{"id":667743,"date":"2026-09-06T10:00:29","date_gmt":"2026-09-06T10:00:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/667743\/"},"modified":"2026-09-06T10:00:29","modified_gmt":"2026-09-06T10:00:29","slug":"parole-da-vedere-parole-da-toccare-con-valeria-canavesi-il-linguaggio-diventa-materia-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/667743\/","title":{"rendered":"Parole da vedere, parole da toccare. Con Valeria Canavesi il linguaggio diventa materia"},"content":{"rendered":"\n<p>Le parole possono essere consumate, abusate, dimenticate. Possono perdere il loro significato attraverso l\u2019uso, fino a diventare formule automatiche. Eppure continuano a essere il principale strumento attraverso cui costruiamo pensieri, desideri e relazioni. \u00c8 da questa contraddizione che prende avvio \u00abSono solo parole\u00bb, la mostra personale di <strong>Valeria Canavesi<\/strong> curata da <strong>Giorgio Uberti<\/strong>, in programma dal 17 settembre all\u201911 ottobre all\u2019<strong>Archivio Rachele Bianchi<\/strong> di Milano. L\u2019esposizione \u00e8 l\u2019undicesimo appuntamento di <strong>Rete Aperta<\/strong>, il programma attraverso cui l\u2019<strong>Archivio<\/strong> invita artisti contemporanei a confrontarsi con l\u2019eredit\u00e0 di <strong>Rachele Bianchi<\/strong>. Il dialogo tra le due artiste non procede per\u00f2 per somiglianze formali. <strong>Canavesi<\/strong> lavora sulla parola, <strong>Bianchi<\/strong> sulla figura e sulla materia; il punto di contatto emerge piuttosto nella riflessione intorno alla costruzione dell\u2019identit\u00e0 e alle forme, visibili e invisibili, che possono proteggerla ma anche limitarla.<\/p>\n<p><strong>Canavesi<\/strong> porta la parola fuori dalla sua dimensione esclusivamente linguistica e la trasforma in un oggetto. Ogni termine scelto diventa infatti il protagonista di un manifesto di 50&#215;70 centimetri, realizzato in undici esemplari e stampato manualmente nell\u2019atelier <strong>A14<\/strong> di Milano. Carte differenti, colori, inchiostri e modalit\u00e0 di stampa vengono associati alle singole parole secondo una precisa relazione semantica. Il significato non \u00e8 quindi affidato soltanto al contenuto verbale, ma anche alla materia attraverso cui quel contenuto prende forma. \u00c8 un procedimento che restituisce fisicit\u00e0 a qualcosa che normalmente consideriamo immateriale. Torchi, telai, rulli, clich\u00e9 e lavorazioni manuali entrano nel processo di produzione, mentre la carta diventa il luogo nel quale la parola pu\u00f2 essere manipolata, stratificata, alterata. Il linguaggio acquista cos\u00ec una presenza concreta e, insieme, una vulnerabilit\u00e0: pu\u00f2 essere conservato, modificato, consumato o dimenticato proprio come accade alle parole nel loro uso quotidiano. In questo passaggio dalla parola alla materia si colloca il rapporto con <strong>Rachele Bianchi<\/strong>. Tre opere della scultrice sono presenti in mostra: \u00abDonna con bambino\u00bb, in marmo bianco, \u00abLa Coppia\u00bb\u00a0e \u00abFigura con la rete\u00bb, entrambe in bronzo. Le sculture introducono nello spazio espositivo una ricerca nella quale la figura femminile \u00e8 stata a lungo il luogo di una riflessione sulla condizione dell\u2019individuo, sui vincoli e sulle possibilit\u00e0 di liberazione.