{"id":66867,"date":"2025-08-24T21:08:12","date_gmt":"2025-08-24T21:08:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/66867\/"},"modified":"2025-08-24T21:08:12","modified_gmt":"2025-08-24T21:08:12","slug":"40-anni-di-brazil-il-sogno-infranto-di-terry-gilliam-nellincubo-della-burocrazia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/66867\/","title":{"rendered":"40 anni di \u2018Brazil\u2019: il sogno infranto di Terry Gilliam nell\u2019incubo della burocrazia"},"content":{"rendered":"<p>\u00abDa qualche parte nel Ventesimo secolo\u00bb, anche se siamo ormai nel Ventunesimo e pare pure peggio. L\u2019aria nei condotti \u00e8 ancora viziata: tubi che s\u2019insinuano come viscere negli appartamenti, timbri che picchiano come mitragliatrici, schermi (ora meno) convessi che sputano modulistica senza sosta (anche se c\u2019\u00e8 l\u2019opzione green). Nel 1985 Terry Gilliam, cavaliere errante dei Monty Python e pioniere delle distopie (before it was cool), ha girato il film che ha trasformato la burocrazia nel vero mostro della modernit\u00e0. Oggi, esattamente quarant\u2019anni dopo (\u00e8 uscito il 23 agosto), Brazil non \u00e8 un reperto di archeologia cinefila: \u00e8 un manuale d\u2019istruzioni del presente, scritto con inchiostro nero, fumo e ruggine.<\/p>\n<p>Quelli bravi la chiamano distopia retrofuturista, una sorta di 1984 firmato da Kafka, arredato da Fellini e illuminato da Roger Pratt, perch\u00e9 qui la tecnologia non \u00e8 mai glamour: \u00e8 rumorosa, sporca, analogica, affamata di ricambi. I computer sono scrivanie con lenti d\u2019ingrandimento, le televisioni hanno pance squadrate, i tubi si attorcigliano come anaconda domestiche. \u00c8 il mondo perfetto per Sam Lowry (Jonathan Pryce), impiegato modello e sognatore professionista, che di notte vola con ali d\u2019eroe art d\u00e9co verso una donna senza volto e di giorno si perde tra faldoni. Il futuro, ci dice Gilliam, non arriva come un\u2019astronave: somiglia di pi\u00f9 a un timbro.<\/p>\n<p>Tutto comincia con un errore: Buttle invece di Tuttle. Una mosca cade dentro una stampante, il cognome sbagliato finisce sul modulo giusto, e l\u2019apparato preciso, diligente, letale, arresta l\u2019uomo sbagliato. \u00c8 una gag alla Keaton che finisce in tragedia amministrativa. Nel mezzo, la folgorazione: Harry Tuttle (Robert De Niro), il \u201cterrorista dell\u2019idraulica\u201d, l\u2019uomo che ripara condotti fuori dai regolamenti e dai preventivi. Tuttle \u00e8 il santo patrono dei freelance del mestiere: veloce, competente, allergico alla carta. \u00c8 l\u2019anti-Stato: entra, risolve, scompare. Non a caso la sua fine pi\u00f9 memorabile \u00e8 sepolta da coriandoli di moduli. Accanto, l\u2019altra faccia del sistema: Jack Lint (Michael Palin), sorriso gentile e guanti di cuoio. E poi Ida, la madre di Sam (Katherine Helmond), devota alla chirurgia estetica del Dr. Jaffe (Jim Broadbent), dove anche la carne diventa burocrazia.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1002191\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Brazil-chirurgia-1114x765.jpg\" alt=\"\" width=\"710\" class=\"size-large wp-image-1002191\"  \/><\/p>\n<p id=\"caption-attachment-1002191\" class=\"wp-caption-text\">Jim Broadbent e Katherine Helmond in \u2018Brazil\u2019. Foto: 20th Century Fox<\/p>\n<p>Brazil \u00e8 un film sull\u2019aria: l\u2019aria che passa nei condotti, l\u2019aria che manca nelle stanze, quella che entra nei sogni quando Sam vola sopra un paesaggio di rovine. Ma \u00e8 anche un film, per cos\u00ec dire, sui moduli. Il modulo \u00e8 la forma che lo Stato prende quando decide di non avere un volto, il timbro \u00e8 la sua ciliegina sulla torta. Gilliam gira la burocrazia come fosse un genere: inseguimenti tra faldoni, duelli a colpi di gomma, carrelli che scivolano tra scrivanie come gru in un porto. La comicit\u00e0 \u00e8 slapstick e la tragedia \u00e8 sistemica. A legare tutto c\u2019\u00e8 la musica di Michael Kamen che ricama varianti di Aquarela do Brasil: un ritornello che si incolla alla realt\u00e0 come carta moschicida, e che trasforma la distopia in una malinconia da sala da ballo.