{"id":664941,"date":"2026-09-04T16:49:15","date_gmt":"2026-09-04T16:49:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/664941\/"},"modified":"2026-09-04T16:49:15","modified_gmt":"2026-09-04T16:49:15","slug":"oriente-occidente-di-rampini-maxi-tagli-alla-volkswagen-il-secondo-choc-cinese-si-abbatte-sulleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/664941\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | Maxi-tagli alla Volkswagen, il \u00absecondo choc cinese\u00bb si abbatte sull&#8217;Europa"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Cinquantamila posti di lavoro in meno, subito. <b>Fino a centomila tagli in futuro per l\u2019insieme dei marchi del gruppo.<\/b> \u00c8 la nuova cura dimagrante che <b>Volkswagen <\/b>si prepara a infliggersi, in aggiunta ad <a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/economia\/finanza\/26_luglio_13\/crisi-dell-auto-quanti-sono-i-dipendenti-del-gruppo-volkswagen-gli-stabilimenti-i-numeri-i-piu-a-rischio-85bc74cc-af20-4be5-8ad8-e3e84712bxlk.shtml\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">altre riduzioni di organico<\/a> gi\u00e0 decise in passato. Il colosso tedesco avvia una ristrutturazione che deve ridurre drasticamente i costi, dimezzare la gamma dei modelli, rendere pi\u00f9 produttivi gli stabilimenti. Sullo sfondo c\u2019\u00e8 perfino la prospettiva di <b>cessare la produzione automobilistica in alcune fabbriche tedesche<\/b>. Gli utili netti del gruppo sono caduti del 30% nel primo semestre.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Volkswagen ha molti problemi suoi. I costi generali sono troppo alti, secondo l\u2019amministratore delegato Oliver Blume. <b>La transizione verso l\u2019auto elettrica <\/b>\u00e8 stata gestita con errori e ritardi. I dazi americani hanno aggiunto un\u2019altra difficolt\u00e0. Il costo dell\u2019energia, dopo la rottura con la Russia e l\u2019abbandono del nucleare, ha aggravato la situazione. Ma sopra tutti questi problemi ne incombe uno pi\u00f9 grande:<b> la Cina.<\/b>    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Volkswagen \u00e8 un simbolo perfetto di ci\u00f2 che sta accadendo all\u2019industria europea. Per trent\u2019anni <b>la Germania ha pensato alla Cina soprattutto come a un mercato<\/b>. I tedeschi vendevano ai cinesi Mercedes, BMW e Volkswagen-Audi, macchinari industriali, prodotti chimici. La Cina forniva all\u2019Occidente magliette, giocattoli, mobili, elettronica di consumo. Era <b>una divisione internazionale del lavoro molto favorevole<\/b> alla Germania: Pechino diventava la fabbrica del mondo, ma Berlino le vendeva le fabbriche.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\"><b>Quel mondo non esiste pi\u00f9.<\/b> La Cina oggi produce automobili elettriche, batterie, macchinari industriali, pannelli solari, droni, prodotti chimici sofisticati, apparecchiature per telecomunicazioni. Invade tutti i territori nei quali Germania ed Europa avevano costruito il loro vantaggio competitivo. \u00c8 il <b>\u00absecondo choc cinese\u00bb.<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il primo China shock venne studiato soprattutto dagli economisti americani.<b> Cominci\u00f2 con l\u2019ingresso della Cina nella World Trade Organization nel 2001.<\/b> Una valanga di prodotti cinesi a basso costo travolse interi comparti della manifattura americana. L\u2019aggiustamento fu molto pi\u00f9 doloroso del previsto:<b> nelle regioni pi\u00f9 esposte sparirono fabbriche e posti di lavoro<\/b>, mentre la riconversione verso nuove attivit\u00e0 fu lenta. L\u2019Europa, e soprattutto la Germania, visse quella fase in modo diverso. Perdeva alcune produzioni a basso valore aggiunto, ma guadagnava per altri versi. Pi\u00f9 la Cina costruiva fabbriche, autostrade, metropolitane e citt\u00e0, <b>pi\u00f9 comprava tecnologia tedesca.<\/b> Pi\u00f9 cresceva la classe media cinese, pi\u00f9 acquistava automobili tedesche.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il secondo choc rovescia quella relazione. <b>I cinesi non vogliono pi\u00f9 comprare Volkswagen<\/b>: comprano BYD e altri marchi nazionali. Non si limitano a soddisfare il proprio mercato. Esportano. E quando trovano barriere negli Stati Uniti, una quota crescente della loro capacit\u00e0 produttiva cerca sbocchi altrove. Europa compresa.