{"id":668138,"date":"2026-09-06T15:36:13","date_gmt":"2026-09-06T15:36:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/668138\/"},"modified":"2026-09-06T15:36:13","modified_gmt":"2026-09-06T15:36:13","slug":"oriente-occidente-di-rampini-la-cina-isolata-al-g20-perche-e-finita-sotto-19-a-1-e-perche-e-importante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/668138\/","title":{"rendered":"Oriente Occidente di Rampini | La Cina isolata al G20: perch\u00e9 \u00e8 finita sotto 19 a 1 (e perch\u00e9 \u00e8 importante)"},"content":{"rendered":"<p class=\"chapter-paragraph\">Questo articolo \u00e8 tratto da Global, la newsletter del Corriere della Sera curata da Federico Ramini. (<a href=\"https:\/\/www.corriere.it\/newsletter\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Qui per iscriversi<\/a>)<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Siamo abituati da anni a una narrazione quasi opposta. \u00c8 l\u2019America che si isola.<b> \u00c8 Washington che irrita gli alleati con i dazi, le sanzioni, l\u2019extraterritorialit\u00e0 del dollaro<\/b>, il protezionismo tecnologico. Pi\u00f9 gli insulti, le minacce, le offese e tutto il resto. \u00c8 cos\u00ec che Donald Trump spinge il resto del mondo verso la Cina, sentiamo dire da tempo. Xi Jinping, al contrario, ama presentarsi come il difensore della globalizzazione, del libero commercio e del multilateralismo;<b> il leader capace di raccogliere attorno a Pechino gli ex-alleati traditi da Trump, pi\u00f9 tutto quel \u00abSud globale\u00bb<\/b> che contesta l\u2019egemonia occidentale.    &#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;<br \/>\n&#13;\n<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per questo ci\u00f2 che \u00e8 accaduto al G20 finanziario di Asheville, in North Carolina, merita attenzione. Il risultato finale \u00e8 stato 19 contro 1. La Cina da sola. <b>Il dissenso cinese ha impedito l\u2019approvazione del comunicato congiunto, perch\u00e9 al G20 vige la regola del consenso<\/b>. Gli Stati Uniti, che quest\u2019anno hanno la presidenza, hanno pubblicato al suo posto una dichiarazione della presidenza precisando che il testo aveva il consenso di tutti tranne Pechino. Scott Bessent, il segretario al Tesoro americano, non ha nascosto la soddisfazione:<b> arrivare a un 19 contro 1 su un tema cos\u00ec controverso, ha detto in sostanza<\/b>, \u00e8 quasi incredibile.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Lo \u00e8 davvero. Fra quei diciannove non ci sono soltanto Unione europea, Giappone, Canada, Regno Unito e altri tradizionali partner dell\u2019America.<b> Ci sono India, Brasile, Arabia Saudita, Indonesia, Sudafrica<\/b>. C\u2019\u00e8 perfino la Russia. \u00c8 difficile liquidare questo schieramento come l\u2019ennesima manifestazione dell\u2019ostilit\u00e0 occidentale contro Pechino.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il pomo della discordia \u00e8 un\u2019espressione apparentemente tecnica: \u00abpolitiche e pratiche non di mercato\u00bb. Il documento del G20 sostiene che gli squilibri eccessivi e persistenti provocano distorsioni, tensioni commerciali e vulnerabilit\u00e0 nelle catene di approvvigionamento. <b>Invita i paesi con surplus esterni eccessivi a rimuovere le distorsioni che comprimono i consumi interni e provocano una dipendenza esagerata dalle esportazioni<\/b>. Chiede inoltre di eliminare le \u00abpolitiche e pratiche non di mercato\u00bb che aggravano questi squilibri.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Non occorreva fare il nome della Cina. Tutti avevano capito. \u00c8 una descrizione quasi scolastica del problema che oggi inquieta una parte crescente del mondo industriale. La Cina produce molto pi\u00f9 di quanto consuma. <b>La crisi immobiliare ha indebolito una delle tradizionali locomotive della sua crescita<\/b>; le famiglie risparmiano molto e consumano poco; la deflazione ha ridotto i prezzi cinesi rispetto a quelli dei concorrenti. Pechino continua intanto a sostenere massicci investimenti industriali. Il risultato \u00e8 che una parte crescente di quella produzione deve trovare sbocco all\u2019estero.