utilizzando la soglia di 50 nmol\/L, in circa il <strong>30% degli atleti adulti<\/strong> e nel <strong>39% degli adolescenti<\/strong>, anche se per questi ultimi la differenza non risultava statisticamente significativa. Una precedente meta-analisi su 2.313 atleti, utilizzando una soglia pi\u00f9 alta per definire l&#8217;inadeguatezza, aveva trovato percentuali ancora maggiori e un rischio superiore durante inverno e primavera e negli sport indoor. Non c&#8217;\u00e8 contraddizione: molto dipende dalla soglia utilizzata per definire insufficienza o carenza. Il punto \u00e8 un altro: <strong>essere atleti non rende immuni da bassi livelli di vitamina D<\/strong>. La sintesi cutanea dipende da molti fattori, contano stagione, latitudine, ora del giorno, quantit\u00e0 di pelle esposta, pigmentazione cutanea, abbigliamento e caratteristiche individuali. Un atleta pu\u00f2 allenarsi all&#8217;aperto molto presto al mattino o nel tardo pomeriggio, quando la disponibilit\u00e0 di UVB \u00e8 diversa, oppure trascorrere una parte importante della preparazione in palestra. E poi esiste la stagionalit\u00e0. Il patrimonio di vitamina D accumulato durante l&#8217;estate non rappresenta necessariamente un&#8217;assicurazione sufficiente per tutto l&#8217;inverno. Da qui nasce un concetto interessante per lo sport professionistico ma valido anche per chi pratica attivit\u00e0 fisica normalmente: allenarsi molto e alimentarsi bene non significa automaticamente essere al riparo da ogni carenza nutrizionale. La vitamina D non dovrebbe essere considerata un integratore per \u201crinforzare i tendini\u201d da assumere indiscriminatamente. Prima viene lo stato individuale. Quando esiste il sospetto di una carenza, il parametro utilizzato nella pratica clinica \u00e8 la concentrazione ematica di <strong>25-idrossivitamina D [25(OH)D]<\/strong>. Correggere una vera carenza \u00e8 una cosa. Assumere dosi elevate senza indicazione nella speranza di proteggere automaticamente ginocchio, cartilagine e tendine d&#8217;Achille \u00e8 un&#8217;altra. E non \u00e8 dimostrato che portare la vitamina D oltre valori gi\u00e0 adeguati trasformi tendini sani in tendini pi\u00f9 resistenti agli infortuni ma occorre tenere d&#8217;occhio questo parametro. Un campione pu\u00f2 avere a disposizione preparatori, fisioterapisti, medici, nutrizionisti, diagnostica e programmi personalizzati, ma resta sottoposto alle leggi della biologia e il <strong>recupero ha bisogno di tempo<\/strong>. Per il professionista significa trovare il confine sottilissimo tra allenamento capace di produrre adattamento e carico che supera la capacit\u00e0 dei tessuti di recuperare. Per il dilettante significa qualcosa di ancora pi\u00f9 semplice: <strong>non avere paura del movimento, ma rispettare progressione, recupero e dolore<\/strong>. E per entrambi significa ricordare che la salute muscolo-scheletrica non dipende da un solo elemento. Contano carico di allenamento, forza muscolare, precedenti infortuni, sonno, alimentazione, peso corporeo, recupero e anche un corretto equilibrio di micronutrienti. La <strong>vitamina D<\/strong> appartiene a questo mosaico. Il sole contribuisce alla sua produzione, ma non \u00e8 una medicina per un tendine lesionato. Il messaggio delle decisione di <strong>Sinner<\/strong> sta proprio qui: nello sport ad altissimo livello <strong>fermarsi pu\u00f2 essere parte dell&#8217;allenamento quanto giocare<\/strong>. E quando un&#8217;articolazione chiede tempo, persino il numero uno del mondo deve concederglielo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Jannik Sinner non giocher\u00e0 gli US Open 2026. 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