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il fenomeno \u00e8 molto pi\u00f9 vasto dell\u2019automobile. Shannon O\u2019Neil, in un\u2019analisi pubblicata da Bloomberg, ricorda che<b> il macro-surplus commerciale cinese<\/b> non \u00e8 la vittoria del pi\u00f9 efficiente. Pechino ha costruito un sistema industriale nel quale credito agevolato, terreni a basso costo, sgravi fiscali, sussidi e protezione del mercato interno riducono artificialmente il costo del capitale e consentono alle imprese di espandere la capacit\u00e0 produttiva anche quando la domanda nazionale non basta ad assorbirla. Secondo una stima del Fondo monetario<b> il sostegno pubblico cinese alle imprese equivale al 4,4% del Pil<\/b>: quasi tre volte il livello europeo. L\u2019aiuto pubblico consente che sopravviva un altissimo numero di imprese cinesi decotte, inefficienti, che <b>in un\u2019economia di mercato sarebbero costrette a dichiarare bancarotta<\/b> e portare i libri in tribunale.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">A questo si aggiunge il cambio. Brad Setser, economista del Council on Foreign Relations e uno dei maggiori specialisti mondiali degli squilibri commerciali, sostiene che le statistiche ufficiali cinesi <b>sottovalutano la vera dimensione dell\u2019avanzo<\/b> con l\u2019estero. Applicando la stessa metodologia usata dal Fondo monetario, ne deriva <b>una sottovalutazione del renminbi (o yuan) superiore al 30%.<\/b> Non \u00e8 una controversia accademica. Una moneta sottovalutata equivale a un vantaggio di prezzo aggiuntivo per chi esporta.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il secondo choc arriva in Europa con una forza particolare proprio mentre <b>l\u2019economia cinese ha bisogno di esportare di pi\u00f9<\/b>. La crisi immobiliare ha indebolito la domanda interna. Le famiglie cinesi continuano a risparmiare molto. Xi Jinping rifiuta di riequilibrare decisamente il modello verso i consumi. Si ostina a non costruire un Welfare adeguato, che darebbe sicurezza ai suoi cittadini e li renderebbe un po\u2019 meno parsimoniosi. La soluzione scelta da Pechino resta quella che conosce meglio: <b>pi\u00f9 investimenti, pi\u00f9 industria, pi\u00f9 produzione.<\/b><\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma se la Cina produce molto pi\u00f9 di quanto consuma, qualcuno nel resto del mondo deve assorbire l\u2019eccedenza.<b> Qui comincia il problema europeo.<\/b> Gli Stati Uniti hanno scelto da tempo una risposta brutale. Da Biden a Trump, pur con strumenti e ideologie molto diversi, c\u2019\u00e8 stata una notevole continuit\u00e0 nel considerare la capacit\u00e0 industriale cinese come un problema strategico. Washington usa dazi, controlli sugli investimenti, restrizioni sulle tecnologie, regole di origine, sanzioni. <b>Gli accordi commerciali conclusi dall\u2019Amministrazione Trump<\/b> cercano perfino di impedire che prodotti cinesi aggirino le barriere americane transitando attraverso paesi terzi.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019Europa continua invece a comportarsi in larga misura come se il problema fondamentale fosse salvare il vecchio ordine commerciale. \u00c8 una posizione nobile. <b>Di fronte a un avversario come la Repubblica Popolare, \u00e8 puro autolesionismo<\/b>. Negli ultimi cinque anni Bruxelles ha concluso o rinnovato accordi commerciali con una lunga serie di paesi: Nuova Zelanda, Kenya, Mercosur, Singapore, Indonesia, India, Cile, Ucraina, Messico. \u00c8 una rete che coinvolge quasi un terzo del Pil mondiale. O\u2019Neil individua qui <b>un paradosso<\/b>. L\u2019Europa sta costruendo una vasta coalizione commerciale, ma non usa quella coalizione contro la pi\u00f9 grande distorsione del commercio mondiale. <b>La Cina continua a operare<\/b> <b>con un modello incompatibile<\/b> con molte delle condizioni che Bruxelles pretende dai propri partner.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019Unione europea <b>non \u00e8 inerme<\/b>. Ha imposto dazi sulle auto elettriche cinesi. Ha aperto un numero record di procedimenti antidumping e antisussidi. Ha introdotto strumenti contro le sovvenzioni straniere negli appalti pubblici. Ha il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere. <b>Il problema \u00e8 la dimensione. E soprattutto la velocit\u00e0<\/b>. Le procedure europee sono lente, settore per settore, prodotto per prodotto. Occorre dimostrare il danno, misurare il sussidio, consultare i governi, superare divisioni politiche. Quando arriva finalmente la protezione contro la concorrenza sleale cinese, una parte della <b>capacit\u00e0 produttiva europea <\/b>pu\u00f2 essere gi\u00e0 scomparsa, distrutta, cancellata. Era accaduto nei pannelli solari.