<\/p>\n<p>Ma Brazil \u00e8 anche un film sul totalitarismo, quello che non ha bisogno di stivali che marciano o statue del leader nelle piazze, ma che si insinua nei corridoi ministeriali e nelle carte. \u00c8 un controllo \u201cmorbido\u201d, invisibile, che non chiede fedelt\u00e0 ideologica ma solo obbedienza cieca alle procedure. Un potere che non si mostra mai con un volto preciso (non c\u2019\u00e8 un dittatore, non c\u2019\u00e8 un Grande Fratello), perch\u00e9 \u00e8 la macchina stessa a governare, fatta di uffici, di regolamenti, di firme e di scarichi di responsabilit\u00e0. Il terrore non nasce dalla violenza improvvisa, ma dalla normalit\u00e0 con cui gli impiegati accettano che un errore tipografico valga quanto una condanna a morte. Gilliam lo capisce prima di tanti altri: il futuro non sar\u00e0 di uomini in uniforme che gridano slogan, ma di impiegati che mettono una \u201cX\u201d nella casella sbagliata.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi la leggenda industriale: un regista che lotta per il proprio finale. Brazil nasce cupo, romantico e crudele (\u201cIt\u2019s only a state of mind\u201d, diceva il poster) e arriva a Hollywood dove qualcuno pensa che un happy ending non faccia mai male a nessuno. Gilliam, il barricadero del cinema, si oppone, organizza proiezioni ufficiose, compra pagine su Variety per sostenere la sua causa; i critici di Los Angeles lo adottano e lo spingono in alto. Alla fine esce com\u2019era stato pensato: non un antidoto, ma un avvertimento. Quel finale non consola: \u00e8 una risata che non apre, una fuga che si chiude in s\u00e9.<\/p>\n<p>Oggi, in un 2025 di digitalizzazione estrema, cookie banner che ti obbligano a cliccare senza libert\u00e0, AI che sbagliano ma decidono al posto tuo, Brazil sembra sempre meno un incubo futurista e sempre pi\u00f9 una sorta di reportage dall\u2019ufficio accanto. La mania della \u201csicurezza\u201d, la prevenzione a prescindere, la delega cieca agli apparati: tutto era gi\u00e0 l\u00ec. Un refuso, un campo precompilato, un codice fiscale messo male diventano la farfalla che batte le ali e scatena l\u2019uragano. L\u2019errore umano \u00e8 sostituibile; quello di sistema \u00e8 eterno. Gilliam lo sapeva e lo mostrava senza prediche, facendo del dettaglio l\u2019unit\u00e0 minima dell\u2019orrore: una vite che traballa, un cartellino fuori posto, una pratica che slitta e diventa una vita che deraglia.<\/p>\n<p>Un\u2019altra ragione per cui Brazil non invecchia \u00e8 la forma. Quel \u201cpassato del futuro\u201d (tubi come budella, scrivanie-schermo, posta pneumatica, ascensori che scricchiolano) ha fatto scuola. Lo ritroviamo nei mondi arrugginiti di Jeunet e Caro, nelle subway dell\u2019immaginario cyberpunk europeo, nei cubi grigi di tanta fantascienza da ufficio. A pensarci bene l\u2019erede di Brazil oggi \u00e8 senza dubbio Scissione con il totalitarismo degli uffici di Lumon, che non \u00e8 altro che una distopia travestita da open space, dove i corridoi bianchi e infiniti sono l\u2019inconscio aziendale che inghiotte gli \u201cinnie\u201d. Il tutto sospeso in quell\u2019estetica del retro-futuro burocratico, dove passato e il futuro (appunto) collassano in un presente sospeso, fuori dalla storia, e il sogno non libera, ma mostra quanto sia stretto il recinto, con la stessa ironia surreale e lo stesso orrore.