{"id":69956,"date":"2025-08-26T11:04:12","date_gmt":"2025-08-26T11:04:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/69956\/"},"modified":"2025-08-26T11:04:12","modified_gmt":"2025-08-26T11:04:12","slug":"freddie-mercury-e-lepica-da-stadio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/69956\/","title":{"rendered":"Freddie Mercury e l&#8217;epica da stadio"},"content":{"rendered":"<p>Fine agosto 1975. Nei Rockfield Studios di Monmouth, in Galles, i Queen si apprestano a registrare <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=fJ9rUzIMcZQ\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Bohemian Rhapsody<\/a>, la canzone che di l\u00ec a poco li avrebbe proiettati nell\u2019olimpo del rock. Nel breve saggio Little High, Little Low: Hidden Repetition, Long-Range Contour and Classical Form in Queen\u2019s\u00a0Bohemian Rhapsody, Jack Boss, professore di teoria musicale e composizione all\u2019Universit\u00e0 dell\u2019Oregon, fa notare come i motivi che compongono quel brano si succedano in modo fin troppo organizzato per essere considerati, a dispetto del titolo, rapsodici, e riassume cos\u00ec la struttura della canzone: 1. Introduzione; 2. Esposizione del tema, ripetuto due volte; 3. Transizione (assolo di chitarra); 4. Primo sviluppo (parte operistica); 5. Secondo sviluppo (parte hard-rock); 6. Conclusione (ballad). Senza seguire il professore fin nei meandri dell\u2019analisi musicologica, balza subito all\u2019occhio come il brano non rispetti alcuna forma di canzone conosciuta. Misurato a distanza di cinquant\u2019anni, prima ancora che un azzardo in chiave prog (siamo, non dimentichiamo, a met\u00e0 degli anni \u201970, ancora nel vivo della cosiddetta stagione sinfonica e progressive del rock, dove la forma canzone salt\u00f2 letteralmente per aria), quel brano dei Queen pare configurarsi come una raccolta di motivi o di vignette pop che ambivano a delineare uno spettro stilistico vasto tanto quanto il bisogno del gruppo di esprimere il proprio estro ma anche, nel caso dell\u2019autore, Freddie Mercury, la sua eclettica personalit\u00e0.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Queen2.jpg\" data-entity-uuid=\"840cdf16-2156-4145-913d-d521fe073c4a\" data-entity-type=\"file\" alt=\"k\" width=\"780\" height=\"546\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Nel 1975 i Queen avevano alle spalle tre dischi, godevano di buona reputazione fra gli addetti ai lavori e un crescente seguito di pubblico. Il brano <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=2ZBtPf7FOoM\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Killer Queen<\/a> dal disco precedente, Sheer Heart Attack, aveva raggiunto il secondo posto nelle classifiche di vendita inglesi, e presentava una melodia che poteva richiamare una penna illustre come quella di Paul McCartney, ma anche un arrangiamento vocale e delle scelte di modulazione di chiara ascendenza beatlesiana, sorta di residui psichedelici innestati su un impianto rock tipico dei primi anni \u201870. Quella canzone lascia chiaramente intendere come Bohemian Rhapsody non fosse un episodio isolato o fortuito, ma la naturale prosecuzione di un percorso di individuazione artistica iniziato anni prima, un percorso fatto di un amalgama di stili dove all\u2019amato hard rock s\u2019accostavano richiami alla vocalit\u00e0 operistica (una fissa di Freddie Mercury, il quale pi\u00f9 avanti duetter\u00e0 anche con il soprano Monserrat Caball\u00e9), un indubbio talento per la melodia pop e per gli impasti vocali, l\u2019originale lirismo metal di Brian May, il gusto e il taglio di certo teatro musicale leggero che da Gilbert e Sullivan porta dritti a Beyond the Fringe e ai Monty Phyton, o ancora le pantomime musicali di Noel Coward (i Queen come improbabile punto d\u2019incontro fra il burlesque, il vaudeville e i Led Zeppelin), la messa in scena di una pomposit\u00e0 \u2013 maestosit\u00e0 regale, avrebbero poi specificato i diretti interessati \u2013 che culminer\u00e0 a fine decennio negli inni da stadio che contribuiranno, e non poco, a trasformare l\u2019esperienza del concerto rock avvicinandolo sempre pi\u00f9 alla dimensione da curva ultr\u00e0 \u2013 <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=-tJYN-eG1zk\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">We will rock