{"id":661279,"date":"2026-09-02T10:58:16","date_gmt":"2026-09-02T10:58:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/661279\/"},"modified":"2026-09-02T10:58:16","modified_gmt":"2026-09-02T10:58:16","slug":"oriente-occidente-di-rampini-il-paradosso-di-putin-la-sua-escalation-in-europa-resuscitera-la-nato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/661279\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | Il paradosso di Putin: la sua escalation in Europa resusciter\u00e0 la Nato"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Si pu\u00f2 interpretare in diversi modi l\u2019escalation di provocazioni e micro-aggressioni che Vladimir Putin orchestra ai danni della Germania e di altri paesi sul fianco Nord-Est della Nato (quelle che accadono nell\u2019area baltica e scandinava non fanno quasi pi\u00f9 notizia). <b>Si pu\u00f2 pensare che lo Zar prepara un allargamento e intensificazione della sua guerra<\/b>: una fuga in avanti per dirottare l\u2019attenzione dai suoi fallimenti, al quinto anno di una invasione dell\u2019Ucraina che doveva durare poche settimane. In tal caso saremmo nello scenario di un lento scivolamento verso la terza guerra mondiale, ammesso che le vittime di questi attacchi vogliano e sappiano reagire.\u00a0<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Si pu\u00f2 pensare che stia semplicemente \u00abtestando\u00bb il grado di preparazione di quei paesi come la Germania che escono da decenni di disarmo, pacifismo, e letargo geopolitico; magari nella speranza di rafforzare al loro interno le correnti neutraliste e russofile come l\u2019estrema destra AfD. <b>Ma c\u2019\u00e8 un terzo scenario che Putin sembra non mettere in conto, e che invece sta acquistando pi\u00f9 probabilit\u00e0<\/b>: con la sua aggressivit\u00e0 ai danni dell\u2019Europa occidentale, lo Zar pu\u00f2 resuscitare un\u2019Alleanza atlantica che molti consideravano avviata verso un declino irreversibile. Non c\u2019\u00e8 nulla di pi\u00f9 efficace che un nemico in azione, per restituire una ragion d\u2019essere alla Nato.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Una tesi abbastanza simile viene sostenuta da due esperti americani al di sopra di ogni sospetto: Kurt Campbell e Rush Doshi, tutti e due di area democratica, due protagonisti della politica estera dell\u2019amministrazione Biden.<b> Il primo \u00e8 stato vicesegretario di Stato e coordinatore per l\u2019Indo-Pacifico alla Casa Bianca<\/b>. Il secondo era il responsabile per Cina e Taiwan nel National Security Council, sempre con Biden. Il loro saggio sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs, \u00abHow Alliances Survive\u00bb (Come sopravvivono le alleanze), \u00e8 una efficace confutazione del pessimismo oggi dominante sul futuro della Nato.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Campbell e Doshi ricordano un antefatto. <b>Nel 1984, la decisione dell\u2019amministrazione Reagan di schierare nell\u2019Europa occidentale i missili nucleari a medio raggio Pershing II<\/b> \u2013 bench\u00e9 presa come risposta a uno schieramento di missili nucleari sovietici \u2013 aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali citt\u00e0 europee. Alti esponenti dei governi francese, tedesco e italiano assediarono l\u2019allora segretario generale della Nato, il barone inglese Peter Carrington, fuori dal suo ufficio di Bruxelles. Le tensioni erano ancora forti. Gli europei si lamentarono: gli americani erano arroganti, spericolati e sprezzanti dei consigli degli alleati. Carrington li ascolt\u00f2. <b>Poi alz\u00f2 le spalle e pronunci\u00f2 il suo verdetto sul perch\u00e9 l\u2019indispensabilit\u00e0 americana imponesse agli alleati una certa indulgenza<\/b>: \u00abPurtroppo, questi sono gli unici americani che abbiamo\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Quell\u2019aneddoto \u00e8 il punto di partenza dell\u2019analisi che Campbell e Doshi applicano alla situazione attuale. Non negano la gravit\u00e0 dello shock provocato dalla seconda presidenza Trump. Sostengono per\u00f2 che si confonde troppo facilmente<b> la crisi politica e psicologica del rapporto con l\u2019America con la dissoluzione delle strutture che legano gli alleati agli Stati Uniti<\/b>. Quelle strutture, a loro giudizio, sono molto pi\u00f9 robuste di quanto suggeriscano le dichiarazioni indignate dei leader europei.