<\/p>\n<p>Significativa \u00e8 \u00abFigura con la rete\u00bb. La rete, nella ricerca di <strong>Bianchi<\/strong>, pu\u00f2 essere letta come una struttura che avvolge e trattiene, ma anche come una forma che progressivamente si apre. La protezione e la costrizione finiscono cos\u00ec per coincidere nella stessa immagine. \u00c8 una tensione che trova un corrispettivo, attraverso strumenti completamente diversi, nella ricerca di <strong>Canavesi<\/strong>: anche la parola pu\u00f2 costituire una soglia, offrire accesso a qualcosa e contemporaneamente frapporre un filtro. Il confronto diventa allora un dialogo tra due modi di intendere la materia. <strong>Bianchi<\/strong> affida alla scultura ci\u00f2 che non passa necessariamente attraverso il linguaggio; <strong>Canavesi<\/strong> entra invece direttamente nella parola, ne osserva le ambiguit\u00e0 e la capacit\u00e0 di costruire significati. I titoli delle opere di <strong>Bianchi<\/strong> \u2013 \u00abFigura\u00bb, \u00abPersonaggio\u00bb, \u00abSenza Titolo\u00bb \u2013 non definiscono completamente ci\u00f2 che rappresentano, ma lasciano aperto lo spazio dell\u2019interpretazione. <strong>Canavesi<\/strong> compie il movimento opposto: sceglie una parola e la espone, isolandola e restituendole una consistenza visiva. Il risultato non \u00e8 per\u00f2 una semplice illustrazione del termine. La parola diventa forma. La scelta del carattere, della carta, del colore e della tecnica di stampa contribuisce a costruire una specifica identit\u00e0 dell\u2019opera. La dimensione semantica e quella estetica finiscono per coincidere, mentre il processo manuale rende evidente la distanza tra la parola come elemento astratto e la sua concreta realizzazione.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio questa relazione tra opposti a costituire uno degli elementi centrali del progetto: pesante e leggero, solido e fragile, materia e parola. Da una parte il marmo e il bronzo di <strong>Bianchi<\/strong>, dall\u2019altra la carta di <strong>Canavesi<\/strong>. Materiali differenti che condividono tuttavia la possibilit\u00e0 di diventare strumenti attraverso cui dare forma a ci\u00f2 che appartiene all\u2019esperienza umana. In questo senso \u00abSono solo parole\u00bb recupera piuttosto la dimensione fisica della parola, ricordando che ogni termine, prima ancora di essere utilizzato, possiede una forma, un suono, un peso e una storia. La sua trasformazione in immagine permette di rallentarne la fruizione e di sottrarla, almeno temporaneamente, alla velocit\u00e0 con cui normalmente viene consumata.<\/p>\n<p>La mostra si completa con un progetto collaterale che porta questa riflessione fuori dallo spazio espositivo. La collaborazione con <strong>Dulcop International S.p.A. \u2013 Bubble World<\/strong> nasce dal rapporto tra la ricerca di <strong>Canavesi<\/strong> e il carattere fragile ed effimero delle bolle di sapone. Ne deriva un\u2019edizione speciale di bolle personalizzate con la grafica della mostra, distribuita ai visitatori come gadget ufficiale: un oggetto leggero e transitorio che riprende, attraverso un altro linguaggio, la riflessione sulla fragilit\u00e0 e sulla capacit\u00e0 delle parole di lasciare una traccia. Anche il workshop \u00abParole per Rachele\u00bb, previsto il 29 settembre, sviluppa la stessa idea in forma partecipativa. I partecipanti saranno invitati a scegliere una parola ispirata alle opere e alla ricerca di <strong>Bianchi<\/strong> e a trasformarla in un elaborato su carta attraverso matite, pennarelli e pastelli a cera. La parola torna cos\u00ec a essere gesto, segno e materia.\u00a0Nel confronto tra <strong>Canavesi<\/strong> e <strong>Bianchi<\/strong>, dunque, il linguaggio non appare come qualcosa di separato dalla materia. Al contrario, diventa uno dei modi attraverso cui la materia pu\u00f2 organizzare l\u2019esperienza, costruire identit\u00e0 e conservare memoria. Se le parole sembrano oggi consumarsi rapidamente, la mostra prova a restituire loro una durata diversa: quella dell\u2019immagine e dell\u2019opera, nella quale anche un termine apparentemente comune pu\u00f2 tornare a essere osservato, pesato e interpretato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Le parole possono essere consumate, abusate, dimenticate. 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