you<\/a>, <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=04854XqcfCY\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">We are the champions<\/a> o <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=azdwsXLmrHE\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Radio Gaga<\/a>, pi\u00f9 avanti \u2013 mista a una frivolezza al limite della parodia e del kitsch, di fronte alla quale l\u2019appassionato di rock pi\u00f9 intransigente ha sempre nutrito qualche perplessit\u00e0 (si pensi, su tutti, al videoclip di <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=WUOtCLOXgm8\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">I want to break free<\/a>, dove al travestitismo glam d\u2019un tratto subentra la farsa in stile sitcom). Emblematico in questo senso era un brano come <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=SoBMhx_ap_g\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">The march of the black queen<\/a> (oltre sei minuti di durata), da Queen II, il secondo disco della band, dove la tentazione per il pastiche, il melodramma e la stratificazione vocale, cos\u00ec come l\u2019enfasi pianistica e chitarristica di Bohemian Rhapsody, sono gi\u00e0 tutte presenti.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Queen - Montreux.jpg\" data-entity-uuid=\"92db6a17-95ce-4bce-aa76-b41ae133fb09\" data-entity-type=\"file\" alt=\"j\" width=\"780\" height=\"511\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Nell\u2019omonimo <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=mP0VHJYFOAU\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Bohemian Rhapsody<\/a>, biopic che racconta insieme la storia della band e quella di Freddie Mercury, la genesi del brano ci viene illustrata nel dettaglio (Rami Malek nei panni di Mercury, premio Oscar per quell\u2019interpretazione, intento a comporre testo e musica del brano), seguendone poi l\u2019accurato montaggio nei Rockfield Studios, per arrivare infine alla scena madre con l\u2019arcigno discografico, incredulo di fronte alla pretesa della band di fare di quel brano da sei minuti il singolo con cui lanciare il nuovo disco, con l\u2019aggravante che quel disco (un disco di rock nell\u2019anno di grazia 1975), si vorrebbe intitolarlo A Night at the Opera, una notte all\u2019opera. Di che togliere il sonno al pi\u00f9 intrepido dei discografici. Eppure, come viene sottolineato nel film, quella di Bohemian Rhapsody fu una delle grandi scommesse vinte del rock. Il rischio preso con quella canzone, quando i Queen miravano a conquistarsi un posto fisso nelle classifiche di vendita, appare oggi persino pi\u00f9 audace di quanto non potesse apparire allora. Il brano scal\u00f2 le chart inglesi in un attimo, come se il pubblico non aspettasse altro, un\u2019opera rock da sei minuti dove succedeva di tutto. Se la canzone appare complessa sul piano armonico e unica dal punto di vista formale (un azzardo in verit\u00e0 non raro per il rock del periodo; Shine on you crazy diamond dei Pink Floyd fu pubblicata quello stesso anno: ventisei minuti di musica suddivisi in nove movimenti), la sua vera sfida consiste nell\u2019aver instillato uno sbuffo di melodramma se non proprio un alone di classicit\u00e0 nel pop, miscelando in modo fors\u2019anche velleitario delle melodie che avrebbero potuto stare in una canzone degli ABBA all\u2019enfasi e all\u2019ampollosit\u00e0 che la band coltivava da sempre. Che poi del testo, all\u2019epoca, si capisse poco o nulla (Galileo Figaro magnifico-ooo! e Bismillah!, fra le altre cose), poco importava. Soltanto in anni recenti il testo della canzone ha trovato delle analisi serie e circostanziate. Il chitarrista Brian May ha fatto notare come all\u2019epoca Mercury stesse cercando s\u00e9 stesso, e che il testo della canzone riflette questa sua ricerca di identit\u00e0:<\/p>\n<p>Goodbye everybody, I\u2019ve got to go<br \/>Gotta leave you all behind and face the truth<\/p>\n<p>(Addio a tutti, devo andare \/ Devo lasciarvi alle spalle e affrontare la verit\u00e0)<\/p>\n<p>Quella storica canzone dei Queen va proiettata nel quadro di una stagione di sperimentazione musicale ormai matura e per molti versi gi\u00e0 codificata, ma anche dentro la pittoresca stagione del travestitismo e del glam rock di stampo britannico dei primi anni \u201970, di cui i Queen, e in particolare proprio Freddie Mercury, furono degli assoluti protagonisti. Una canzone pop