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il Fondo monetario, che difficilmente pu\u00f2 essere accusato di usare la propaganda trumpiana, descrive lo stesso fenomeno. Nel 2025 il Pil cinese \u00e8 cresciuto del 5%, ma la domanda privata interna \u00e8 rimasta debole. <b>La debolezza dei prezzi ha prodotto un deprezzamento reale del cambio, aumentando la competitivit\u00e0 delle merci cinesi<\/b>. Il surplus delle partite correnti \u00e8 salito al 3,3% del Pil. Secondo il Fondo, gli investimenti guidati dallo Stato e alcune forme di sostegno alla politica industriale hanno contribuito a creare \u00abexcess supply\u00bb, capacit\u00e0 produttiva eccedente, in alcuni settori esportatori.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Nel suo ultimo rapporto sugli squilibri mondiali, il Fondo monetario rileva che nel 2025 gli squilibri esterni eccessivi sono aumentati di 0,7 punti di Pil mondiale:<b> l\u2019incremento maggiore dell\u2019ultimo decennio<\/b>. Le due economie che contribuiscono di pi\u00f9 sono Cina e Stati Uniti, ma con segno opposto: Pechino per il surplus, Washington per il deficit.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La novit\u00e0 politica \u00e8 un\u2019altra. Per molto tempo gli Stati Uniti sono stati il principale ammortizzatore degli eccessi produttivi cinesi. Il consumatore americano comprava una quantit\u00e0 enorme di merci Made in China. <b>Ora la barriera dei dazi americani ha ridotto quella capacit\u00e0 di assorbimento<\/b>. Il deficit commerciale americano verso la Cina \u00e8 gi\u00e0 sceso sensibilmente. Le esportazioni cinesi cercano quindi altri mercati. Bessent lo aveva detto alla vigilia del G20: se l\u2019America alza un muro tariffario, il rischio \u00e8 che l\u2019eccedenza cinese venga deviata verso Europa, America latina, Asia e altri paesi emergenti.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">\u00c8 qui che il problema smette di essere americano. L\u2019Unione europea lo sa bene. Nel 2025 il suo deficit commerciale con la Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro. Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, acciaio, chimica, macchinari: <b>la concorrenza cinese investe ormai alcuni dei pilastri dell\u2019industria europea<\/b>. Ma lo stesso fenomeno comincia a provocare reazioni nel Sud globale. L\u2019Indonesia denuncia i danni subiti da alcune industrie nazionali. L\u2019India ha una lunga lista di procedure antidumping e antisovvenzioni che riguardano prodotti cinesi, dai prodotti chimici all\u2019acciaio, dalla plastica al vetro.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Questa \u00e8 forse la spiegazione pi\u00f9 importante del 19 contro 1. La Cina aveva costruito una parte del proprio successo diplomatico presentando la rivalit\u00e0 con gli Stati Uniti come uno scontro fra l\u2019egemonia americana e il resto del mondo. <b>\u00c8 una rappresentazione efficace soprattutto nel Sud globale<\/b>. Washington difende i propri privilegi; Pechino difende il libero commercio e il diritto allo sviluppo.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Ma che cosa accade quando sono le industrie indiane, brasiliane, indonesiane, turche o sudafricane a dover competere con prodotti cinesi a prezzi difficilmente sostenibili? Il confine fra Nord e Sud diventa meno netto. <b>La reazione di Pechino rivela quanto questo episodio abbia toccato un nervo scoperto<\/b>. Il ministero degli Esteri cinese si \u00e8 detto \u00abprofondamente dispiaciuto\u00bb per l\u2019assenza di un comunicato e ha ricordato che il G20 deve funzionare attraverso consenso, consultazione ed \u00abeguale partecipazione\u00bb. La polemica pi\u00f9 aggressiva \u00e8 arrivata attraverso Yuyuan Tantian, un account legato alla televisione di Stato CCTV che viene spesso usato per far filtrare posizioni autorevoli sui negoziati commerciali. <b>L\u2019accusa \u00e8 che Washington abbia cercato di \u00abcontrabbandare la propria agenda\u00bb dentro il G20<\/b>. Pechino contesta perfino la legittimit\u00e0 dell\u2019espressione \u00abpolitiche non di mercato\u00bb.