{"id":669574,"date":"2026-09-07T13:14:20","date_gmt":"2026-09-07T13:14:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/669574\/"},"modified":"2026-09-07T13:14:20","modified_gmt":"2026-09-07T13:14:20","slug":"alzheimer-qualcosa-sta-cambiando-davvero-il-test-che-puo-vedere-la-malattia-prima-dei-sintomi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/669574\/","title":{"rendered":"Alzheimer, qualcosa sta cambiando davvero: il test che pu\u00f2 \u201cvedere\u201d la malattia prima dei sintomi"},"content":{"rendered":"<p>Per decenni parlare di Alzheimer ha significato, soprattutto, registrare i limiti della medicina. Oggi il quadro \u00e8 cambiato. Non disponiamo ancora di una cura capace di cancellare la patologia o di ripristinare le funzioni cognitive compromesse, ma negli ultimi anni sono arrivati trattamenti che, in una quota di pazienti, ne rallentano la progressione, test del sangue sempre pi\u00f9 accurati e linee di ricerca che non si concentrano soltanto sull\u2019amiloide, ma anche sulla proteina tau. La vera discontinuit\u00e0 potrebbe essere soprattutto temporale: intervenire quando la malattia \u00e8 ancora agli esordi, prima che il danno neuronale diventi diffuso ed irreversibile. Ne parliamo insieme al geriatra<b>\u00a0Fausto Fant\u00f2, gi\u00e0 responsabile dell\u2019Unit\u00e0 Alzheimer dell\u2019ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (To)<\/b> e autore del libro &#8220;L&#8217;Alzheimer \u00e8 donna&#8221;.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/fausto_fanto-1788762494527.webp\" alt=\"\" width=\"458\" height=\"667\" caption=\"false\" style=\"float: left;\"\/><\/p>\n<p><strong>Le caratteristiche della forma pi\u00f9 frequente di demenza<\/strong><\/p>\n<p>La <strong>malattia di Alzheimer<\/strong>, che rappresenta di gran lunga la forma pi\u00f9 frequente di demenza, circa il 70% del totale,\u00a0 \u00e8 caratterizzata da <strong>un processo neurodegenerativo che evolve nel tempo<\/strong>: tra i principali\u00a0 meccanismi fisiopatologici che sono alla base della\u00a0 malattia, abbiamo, tra l\u2019altro le placche di amiloide dovute all\u2019accumulo di beta-amiloide\u00a0 e i grovigli neurofibrillari composti da una una proteina (chiamata Tau), che si aggregano all&#8217;interno delle cellule nervose contribuendo alla loro disfunzione.<\/p>\n<p>Questi cambiamenti, come \u00e8 ormai noto, possono iniziare molti anni prima, addirittura 10-20, dalla comparsa dei primi disturbi di memoria. \u00c8 proprio questo lungo intervallo silente il bersaglio che la ricerca prova a trasformare da ostacolo in opportunit\u00e0.<\/p>\n<p><b>I nuovi farmaci: rallentare, non invertire<\/b><\/p>\n<p>La novit\u00e0 pi\u00f9 rilevante riguarda l\u2019utilizzo degli <strong>anticorpi monoclonali<\/strong>, farmaci che, se somministrati in fase iniziale della malattia sono in grado di rimuovere le placche di amiloide nel cervello e rallentare il declino cognitivo.<\/p>\n<p>Il primo anticorpo monoclonale approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) nel giugno 2021 \u00e8 stato l\u2019<strong>Adacanumab<\/strong> per il trattamento della malattia di Alzheimer. Il farmaco se somministrato nelle fasi iniziali della malattia si \u00e8 dimostrato in grado di agire sui meccanismi fisiopatologici e quindi di modificare il decorso della malattia stessa, riducendo le placche di amiloide. Gli studi hanno hanno evidenziato che alla riduzione delle placche nel cervello non corrispondeva un miglioramento clinico. Il farmaco non \u00e8 stato mai approvato n\u00e9 dalla EMA e n\u00e9 dall\u2019AIFA e successivamente (inizio 2024) l\u2019azienda produttrice l\u2019ha ritirato dal mercato (1).