riuscita di solito ci consegna un\u2019emozione precisa; Bohemian Rhapsody \u00e8 una sinfonia nella quale l\u2019organizzazione delle emozioni si fa fluida, in continua evoluzione, non costretta dentro il classico schema strofa\/ritornello; racconta una storia di cui forse ignoriamo il senso ma di cui avvertiamo distintamente lo spettro e il peso nel suo sviluppo tematico. Il trasporto ultimo del rock, se vogliamo, dove il kick, l\u2019innesco di un effetto suscettibile di traghettarti altrove, non \u00e8 pi\u00f9 affidato soltanto alle droghe, ai sintetizzatori o al volume saturato degli amplificatori, ma in modo sempre pi\u00f9 sfacciato alla pura emozione, un\u2019emozione caricata ad arte da una band che non avrebbe mai smesso di cercare un\u2019adesione totalmente partecipe da parte del suo pubblico.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Freddie-Mercury1.jpg\" data-entity-uuid=\"fe02af7b-90d5-4089-b1b3-894e8dab4359\" data-entity-type=\"file\" alt=\"k\" width=\"780\" height=\"1206\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>Il men che si possa dire \u00e8 che Mercury era l\u2019uomo giusto per questo. Freddie non \u00e8 stato soltanto uno dei pi\u00f9 grandi cantanti nella storia del rock, ma un vero e proprio magnete, un agente catalizzatore, un artista capace di catturare l\u2019attenzione del pubblico come nessun altro. Il citato film Bohemian Rhapsody si chiude, nell\u2019ultimo quarto d\u2019ora di pellicola, con l\u2019esatta ricostruzione, minuto per minuto, nota dopo nota e mossa dopo mossa, dell\u2019esibizione dei Queen al Live Aid nel luglio del 1985. Un\u2019esibizione, quella dei Queen nello stadio di Wembley un tardo pomeriggio di quarant\u2019anni fa, fra una star e l\u2019altra (la loro esibizione era stata preceduta da quella degli U2 e dei Dire Straits, seguita da quella di David Bowie, degli Who e di Elton John), che non \u00e8 esagerato definire memorabile, a suo modo perfetta, una performance senza la minima sbavatura, dei tempi scenici e un controllo che lascia ammirati, a maggior ragione se si pensa alla concitazione e la pressione che doveva regnare nel backstage. Io non so che cosa si provi a stare su un palcoscenico del genere, di fronte a 72.000 persone che pendono dalle tue labbra, che faranno tutto ci\u00f2 che tu dirai loro di fare, e con la consapevolezza di essere guardato, in diretta tv, da quasi due miliardi di spettatori. Potrebbe essere utile a questo proposito <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=6OsCheVsdTQ\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">ripescare quella performance nella sua interezza<\/a> e provare, non fosse che per un istante, a distogliere gli occhi da Freddie Mercury. Io, confesso, non ci riesco. La sua capacit\u00e0 di ipnotizzare il pubblico era stupefacente, cos\u00ec come straordinario nella sua determinazione e nella sua dismisura era il talento dell\u2019intrattenitore che ha affinato per anni il proprio numero sui palchi di mezzo mondo, unito a un carisma che non ha avuto eguali: uno dei momenti pi\u00f9 intensi e indimenticabili nella storia del rock. E questo, mi sento di aggiungere, che si amino o meno i Queen.<\/p>\n<p>Ogni interprete ha, con il microfono, un rapporto tutto suo. Per alcuni pu\u00f2 essere un cobra dalla lingua biforcuta che trasforma il cantante in un incantatore di serpenti e, nel contempo, la carogna che amplifica l\u2019errore (penso al Vladimir Vysotskij di <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=m0gz-tV46yk\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Il cantante al microfono<\/a>; <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=9ZbsCQ0LqH4\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">qui la versione italiana<\/a> cantata da Eugenio Finardi), per altri, e penso a Roger Daltrey, il cantante degli Who, pu\u00f2 diventare un lazo da mandriano da far volteggiare sopra le teste degli spettatori. Per Freddie Mercury il microfono era uno strumento cui affidare una precisa funzione coreografica. Meglio, prima ancora del microfono, l\u2019asta che lo sostiene. Ve la ricordate l\u2019asta del microfono di Freddie Mercury? L\u2019asta che sostiene un microfono di solito \u00e8 composta da due elementi: un\u2019asta verticale fissata a una base, e poi un secondo elemento, identico all\u2019asta fissata a terra, ma mobile, agganciato in