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E infatti comincia a circolare l\u2019idea di <b>una risposta molto pi\u00f9 radicale:<\/b> una sorta di Section 301 europea, modellata sullo strumento che consente agli Stati Uniti di reagire rapidamente alle pratiche commerciali scorrette. Altri propongono <b>limiti alla quota delle importazioni <\/b>che pu\u00f2 provenire da un singolo paese. Un\u2019altra ipotesi \u00e8 usare i dazi per costringere Pechino a rivalutare il renminbi.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Dietro questa discussione c\u2019\u00e8 una realt\u00e0 che l\u2019Europa ha tardato a riconoscere: <b>il mercato cinese conta sempre meno<\/b> per la crescita delle sue esportazioni. I numeri sono impressionanti. Negli ultimi cinque anni le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite di circa il 15%. Nello stesso periodo quelle dirette negli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30%. Un fenomeno simile riguarda altri alleati dell\u2019America: <b>le esportazioni verso la Cina sono diminuite del 20%<\/b> per Giappone, Corea del Sud e India, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono cresciute di circa il 30% per Corea e India.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">L\u2019America oggi assorbe fra il 20 e il 30% delle esportazioni dei suoi principali alleati. Questi dati complicano parecchio la rappresentazione abituale dei rapporti transatlantici. <b>L\u2019Europa dedica molte energie a proteggersi dal protezionismo americano.<\/b> \u00c8 comprensibile. I dazi di Trump sono un costo reale per le aziende europee. Ma nel frattempo <b>il mercato americano diventa sempre pi\u00f9 importante<\/b> per loro, mentre quello cinese si restringe. La minaccia americana \u00e8 visibile perch\u00e9 assume la forma di un dazio annunciato \u2013 anzi, solitamente <b>\u201curlato\u201d <\/b>\u2013 dalla Casa Bianca. La minaccia cinese \u00e8 pi\u00f9 insidiosa: si manifesta nella perdita progressiva di quote di mercato, nell\u2019erosione dei margini, nell\u2019eccesso di capacit\u00e0 produttiva europea, infine nei licenziamenti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La questione cinese per l\u2019Europa diventa quindi qualcosa di pi\u00f9 di una controversia commerciale. Riguarda il futuro stesso della sua base industriale. L\u2019America ha deciso, forse in modo eccessivo e disordinato, che <b>alcune capacit\u00e0 produttive devono essere difese<\/b> anche sacrificando una parte dell\u2019efficienza del libero mercato. L\u2019Europa continua a sperare che basti perfezionare le regole. Ma le regole funzionano solo se i giocatori accettano vincoli comparabili. Se un\u2019economia delle dimensioni della Cina pu\u00f2 sovvenzionare massicciamente la produzione, mantenere debole la propria moneta, comprimere i consumi interni e scaricare sul resto del mondo una quota crescente della propria capacit\u00e0 industriale, la difesa del libero scambio rischia di trasformarsi nella difesa unilaterale di un sistema che l\u2019altro giocatore utilizza a proprio vantaggio. <b>L\u2019Europa scopre troppo tardi di avere combattuto la battaglia sbagliata.<\/b> Teme di diventare dipendente dall\u2019America. Ma sul terreno commerciale la dipendenza dal mercato americano sta aumentando perch\u00e9 \u00e8 l\u00ec che crescono le sue esportazioni. Teme il protezionismo di Washington. Ma la minaccia pi\u00f9 profonda alla sua industria potrebbe arrivare dal paese che continua a definire un partner commerciale indispensabile. I cinquantamila posti Volkswagen che tagli nell\u2019immediato sono un segnale.<b> Il secondo choc cinese non \u00e8 pi\u00f9 una previsione<\/b>. \u00c8 cominciato.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-09-04T16:11:54+02:00\" content=\"2026-09-04\">4 settembre 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Cinquantamila posti di lavoro in meno, subito. 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