{"id":76113,"date":"2025-08-29T14:21:14","date_gmt":"2025-08-29T14:21:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/76113\/"},"modified":"2025-08-29T14:21:14","modified_gmt":"2025-08-29T14:21:14","slug":"nello-smarrimento-mario-giacomelli-il-demone-scapigliato-che-ti-viene-a-cercare-in-sogno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/76113\/","title":{"rendered":"\u201cNello smarrimento\u201d. Mario Giacomelli, il demone scapigliato che ti viene a cercare in sogno"},"content":{"rendered":"<p>Milano, fine luglio. Cielo altero, immacolato. Piazza Duomo \u00e8 sommersa,\u00a0more solito, da policromi sciami umani, torme di piccioni quasi addomesticati, esagitazioni vocali e sorrisi posticci a beneficio di autoscatto.<\/p>\n<p>Noi scegliamo<a href=\"https:\/\/www.palazzorealemilano.it\/mostre\/il-fotografo-e-il-poeta\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener nofollow\">\u00a0<strong>Palazzo Reale, una retrospettiva di oltre trecento opere dedicata, in occasione del primo centenario dalla sua nascita, a Mario Giacomelli (Senigallia, 1 agosto 1923 \u2013 Senigallia, 25 novembre 2000),<\/strong><\/a>\u00a0fotografo radicale fra i pi\u00f9 influenti del Novecento. Il titolo della mostra \u00e8 emblematico:\u00a0Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta.<\/p>\n<p>Ci immergiamo senza esitazione nella nera carena della prima sala. Le luci al soffitto sono cecchini discreti puntati sulle immagini incorniciate. Immagini o illusioni, non si sa ancora. E non si sa nemmeno se avvicinarsi o scegliere la visione d\u2019insieme, a distanza, lo sguardo che erra, si confonde, naufraga in uno smarrimento in bianco e nero.<\/p>\n<p>Quante saranno le raffigurazioni che tracciano ogni parete in un avvicendarsi di chiazze d\u2019oscuro e di lume?\u00a0<\/p>\n<p>Ci fermiamo, al centro della sala, socchiudiamo gli occhi e poi li riapriamo, accostandoci ai segni di materia che promanano dalle cornici: sembianze vaghe, talora invece nettamente profilate, in ogni caso, sempre definite soltanto dal nostro sguardo. Non dal\u00a0Suo, che \u00e8 gi\u00e0 oltre, nel movimento che tende all\u2019infinito, all\u2019indistinto.\u00a0<\/p>\n<p>Lo sguardo di Mario Giacomelli \u00e8 sempre oltre, anche prima di scattare, anche dopo, nella camera oscura, quando la materia diventa irreale, il visibile tracima nell\u2019invisibile, nel sembiante della trascendenza. Lui cerca quella.\u00a0<strong>Cerca di afferrare la trascendenza, senza fermarla, respinge il tempo, rifiuta l\u2019idea di sospensione radicata in un certo concettualismo fotografico; attualizza, semmai, il passato, riesuma ci\u00f2 che \u00e8 finito, restituendogli nuova vita:<\/strong>\u00a0\u201cle mie foto\u201d \u2013 scrive in un appunto \u2013 \u201csono il presente e il passato: lo spazio ed il tempo ridotti ad un segno unico\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn1\" rel=\"nofollow\">[1]<\/a>.<\/p>\n<p>E che sia buio, luce, cranio brulicante di farfalle-stelle o campo arato, che siano preti, gatti, uccelli, bocche sdentate o scheletri arborei, che siano case a mucchi o semplici macchie, che sia vita o morte, nulla cambia. Il fermento, il moto sulla soglia \u2013 fra ci\u00f2 che \u00e8 e ci\u00f2 che non \u00e8 pi\u00f9, ma in altro modo comunque sar\u00e0 \u2013 \u00e8 il sigillo con cui Mario Giacomelli lavora sull\u2019immagine, e prima ancora sui luoghi, sugli oggetti, sui volti, predisponendoli, arruffandoli, spostandoli, inventandoli, per valicare l\u2019implacabile leopardiano \u201corizzonte che lo sguardo esclude\u201d, e tendere all\u2019\u1f04\u03c0\u03b5\u03b9\u03c1\u03bf\u03bd (\u00e1peiron), riconciliando cos\u00ec materia ed evanescenza, presente e passato, memoria e immaginazione.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Mario Giacomelli riesce, nell\u2019epoca della fotografia analogica, a penetrare e oltrepassare la materia, dunque il reale,<\/strong>\u00a0indegno della complessit\u00e0 della vita, e riesce a farlo partendo \u2013 fra l\u2019altro \u2013 dalla poesia, il gesto che, forse pi\u00f9 di tutti, ha accesso all\u2019invisibile e che, in ogni caso, accompagna tutta la sua vita.\u00a0<\/p>\n<p>Non \u00e8 un poeta\u00a0stricto sensu, Giacomelli, anche se si cimenta nella scrittura di versi, ma di certo incorpora lo spirito dei poeti a lui cari (Leopardi, Cardarelli, Dikinson, Masters, Montale, Corazzini, Luzi, Borges, Caproni, Permunian) e impara, col tempo, a tradurlo in immagini, sperimentando le pi\u00f9 svariate tecniche fotografiche: \u201clo sfocato, il mosso, la grana, il bianco mangiato, il nero chiuso, sono come esplosione del pensiero che d\u00e0 durata all\u2019immagine, affinch\u00e9 si spiritualizzi in armonia con la materia\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn2\" rel=\"nofollow\">[2]<\/a>.