<\/p>\n<p>Il secondo farmaco approvato dalla FDA americana nel luglio 2023 \u00e8 il <strong>Lecanemab<\/strong>. Si tratta di un anticorpo monoclonale umanizzato in grado di indurre un\u2019immunizzazione passiva concentrandosi sui depositi proteici del cervello, il cui accumulo \u00e8 tra le cause della malattia. I dati sono incoraggianti ma non ancora definitivi in quanto rimangono ancora da chiarire gli eventuali effetti collaterali (2), inoltre gli studi clinici hanno mostrato una netta riduzione del declino cognitivo (circa il 43% rispetto al placebo) negli uomini mentre nelle donne l\u2019effetto terapeutico \u00e8 risultato inferiore e statisticamente meno rilevante (circa il 12%). E\u2019 stato osservato che il rischio di sviluppare la malattia in presenza dell\u2019ApoE-\u025b4 \u00e8 maggiore nelle donne rispetto agli uomini; le donne con genotipo \u025b4, inoltre, si aggravano pi\u00f9 velocemente degli uomini, e presentano pi\u00f9 grovigli neurofibrillari e pi\u00f9 placche amiloidi a livello cerebrale (3). Dunque le donne, che costituiscono i 2\/3 dei malati affetti da malattia di Alzheimer, hanno una minore risposta al farmaco.<\/p>\n<p>La Commissione Europea\u00a0 per i farmaci (EMA) ha autorizzato il donanemab (4)(5), nel trattamento dei soggetti affetti da malattia di Alzheimer sintomatica in fase iniziale nel settembre del 2025. L&#8217;indicazione include dunque pazienti con decadimento cognitivo lieve (MCI) o demenza lieve dovuta ad Alzheimer, con patologia amiloide confermata e che siano eterozigoti o non portatori della variante genetica ApoE.<\/p>\n<p>Lecanemab e Donanemab sono farmaci in grado di agire sul meccanismo biologico (disease-modifying drugs) favorendo la rimozione delle placche amiloidi, quindi farmaci che non agiscono solo sui sintomi (farmaci sintomatici) ma intervengono direttamente sul meccanismo fisiopatologico alla base della patologia, rallentandone o arrestandone la progressione. \u00a0<\/p>\n<p><strong>Nell\u2019Unione Europea Lecanemab (Leqembi) e Donanemab (Kisunla) sono indicati in pazienti selezionati con deterioramento cognitivo lieve o demenza lieve dovuta alla malattia di Alzheimer, con amiloide confermata e nessuna o una sola copia del gene APOE \u03b54<\/strong>. \u00c8 una precisazione essenziale: <strong>non sono medicinali destinati a tutte le persone con demenza e non rappresentano una cura definitiva<\/strong>. Gli studi clinici hanno documentato un rallentamento del declino cognitivo e funzionale rispetto al placebo nelle fasi iniziali della malattia, non un recupero delle abilit\u00e0 perdute. Di conseguenza, la diagnosi tempestiva assume un peso crescente: quando l\u2019efficacia \u00e8 maggiore nelle primissime fasi, riconoscere tardi la condizione significa rischiare di perdere una finestra terapeutica.<\/p>\n<p><b>Sicurezza e monitoraggio: il nodo ARIA<\/b><\/p>\n<p>Queste terapie richiedono una selezione accurata dei candidati. <strong>Sono farmaci che presentano effetti collaterali per cui necessitano di uno screening accurato e un monitoraggio continuo<\/strong>. Tra i principali rischi figurano le ARIA (amyloid-related imaging abnormalities), anomalie rilevabili alla risonanza magnetica che possono manifestarsi come edema cerebrale (ARIA-E) o microemorragie (ARIA- H). Molti episodi sono asintomatici, ma talvolta possono avere rilievo clinico. Il rischio varia anche in funzione del profilo genetico: prima di iniziare il trattamento deve essere fatta una attenta valutazione del rischio. I soggetti portatori di due copie del gene APOE \u03b54 hanno un rischio di sviluppare edemi ed emorragie gravi. Inoltre la terapia \u00e8 controindicata nei soggetti in terapia con anticoagulanti e nei soggetti che hanno avuto un pregresso ictus.\u00a0<\/p>\n<p>Una recente revisione comprendente 17 studi con oltre 20 mila partecipanti, ha concluso che l\u2019effetto medio degli anticorpi monoclonali a 18 mesi, sul quadro clinico \u00e8 lieve o assente, mentre aumentano edema e microemorragie. Il dato \u00e8 discutibile, nello studio sono stati utilizzati tutti gli anticorpi, anche quelli che avevano fallito (6).<\/p>\n<p>Non \u00e8, dunque, l\u2019epoca della \u201cpillola miracolosa\u201d, non possiamo dire di avere a disposizione un farmaco in grado di \u201cguarire\u201d dalla malattia di Alzheimer ma <strong>le nuove molecole hanno aperto una strada che ci fa guardare al futuro con maggiore speranza<\/strong>. Biomarcatori, genetica, imaging e quadro clinico vanno integrati per stabilire chi pu\u00f2 realmente beneficiare di questi trattamenti e con quale profilo di rischio.