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il secondo mandato Trump ha sottoposto la pazienza degli alleati a prove che Campbell e Doshi giudicano perfino pi\u00f9 severe di quelle del primo. <b>Minacce sulla Groenlandia e sulla Nato, ritiro di truppe dalla Germania, interferenze nella politica interna degli alleati, dazi contro paesi amici<\/b>; contemporaneamente, aperture e complimenti verso Pechino e Mosca. Da qui le reazioni di Mark Carney, Friedrich Merz, Ursula von der Leyen: il vecchio rapporto con l\u2019America sarebbe finito, l\u2019Occidente come lo conoscevamo non esisterebbe pi\u00f9. <b>A Singapore il ministro della Difesa ha descritto gli Stati Uniti non pi\u00f9 come un partner, bens\u00ec come un padrone di casa che pretende l\u2019affitto<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Gli autori non liquidano queste reazioni come isteriche. Il danno alla fiducia \u00e8 reale. Contestano per\u00f2 la conclusione che ne viene tratta: l\u2019idea che le alleanze siano ormai condannate. La loro tesi poggia su tre argomenti. Primo: nella storia del dopoguerra le alleanze occidentali hanno gi\u00e0 superato crisi altrettanto gravi, o perfino peggiori. Secondo: <b>le minacce che avevano dato origine a quelle alleanze non sono scomparse; al contrario, Russia e Cina stanno contribuendo ad avvicinare le percezioni strategiche di Europa e Asia<\/b>. Terzo: sotto la superficie teatrale della politica continuano ad agire forze pi\u00f9 profonde, economiche, tecnologiche, militari e burocratiche che spingono gli alleati verso gli Stati Uniti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 utile soprattutto il primo argomento, perch\u00e9 corregge una deformazione della memoria. Campbell e Doshi ci ricordano che l&#8217;et\u00e0 dell&#8217;oro dell&#8217;alleanza atlantica non \u00e8 mai esistita. <b>Negli anni Cinquanta Washington arriv\u00f2 a minacciare conseguenze finanziarie devastanti contro la Gran Bretagna per costringerla a interrompere l&#8217;avventura di Suez<\/b>. Negli anni Sessanta la Francia del generale de Gaulle usc\u00ec dal comando militare integrato della Nato. Negli anni Settanta il Senato americano sfior\u00f2 l&#8217;approvazione dell&#8217;emendamento Mansfield, che avrebbe dimezzato le truppe statunitensi in Europa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">In Asia le scosse furono ancora pi\u00f9 violente. Con la dottrina di Guam del 1969 Richard Nixon avvert\u00ec gli alleati che dovevano assumersi una quota maggiore della propria difesa e ritir\u00f2 ventimila soldati dalla Corea del Sud. <b>Nel 1972 la spettacolare apertura di Nixon alla Cina di Mao colse di sorpresa sia Tokyo sia Taipei<\/b>. La caduta di Saigon nel 1975 sembr\u00f2 confermare che l&#8217;America poteva abbandonare un partner. Corea del Sud e Taiwan reagirono perfino esplorando programmi nucleari clandestini. Eppure il sistema delle alleanze asiatiche sopravvisse.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Sul terreno economico esistono precedenti impressionanti. <b>Il \u00abNixon shock\u00bb del 1971 mise fine in maniera brutale e unilaterale alla convertibilit\u00e0 del dollaro in oro<\/b>, facendo saltare l&#8217;architettura monetaria sulla quale gli alleati avevano costruito le proprie economie; contemporaneamente Washington impose una sovrattassa del 10% sulle importazioni. Nel 1985 l&#8217;Accordo del Plaza impose agli alleati un aggiustamento valutario gigantesco. <b>In tre anni lo yen raddoppi\u00f2 il suo valore rispetto al dollaro<\/b>. Visto in questa prospettiva, il protezionismo di Trump \u00e8 meno inedito di quanto appaia.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">C&#8217;\u00e8 anche un paradosso Trump. Le sue pressioni hanno danneggiato la fiducia nell&#8217;America, ma hanno prodotto alcuni risultati che Washington chiedeva da decenni. Hanno accelerato l&#8217;aumento delle spese militari europee, <b>spinto<\/b> <b>il Giappone verso il raddoppio del bilancio della difesa, favorito una maggiore attenzione comune alla sfida tecnologica cinese<\/b>. Fra il primo e il secondo mandato del repubblicano, Biden ha poi raccolto parte di quei frutti: l\u2019alleanza AUKUS fra Stati Uniti, Regno Unito e Australia; il Quad nell&#8217;Indo-Pacifico; il riavvicinamento fra Giappone e Corea del Sud; i controlli coordinati sull&#8217;esportazione dei semiconduttori; <b>infine la risposta congiunta di Europa e Asia all&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina<\/b>. Le crisi delle alleanze, sostengono Campbell e Doshi, possono generare le capacit\u00e0 che serviranno nella fase successiva.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Qui arriviamo al cuore geopolitico del loro ragionamento. Per trent&#8217;anni Europa e Asia hanno avuto percezioni quasi opposte delle minacce.