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Pechino ha contestato anche altri passaggi: quello che chiedeva maggiore trasparenza sui debiti dei paesi poveri verso i creditori del G20; il ruolo del Fondo monetario e dell\u2019Ocse nell\u2019analisi degli squilibri; alcuni riferimenti alle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche.<b> Anche qui si riconoscono dossier sui quali la Cina \u00e8 sotto pressione<\/b>. \u00c8 il maggiore creditore bilaterale di molti paesi emergenti. Controlla segmenti cruciali della raffinazione e lavorazione delle terre rare e di altri minerali strategici. Il Giappone e altri paesi del G20 hanno sollevato proprio ad Asheville il problema delle restrizioni cinesi all\u2019esportazione di minerali critici.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">La vicenda va letta senza esagerarne la portata. Non \u00e8 nata un\u2019alleanza mondiale anticinese. India e Brasile continueranno a difendere la propria autonomia strategica. <b>La Russia rimane legata a Pechino da una partnership essenziale, senza la quale non avrebbe retto cinque anni di guerra<\/b>. Arabia Saudita e altri paesi del Golfo hanno rapporti stretti con la Cina. Molti governi emergenti non hanno alcuna intenzione di scegliere fra Washington e Pechino.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">E la stessa America continua a offrire alla Cina argomenti preziosi. I dazi di Trump hanno colpito amici e avversari.<b> Le tensioni commerciali con Canada, Corea del Sud e altri partner non sono scomparse<\/b>. Al G20 alcuni europei erano irritati per la presenza della Russia. L\u2019America resta un alleato difficile e talvolta imprevedibile.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Perci\u00f2 Asheville non annuncia una nuova guerra fredda in cui diciannove nazioni si schierano dietro gli Stati Uniti contro la Cina. Segnala qualcosa di pi\u00f9 sottile, e forse pi\u00f9 preoccupante per Xi Jinping. Su un dossier fondamentale Pechino rischia di perdere il Sud globale. <b>La Cina \u00e8 stata per decenni una beneficiaria straordinaria dell\u2019apertura dei mercati mondiali<\/b>. Oggi \u00e8 una superpotenza industriale che rappresenta circa un terzo della manifattura mondiale. Una strategia basata sull\u2019aumento continuo della produzione, mentre i consumi interni restano insufficienti, ha conseguenze molto diverse quando viene praticata da un gigante di queste dimensioni.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Il \u00absecondo shock cinese\u00bb non investe soltanto Detroit, Wolfsburg o Torino. Pu\u00f2 colpire Pune, San Paolo, Giacarta, Istanbul. <b>Ecco perch\u00e9 quel numero, 19 a 1, merita di essere ricordato<\/b>. Per una volta la diplomazia cinese non pu\u00f2 denunciare un piccolo club di nazioni occidentali deciso a difendere i propri privilegi. Al tavolo c\u2019era buona parte del pianeta.<\/p>\n<p class=\"chapter-paragraph\">Per molti anni Xi Jinping ha potuto presentarsi come il campione della globalizzazione contro un\u2019America protezionista. <b>Asheville gli ha mostrato il limite di quella formula<\/b>. Il libero commercio \u00e8 popolare finch\u00e9 non sembra una strada a senso unico.<\/p>\n<p class=\"is-last-update\" datetime=\"2026-09-06T16:33:49+02:00\" content=\"2026-09-06\">6 settembre 2026<\/p>\n<p class=\"is-copyright\">\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Questo articolo \u00e8 tratto da Global, la newsletter del Corriere della Sera curata da Federico Ramini. 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