<\/p>\n<p><b>La rivoluzione in una provetta: il sangue entra nella diagnostica<\/b><\/p>\n<p>Fino a poco tempo fa, la conferma biologica dell\u2019Alzheimer passava soprattutto per la PET cerebrale o per l\u2019analisi del liquido cerebrospinale (CSF) tramite puntura lombare. Oggi il sangue sta acquisendo un ruolo crescente. Nel maggio 2025 la FDA ha autorizzato <strong>il primo test ematico a supporto della diagnosi<\/strong>: misura il rapporto tra tau fosforilata p\u2011tau217 e beta\u2011amiloide 1\u2011 42 ed \u00e8 destinato a persone di 55 anni e oltre con segni o sintomi compatibili con la malattia. Un punto decisivo: non \u00e8 un esame da impiegare come screening di massa su individui sani. Il responso va interpretato all\u2019interno di un percorso clinico, insieme ai sintomi, alla valutazione neurocognitiva e ad altri accertamenti. La prospettiva, per\u00f2, \u00e8 significativa: una semplice provetta potrebbe ridurre la necessit\u00e0 di procedure pi\u00f9 invasive e\/o costose e rendere pi\u00f9 accessibile l\u2019individuazione della patologia biologica.<\/p>\n<p><b>p\u2011Tau217 come sentinella precoce<\/b><\/p>\n<p>A luglio di quest\u2019anno, all\u2019Alzheimer\u2019s Association International Conference (AAIC) di Londra, sono stati presentati dati che rendono il quadro ancora pi\u00f9 interessante. In quasi 2.700 adulti cognitivamente sani, seguiti in media per circa 5 anni, livelli molto elevati di p\u2011tau217 nel sangue si associavano a un rischio nettamente maggiore di sviluppare un deterioramento cognitivo negli anni successivi. Nel sottogruppo con valori particolarmente alti, la probabilit\u00e0 stimata di deficit entro dieci anni raggiungeva circa il 60% con stime aggiornate fino 78% nel lungo periodo (7).<\/p>\n<p>\u00c8\u2019 un risultato rilevante, da maneggiare con cautela. Un valore elevato di p\u2011tau217 non equivale alla certezza di sviluppare l\u2019Alzheimer. Et\u00e0, genetica, funzione renale, obesit\u00e0 e molti altri fattori influenzano il significato del biomarcatore. Gli stessi autori raccomandano ulteriori studi prima di impiegarlo come strumento predittivo individuale nella popolazione generale. Il futuro, per\u00f2, appare pi\u00f9 definito: si va verso una medicina capace di riconoscere chi sta entrando nella traiettoria biologica della malattia molti anni prima della comparsa dei sintomi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/fanto2-1788763542348.webp\" alt=\"\" width=\"788\" height=\"443\" caption=\"false\"\/><\/p>\n<p><b>Dopo l\u2019amiloide, il bersaglio Tau<\/b><\/p>\n<p>La beta\u2011amiloide non \u00e8 l\u2019unico protagonista della patogenesi. Nel cervello delle persone colpite si accumulano forme anomale di tau, strettamente correlate alla neurodegenerazione e al declino cognitivo. Proprio tau rappresenta una delle frontiere pi\u00f9 promettenti. All\u2019AAIC di Londra sono stati presentati i risultati di fase 2 dello studio CELIA su Diranersen, terapia sperimentale a base di oligonucleotidi antisenso (ASO) che mira a ridurre le istruzioni cellulari per produrre la proteina tau. Lo studio, condotto in soggetti con Alzheimer precoce, ha offerto segnali incoraggianti sulla riduzione di tau e sull\u2019andamento clinico a 18 mesi, ritenuti sufficienti per proseguire lo sviluppo. Resta per\u00f2 fondamentale la parola \u201csperimentale\u201d: diranersen non \u00e8 approvato per l\u2019Alzheimer e saranno necessari studi di fase 3 pi\u00f9 ampi. Se la strategia si confermasse, potrebbe aprirsi l\u2019epoca delle combinazioni terapeutiche: abbattere prima l\u2019amiloide e intervenire su tau in parallelo o in sequenza, attaccando la patologia su pi\u00f9 fronti.