<b> Gli europei temevano sempre pi\u00f9 la Russia ma continuavano a vedere nella Cina soprattutto un mercato e una gigantesca fabbrica<\/b>. Giappone e altri alleati asiatici temevano la potenza militare cinese, mentre consideravano la Russia soprattutto come possibile fornitore di energia. Questa divergenza faceva il gioco di Mosca e Pechino.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ora sta accadendo qualcosa di nuovo. L&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina ha cambiato anche la percezione europea della Cina. Pechino \u00e8 diventata il principale sostegno economico, industriale, tecnologico e diplomatico della Russia. <b>La capacit\u00e0 produttiva cinese contribuisce a ricostruire la base industriale militare russa che minaccia l&#8217;Europa<\/b>. Sul versante opposto, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Singapore vedono nella guerra ucraina un precedente che riguarda anche loro: se l&#8217;uso della forza premia Mosca, il messaggio pu\u00f2 arrivare fino a Pechino. I quattro partner indo-pacifici della Nato \u2014 Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud \u2014 partecipano ormai regolarmente ai vertici dell&#8217;Alleanza. <b>Atlantico e Pacifico cessano di essere due teatri strategici separati<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La convergenza riguarda anche l&#8217;economia. L&#8217;Europa scopre quello che Washington sostiene da anni: la Cina \u00e8 una potenza mercantilista capace di utilizzare sovvenzioni, sovracapacit\u00e0 produttiva e scala industriale per distruggere le basi manifatturiere degli altri. <b>Macron parla di un secondo \u00abshock cinese\u00bb. Von der Leyen denuncia sovracapacit\u00e0 cinesi ormai insostenibili<\/b>. Questo non significa che americani, europei e asiatici concordino sulla terapia. Restano divisioni profonde su Taiwan, Ucraina, commercio e sul modo per ridurre il rischio-Cina. Ma per Campbell e Doshi la novit\u00e0 \u00e8 decisiva: finalmente la diagnosi \u00e8 comune.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Gli alleati nel frattempo cercano di ridurre la dipendenza dall&#8217;America. Il paradosso \u00e8 che altre forze spingono nella direzione contraria. Sul commercio, gli Stati Uniti assorbono ormai fra il 20 e il 30% delle esportazioni degli alleati, una quota cresciuta rapidamente mentre diminuisce l&#8217;assorbimento cinese. <b>Negli ultimi cinque anni le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15% per l&#8217;Europa e del 20% per Giappone, Corea del Sud e India<\/b>; quelle dirette negli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30% per Europa, Corea e India. La dipendenza tecnologica \u00e8 ancora pi\u00f9 evidente. L&#8217;Europa pu\u00f2 parlare di \u00absovranit\u00e0 digitale\u00bb, ma Amazon, Google e Microsoft controllano circa due terzi del mercato mondiale del cloud. I fornitori europei hanno appena il 15% del proprio mercato domestico. Nel 2026 gli hyperscaler (i giganti di Big Tech americani) dovrebbero investire oltre 700 miliardi di dollari nelle infrastrutture per l&#8217;intelligenza artificiale, contro circa 13 miliardi di investimenti pubblici europei \u00absovrani\u00bb.<b> Ma l&#8217;interdipendenza funziona anche al contrario: l&#8217;America ha bisogno delle macchine litografiche olandesi<\/b>, dell&#8217;ottica tedesca, dei prodotti chimici giapponesi e delle fabbriche taiwanesi di semiconduttori.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ancora pi\u00f9 stringente \u00e8 il vincolo militare. Mentre l&#8217;Europa parla di autonomia strategica, oltre l&#8217;80% del nuovo piano di riarmo europeo da 860 miliardi di dollari rimane aperto alle aziende americane. <b>Fra il 2019-21 e il 2022-24 la quota degli acquisti europei di armamenti destinata alle imprese statunitensi \u00e8 salita, secondo una delle stime citate, dal 28 al 51%<\/b>. L&#8217;Europa non dispone ancora di sostituti per alcune infrastrutture decisive della guerra moderna: allerta missilistica satellitare, intelligence, sorveglianza, ricognizione, sistemi di comando e controllo. Lo stesso cancelliere Merz riconosce che la dipendenza dagli Stati Uniti durer\u00e0 a lungo.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Esiste poi una forza meno spettacolare, quasi invisibile. Campbell e Doshi la chiamano provocatoriamente il vero \u00abDeep State\u00bb: non un complotto di qualche cupola segreta dell\u2019alta burocrazia, ma migliaia di militari, funzionari dell&#8217;intelligence, specialisti delle sanzioni e dei controlli all&#8217;export, banchieri centrali, negoziatori commerciali, e altri tecnocrati.<b> Sono loro che da decenni fanno funzionare quotidianamente le alleanze.