modo da consentire la regolazione dell\u2019altezza del microfono. Freddie Mercury era solito sganciare questo secondo elemento dalla base fissata a terra, cos\u00ec da portarsi in giro per il palco microfono e asta insieme. Ne nasceva un balletto che valeva, da solo, buona parte dello show. La funzione di quell\u2019asta \u00e8 paragonabile a quella di una pertica per la ballerina in un locale di lap dance. Mercury alzava l\u2019asta al cielo, se la infilava fra le gambe, se la faceva sfilare dietro la schiena, la puntava come un fucile davanti a s\u00e9, la brandiva alla stregua di un manico di chitarra o, in modo pi\u00f9 discreto ma pur sempre esplicito, di un fallo. L\u2019asta del microfono era un\u2019estensione del suo corpo e al tempo stesso un oggetto col quale mettere in scena un rituale dalla fortissima valenza erotica. Un arnese di lavoro trasformato in strumento di piacere. Impossibile togliergli gli occhi di dosso. Freddie Mercury e la sua asta sono la cosa pi\u00f9 voyeuristica che ha prodotto il rock: giochi erotici da stadio.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Freddie Mercury - Montreux.jpg\" data-entity-uuid=\"ee3c454e-c211-4902-a73c-a832e35af9a6\" data-entity-type=\"file\" alt=\"j\" width=\"780\" height=\"518\" class=\"align-center\" loading=\"lazy\"\/><\/p>\n<p>A Montreux, di fronte al lago, a pochi passi dal Casin\u00f2 che per anni ha ospitato il celebre festival del jazz (lo stesso Casin\u00f2 e lo stesso lago protagonisti di <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=eu5lv2Umn3M\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Smoke on the water<\/a> dei Deep Purple), oggi fa bella mostra di s\u00e9 una statua in bronzo di Freddie Mercury. Fu inaugurata nel 1996, cinque anni dopo la morte del cantante, e da allora \u00e8 presa quotidianamente d\u2019assalto dai cacciatori di selfie. Coglie Freddie in una delle sue pose da concerto, una posa, come s\u2019usa dire oggi, iconica: capo chino, sguardo basso, il braccio destro al cielo mentre la mano sinistra afferra saldamente il microfono e l\u2019asta del microfono. L\u2019equivalente di un calciatore mondiale nell\u2019atto di esultare dopo un gol, o di un conquistador appena sbarcato su una spiaggia tropicale. Freddie Mercury, come prima di lui avevano fatto artisti di fama mondiale \u2013 Igor Stravinsky, Vladimir Nabokov, David Bowie e, un paio di chilometri pi\u00f9 in l\u00e0, nelle colline sopra Vevey, Charlie Chaplin \u2013 aveva deciso di stabilirsi nella cittadina. A Montreux, con i Queen, aveva anche registrato sei dischi, a cominciare da Jazz nel 1978 per arrivare al postumo Made in Heaven. La presenza di quella statua sul lungolago di Montreux quindi non stupisce, e pare consegnarci, grazie alla posa plastica, l\u2019equivalente scultoreo di quell\u2019epica del trionfo che \u00e8 stata la cifra di tante canzoni dei Queen. We are the champions, per non citare che quella, \u00e8 ormai il \u201ctutti insieme\u201d pi\u00f9 intonato negli stadi e nei palazzetti dello sport del mondo intero (e fors\u2019anche al torneo della bocciofila di paese, per non dire di certe feste d\u2019addio al celibato ad alto tasso alcolico):<\/p>\n<p>We are the champions, my friends<br \/>And we&#8217;ll keep on fighting &#8216;til the end<\/p>\n<p>(Siamo i campioni, amici miei \/ E continueremo a lottare sino alla fine)<\/p>\n<p>Nel film Bohemian Rhapsody ci sono, l\u2019appassionato non pu\u00f2 non ricordarlo, due brevi ma cruciali citazioni pucciniane: Un bel d\u00ec vedremo dalla Madama Butterfly e Signore ascolta dalla Turandot. Freddie Mercury amava Maria Callas e amava Puccini. E la cosa, bisogna dire, non sorprende. Da Bohemian Rhapsody fino agli ultimi inni da stadio fu tutta una rincorsa al fantasma dell\u2019opera o soltanto a quel nonsoch\u00e9 suscettibile di trafiggere un cuore umano. Al punto che di fronte alla statua di Freddie sul lungolago di Montreux non sarebbe fuori luogo, per quanto immensamente fuori luogo, anzich\u00e9 canticchiare Galileo Figaro magnifico-ooo!, provarsi per una volta, meglio se sottovoce, al Nessun dorma, immaginandosi, e credo senza difficolt\u00e0, Freddie Mercury nell\u2019atto di prendere fiato, mano levata al cielo, per affrontare il vincer\u00f2.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Fine agosto 1975. 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