<\/p>\n<p><b>Cure pi\u00f9 vicine al domicilio<\/b><\/p>\n<p>Recentemente la FDA ha autorizzato la somministrazione sottocutanea di lecanemab in pazienti selezionati; la somministrazione sottocutanea del farmaco consente di avviare il trattamento a domicilio senza dipendere esclusivamente dalle infusioni endovenose in ospedale. <strong>\u00c8 un\u2019evoluzione organizzativa, non strettamente farmacologica<\/strong>, ma tutt\u2019altro che marginale: se le terapie modificanti la malattia si diffondessero, alleggerire il carico delle infusioni potrebbe incidere sulla sostenibilit\u00e0 dei percorsi di cura. Resta inteso che modalit\u00e0 d\u2019uso e autorizzazioni differiscono tra Stati Uniti ed Europa e non sono automaticamente sovrapponibili.<\/p>\n<p><b>Prevenzione: cosa sappiamo davvero<\/b><\/p>\n<p>La domanda cruciale resta: si pu\u00f2 prevenire l\u2019Alzheimer? La risposta scientificamente corretta \u00e8 che non esiste un comportamento in grado di garantire l\u2019assenza della malattia. Ci\u00f2 non significa che siamo impotenti. La <strong>Lancet Commission sulla prevenzione della demenza ha individuato<\/strong> <strong>14 fattori di rischio modificabili<\/strong> e stimato che, a livello di popolazione, intervenire su di essi potrebbe teoricamente prevenire o ritardare una quota prossima al 45% dei casi di demenza (8).<\/p>\n<p>Il dato riguarda l\u2019insieme delle demenze, non soltanto l\u2019Alzheimer, e non implica che il 45% del rischio individuale sia azzerabile. T<strong>ra i fattori elencati figurano ipertensione, colesterolo LDL elevato, diabete, obesit\u00e0, fumo, sedentariet\u00e0, eccesso di alcol, perdita dell\u2019udito, deficit visivi non corretti, depressione, isolamento sociale, traumi cranici e inquinamento atmosferico, oltre al ruolo dell\u2019istruzione<\/strong> nelle prime fasi della vita. Il messaggio \u00e8 netto: proteggere il cervello significa spesso proteggere anche cuore, arterie, metabolismo, sensi e relazioni.<\/p>\n<p><b>La prova degli interventi sullo stile di vita<\/b><\/p>\n<p>Nel 2025 lo studio randomizzato U.S. POINTER ha coinvolto 2.111 persone con et\u00e0 tra i 60\u201179 anni sani ma con uno stile di vita sedentario, dieta non ottimale o fattori di rischio cardiovascolari. Un confronto di 2 anni tra un programma di intervento sullo stile di vita altamente strutturato e un gruppo con indicazioni generali di autoriduzione. Il programma combinava:<\/p>\n<ul>&#13;<\/p>\n<li>attivit\u00e0 fisica<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>dieta di tipo MIND<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>stimolazione cognitiva<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>socialit\u00e0<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>controllo dei fattori cardiovascolari<\/li>\n<p>&#13;\n<\/ul>\n<p>Dopo due anni, entrambi i gruppi hanno mostrato miglioramenti, ma l\u2019intervento pi\u00f9 strutturato e intensivo ha determinato un vantaggio statisticamente superiore sulla funzione cognitiva globale. Non \u00e8 la prova che quella combinazione impedisca con certezza l\u2019Alzheimer, ma indica che <strong>agire contemporaneamente su pi\u00f9 abitudini pu\u00f2 produrre un beneficio misurabile nei soggetti a rischio<\/strong>. \u00c8 probabilmente la prevenzione pi\u00f9 realistica disponibile oggi; <strong>muoversi di pi\u00f9, sedersi di meno, migliorare la qualit\u00e0 della dieta, imparare cose nuove, restare socialmente connessi<\/strong> non sono solo \u201cbuoni consigli\u201d ma <strong>indicazioni precise per la \u201csalute del nostro cervello\u201d<\/strong> come dimostra la ricerca scientifica.