<\/b> Queste reti richiedono anni per essere costruite e proprio per questo sono difficili da smantellare in pochi mesi. La loro noiosa continuit\u00e0 \u00e8 una zavorra stabilizzatrice contro la volatilit\u00e0 della politica.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">A questo punto gli autori allargano il ragionamento. Quali sarebbero le alternative? Un mondo multipolare in cui ciascuno pensa per s\u00e9 rischierebbe di moltiplicare corse agli armamenti e proliferazione nucleare. <b>Le sfere d&#8217;influenza sacrificherebbero l&#8217;autonomia degli Stati pi\u00f9 piccoli e non eliminerebbero la competizione fra grandi potenze<\/b>. Un nuovo concerto delle potenze \u2013 una divisione del pianeta in aree d\u2019influenza stile Yalta \u2013 appare poco realistico. Resta una quarta possibilit\u00e0, che Campbell e Doshi considerano pi\u00f9 plausibile e pi\u00f9 inquietante: una parziale egemonia cinese. \u00c8 qui che emerge il concetto centrale del saggio: la \u00abdimensione di scala degli alleati\u00bb. La Cina possiede il doppio della capacit\u00e0 manifatturiera americana, la marina pi\u00f9 grande del mondo e un surplus commerciale nei beni di 1.200 miliardi. <b>Nessun paese occidentale, America compresa, pu\u00f2 competere da solo con quella massa critica<\/b>.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma sommando Stati Uniti e alleati il rapporto di forze cambia. La coalizione avrebbe pi\u00f9 del doppio del Pil cinese a parit\u00e0 di potere d&#8217;acquisto, oltre il doppio delle spese militari, sarebbe prima nei brevetti e nelle pubblicazioni scientifiche pi\u00f9 citate, principale partner commerciale della maggioranza dei paesi e rappresenterebbe met\u00e0 della produzione manifatturiera mondiale contro circa un terzo della Cina. <b>L&#8217;alleanza del futuro, quindi, non dovrebbe pi\u00f9 essere concepita come un sistema in cui l&#8217;America protegge e gli altri ricevono<\/b>. Dovrebbe diventare una macchina per mettere in comune mercati, capitali, tecnologie, industria e potenza militare.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Qui traspare l\u2019appartenenza politica degli autori. \u00c8 una riflessione post-Trump, orientata gi\u00e0 verso il 2028. <b>Campbell e Doshi non propongono la restaurazione dell&#8217;ordine precedente<\/b>. Anzi: \u00abnon si torna indietro\u00bb. Suggeriscono di utilizzare lo shock Trump per costruire alleanze meno asimmetriche. Gli europei e gli asiatici devono smettere di essere semplici consumatori della sicurezza americana e diventare produttori di potenza insieme con gli Stati Uniti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il metodo dovrebbe essere pragmatico: <b>cominciare con progetti concreti, per esempio catene di approvvigionamento farmaceutiche o produzione congiunta di munizioni<\/b>; affrontare i punti nei quali la dipendenza dalla Cina \u00e8 pi\u00f9 pericolosa; costruire successi limitati prima di lanciare grandi architetture. Soprattutto, sostituire la dipendenza unilaterale con una interdipendenza a doppio senso. <b>Un&#8217;alleanza fondata sulle concessioni di un solo paese \u00e8 fragile<\/b>; un sistema nel quale ciascuno ha qualcosa da perdere dalla rottura \u00e8 molto pi\u00f9 resistente.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Infine serve uno scopo positivo. Non basta costruire una coalizione \u00abcontro la Cina\u00bb. Il nuovo sistema deve offrire qualcosa che anche altri paesi desiderino: un ordine prospero, tecnologicamente dinamico. <b>\u00c8 forse la parte pi\u00f9 idealistica del saggio, ma viene dopo un&#8217;analisi essenzialmente realista<\/b>. Le alleanze sopravvivono non perch\u00e9 gli alleati si vogliono bene. Sopravvivono perch\u00e9 hanno bisogno gli uni degli altri.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Campbell e Doshi tornano a Lord Carrington. Gli europei e gli asiatici possono essere esasperati dall&#8217;America di Trump, ma quelli sono \u00abgli unici americani che hanno\u00bb. <b>Gli autori aggiungono un\u00a0 rovesciamento rivolto a Washington<\/b>. Di fronte alla scala dimensionale della Cina e alla convergenza tra le potenze revisioniste, gli Stati Uniti avranno bisogno degli alleati pi\u00f9 di prima. Perci\u00f2 anche gli americani dovrebbero imparare la pazienza di Carrington: questi, dopotutto, sono gli unici alleati che hanno.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-09-02T11:56:18+02:00\" content=\"2026-09-02\">2 settembre 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Si pu\u00f2 interpretare in diversi modi l\u2019escalation di provocazioni e micro-aggressioni che Vladimir Putin orchestra ai danni 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