<\/p>\n<p>E quindi s\u00ec, come si dice, Brazil ha camminato per permettere a Scissione di correre. Ma pochi hanno avuto, come lui, come Gilliam, il coraggio del barocco: la cornice tagliata come un fumetto, la macchina da presa che si diverte, la scenografia che invade i personaggi come una pianta rampicante. C\u2019\u00e8 Robert De Niro che si concede un\u2019apparizione lesta e memorabile, c\u2019\u00e8 Michael Palin che firma il suo ruolo pi\u00f9 inquietante, e poi Bob Hoskins e Derrick O\u2019Connor in coppia da gangster dell\u2019assistenza tecnica. \u00c8 un film che ti lascia addosso la sensazione di aver camminato dentro un ingranaggio. Riguardarlo oggi significa anche perdonare i suoi eccessi, i graffi, qualche azione che si allunga o si ripete come nei sogni di chi non vuole svegliarsi. Ma i film-mondo funzionano cos\u00ec: ti ci perdi dentro e quando esci ti porti via un odore. A immaginare quello di Brazil, sarebbe un misto di ozono, inchiostro e disinfettante: la puzza degli uffici che credono di essere eterni. Gilliam, sabotatore con la risata in tasca, non fa sociologia: fa cinema. E nel cinema i moduli diventano mostri, i condotti diventano serpi, le sedute di chirurgia plastica diventano rituali per tenere lontana la morte.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1002193\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Robert-De-Niro-in-Brazil.jpg\" alt=\"\" width=\"710\" class=\"size-full wp-image-1002193\"  \/><\/p>\n<p id=\"caption-attachment-1002193\" class=\"wp-caption-text\">Robert De Niro in \u2018Brazil\u2019. Foto: 20th Century Fox<\/p>\n<p>E poi c\u2019\u00e8 Jill: Kim Greist la interpreta senza divismo, quasi un miraggio pi\u00f9 che un personaggio. Camionista, cittadina riluttante, grana nell\u2019ingranaggio. Non \u00e8 una musa: \u00e8 una possibilit\u00e0. In un film in cui tutti si adeguano, lei \u00e8 il rumore. La storia con Sam \u00e8 il cuore segreto di Brazil, la rom-com che non s\u2019ha da fare, perch\u00e9 non \u00e8 una storia d\u2019amore, \u00e8 una storia di riconoscimento: \u201cIo ti ho sognata\u201d, \u201cIo non ho tempo per i tuoi sogni\u201d. La distanza tra quelle due frasi \u00e8 il film intero. Jonathan Pryce regge il tutto con una leggerezza triste, un Chaplin capitato nel reparto errato.<\/p>\n<p>Quarant\u2019anni dopo, Brazil continua a dirci che il problema non \u00e8 (solo) la dittatura dichiarata, ma la somma di piccole obbedienze quotidiane: il \u201csi \u00e8 sempre fatto cos\u00ec\u201d, il \u201cserve il modulo 27B\/6\u201d, il \u201cla pratica \u00e8 in lavorazione\u201d. Non \u00e8 un proclama, \u00e8 una constatazione. E se ridiamo \u00e8 solo perch\u00e9 Gilliam ci concede il lusso della commedia. \u00abPuoi anche arrabbiarti, ma il modo migliore per affrontare quello che non ti piace \u00e8 ridere. O almeno, io la vedo cos\u00ec\u00bb, <a href=\"https:\/\/www.rollingstone.it\/cinema-tv\/interviste-cinema-tv\/terry-gilliam-against-the-machine\/755124\/\" rel=\"noopener nofollow\" target=\"_blank\">mi ha detto una volta in una cover story<\/a>. Quando la risata finisce per\u00f2, resta quel finale che non racconteremo a chi non l\u2019ha visto, ma che si sente nelle ossa come una corrente d\u2019aria fredda.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1002194\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Brazil-uffici-1156x765.jpg\" alt=\"\" width=\"710\" class=\"size-large wp-image-1002194\"  \/><\/p>\n<p id=\"caption-attachment-1002194\" class=\"wp-caption-text\">Jonathan Pryce e Charles McKeown in \u2018Brazil\u2019. Foto: 20th Century Fox<\/p>\n<p>Forse \u00e8 per questo che Brazil \u00e8 ancora sul prezzassimo: perch\u00e9 parla del nostro presente come se fosse gi\u00e0 passato, e del nostro passato come se non fosse mai finito. \u00c8 un film sul desiderio di evadere e sull\u2019implacabile arte di riportarci alla scrivania. \u00c8 l\u2019inno nazionale di tutti i Sam Lowry che hanno avuto un sogno tra le otto e le nove e poi hanno timbrato il cartellino alle nove e cinque. Se la realt\u00e0 \u00e8 \u201csolo una condizione della mente\u201d, allora il cinema serve (ancora) a riconfigurare l\u2019aria che respiriamo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00abDa qualche parte nel Ventesimo secolo\u00bb, anche se siamo ormai nel Ventunesimo e pare pure peggio. 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