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/fanto3-1788763841184.webp\" alt=\"\" width=\"724\" height=\"483\" caption=\"false\" style=\"display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;\"\/><\/p>\n<p><b>Cosa possiamo fare subito<\/b><\/p>\n<p>Non occorre conoscere il proprio livello di p\u2011tau217 per iniziare a tutelare il cervello. Tenersi sotto controllo pressione arteriosa, glicemia e colesterolo, non fumare, praticare attivit\u00e0 fisica regolare, evitare l\u2019abuso di alcol, coltivare relazioni sociali, correggere quando possibili problemi di udito e vista e mantenere lo stimolo mentale sono azioni coerenti con le evidenze sulla riduzione del rischio. Non ogni dimenticanza \u00e8 una malattia: smarrire talvolta le chiavi o un nome rientra nel normale invecchiamento del nostro cervello. Diverso \u00e8 quando i problemi di memoria diventano progressivi e interferiscono con le attivit\u00e0 abituali, la gestione del denaro, l\u2019orientamento, il linguaggio o l\u2019autonomia quotidiana: in quel caso \u00e8 opportuno consultare il medico per valutare eventuali approfondimenti.<\/p>\n<p><b>Il cambio di paradigma<\/b><\/p>\n<p>L\u2019Alzheimer resta una delle sfide pi\u00f9 complesse della medicina contemporanea. Ma l\u2019idea che \u201cnon c\u2019\u00e8 nulla da fare\u201d \u00e8 sempre meno aderente alla realt\u00e0. &#8220;Oggi &#8211; come spiega il dottor <strong>Fausto Fant\u00f2<\/strong> &#8211; possiamo identificare meglio la malattia, in alcuni pazienti rallentarne la progressione e comprendere con maggiore precisione su quali fattori intervenire molto prima dei sintomi. <strong>La sfida dei prossimi anni sar\u00e0<\/strong> <strong>definire quanto precocemente diagnosticare, chi trattare, come rendere sostenibili le nuove terapie e se i farmaci contro amiloide e tau potranno essere combinati per incidere pi\u00f9 profondamente sulla storia naturale della patologia<\/strong>&#8220;. Nel frattempo, la notizia forse meno appariscente \u00e8 anche la pi\u00f9 utile: il cervello non \u00e8 separato dal resto del corpo. &#8220;<strong>Prendersi cura di cuore, pressione, metabolismo, movimento, udito, vista e vita sociale non offre garanzie assolute contro l\u2019Alzheimer<\/strong>, ma rappresenta gi\u00e0 una parte concreta della strategia con cui possiamo provare a difendere pi\u00f9 a lungo la salute del nostro cervello&#8221; conclude il geriatra.\u00a0<\/p>\n<p>Fonti-Biografia:<\/p>\n<ol>&#13;<\/p>\n<li>Budd Haeberlein S, Aisen PS, Barkhof F, et al. Two randomizedphase 3 studies of aducanumab in early Alzheimer\u2019s disease. JPrev Alzheimers Dis 2022; 9:197-210<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>Van Dick CH, Swanson CJ, Aisen P et al. Lecanemab in early Alzheimer\u2019s disease. N Engl J Med.2023; 388:9-21<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>Gamba P., Et\u00e0, APOE e Sesso: la triade che predispone all\u2019Alzheimer in Fant\u00f2 F. (a cura di), L\u2019Alzheimer \u00e8 donna. Viaggio attraverso una malattia al femminile, Torino, Voglino Editrice, 2024: 39-4<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>Sims JR, Zimmer JA, Evans CD, et al. Donanemab in Early Symptomatic Alzheimer Disease: The TRAILBLAZER-ALZ 2 Randomized Clinical Trial. JAMA. 2023; 330 (6): 512-527. doi: 10.1001\/jama.2023.13239<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>Sims JR, Zimmer JA, Evans CD, et al. Donanemab in Early Symptomatic Alzheimer Disease: The TRAILBLAZER-ALZ 2 Randomized Clinical Trial. JAMA. 2023; 330 (6): 512-527. doi: 10.1001\/jama.2023.13239<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li><a href=\"https:\/\/pubmed.ncbi.nlm.nih.gov\/37459141\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Nonino F. et al.Amyloid \u2013beta-targetingmonoclonal antibodies for people whith mild cognitive impairment or mild dementia due to Alzheimer\u2019s disease. Cochrane Database&lt;&#13;\n<li>Buckley RF et al, \u201cPrognostic Value of blood-Based P-Tau 217 level for Progression to Cognitive Imparirment JAMA, 14 July 2026<\/li>\n<p>&#13;<\/p>\n<li>Commissione Lancet, &#8220;Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report&#8221;, The Lancet, 2024.<a href=\"https:\/\/pubmed.ncbi.nlm.nih.gov\/37459141\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\"><\/li>\n<p>&#13;\n<\/li>\n<\/ol>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Per decenni parlare di Alzheimer ha significato, soprattutto, registrare i limiti della medicina. 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