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"784\" alt=\"\" class=\"wp-image-104716 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/unnamed-2-1024x784.jpg\"  data-\/><\/p>\n<p><strong>\u00c8 nel cenacolo di Giuseppe Cavalli,\u00a0fotografo e intellettuale raffinato,\u00a0che il giovane Mario \u2013 costretto al lavoro in una tipografia da quando ha tredici anni, dopo aver perso il padre a nove \u2013 riceve l\u2019iniziazione, si accosta alle pi\u00f9 svariate forme d\u2019arte, ascolta Bach, legge Eliot e Croce<\/strong>, orienta la propria indole romantica e decadente verso l\u2019apprendimento, da autididatta, della fotografia artistica. Fa propri i dogmi dei maestri per domarli, sconcertando sin da subito l\u2019ambiente fotoamatoriale: i suoi primi lavori (come la serie\u00a0Vita d\u2019ospizio, cui si dedica a partire dal 1956, e che \u00e8 ispirata all\u2019ospizio di Senigallia dove lavora la madre) vengono puntualmente scartati ai concorsi, poich\u00e9 Giacomelli infrange i diktat dell\u2019epoca, le regole del\u00a0reportage\u00a0bressoniano, intervenendo nella realt\u00e0 e alterandola, prima e dopo la cattura (si pensi ai bianchi e ai neri bruciati dal flash, alle cesure, alle sovraimpressioni). Interventi che allontanano il Nostro dal realismo in voga in quegli anni e dalla ricerca della purezza stilistica dello scatto. Nel parallelismo fra animato e inanimato, l\u2019ospizio ritratto da Giacomelli svela i volti e i corpi dei vecchi, ripresi in posture oblique e traballanti, la pelle-corteccia fessurata dalle stesse crepe dei campi arsi dal sole, il buio delle cavit\u00e0 oculari che mangia lo sguardo predisponendolo alla m\u00e8ta ctonia, e somiglia a quello delle fosche finestre dei casolari diroccati ritratti in altre fotografie della serie.\u00a0<\/p>\n<p>Quel lavoro segna l\u2019inizio del viaggio nella fotografia metafisica, anzi poetica, di Mario Giacomelli, che insegue l\u2019uomo, pencolante tra forze contrapposte, con la sua tragica fragilit\u00e0, e lo ritrova sulla soglia di una perenne metamorfosi, lo trova fra ruderi isolati, annidato fra gli anni di un tronco, in suggestioni di caligine, fra contorsioni di ferri neri e pezzi di cemento, o ancora issato a cieli consunti, accecanti. L\u2019uomo di Mario Giacomelli pulsa nei controluce, nei profili di un masso strangolato dal buio, o ancora in una folla di teste illuminate come cerini accesi nel nero.<\/p>\n<p>Nello sguardo di Giacomelli, come in quello del poeta, il paesaggio (legato, nel suo caso, al mondo contadino\u00a0dal quale proviene)\u00a0si fa esperienza interiore, attraverso l\u2019uso\u00a0del simbolo, ed \u00e8, come annota lui stesso:\u00a0<\/p>\n<blockquote class=\"wp-block-quote\">\n<p><strong>\u201catto di espressione totale dove sento lievitare la natura, il flusso traumatico del tempo. \u00c8 la dimensione dello spazio ridotto a una emozione unica, ad una estensione della mia esistenza dove il quotidiano, il ripetitivo viene come filtrato dal fluente dell\u2019immaginazione\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn3\" rel=\"nofollow\"><strong>[3]<\/strong><\/a>.<\/strong><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Non si pu\u00f2 dire che Giacomelli ritragga il paesaggio; semmai, come sostiene sempre lui, raffigura \u201ci segni, le memorie della esistenza di un \u2018mio\u2019 paesaggio. Non voglio che sia subito identificato, preferisco che si pensi a certi segni, alle pieghe che l\u2019uomo ha nelle sue mani.\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn4\" rel=\"nofollow\">[4]<\/a><\/p>\n<p>\u00c8 una fotografia meditativa, immaginifica, quella di Mario Giacomelli, fatta di lacerti figurativi, di tensioni fra luci e ombre, di audaci frammenti e composizioni radicali, in cui anime e oggetti si accordano per proiettare i segni dell\u2019inconscio. \u201c\u2026segni\u201d, osserva sempre il Nostro, che \u201cvengono come vivificati per una loro architettura e costruzione visiva, come a sfidare le cose reali.\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn5\" rel=\"nofollow\">[5]<\/a><\/p>\n<p>Ce ne accorgiamo subito, sin dalle prime sale dedicate alla retrospettiva. Qui proveremo a soffermarci su alcune di esse e a dare una lettura (istintiva, dunque, senz\u2019altro inadeguata) di alcuni dei lavori esposti, invitando il lettore a regalarsi un\u2019esperienza immersiva di formidabile intensit\u00e0 nell\u2019arte di Mario Giacomelli.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"773\" alt=\"\" class=\"wp-image-104717 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/157323-Mario_Giacomelli_La_domenica_prima_Archivio_Mario_Giacomelli-1024x773.jpg\"  data-\/><\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>La serie\u00a0L\u2019infinito\u00a0(1986-1988), ispirata all\u2019omonima lirica leopardiana<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn6\" rel=\"nofollow\">[6]<\/a>, viene realizzata in seguito all\u2019incontro di Giacomelli con Luigi Crocenzi (1923-1984), eclettico fotografo e intellettuale con cui il Nostro intrattiene un epistolario negli anni Sessanta e da cui apprende le teorie del fotoracconto e del montaggio per immagini, cominciando a praticare la fotografia come concatenazione di immagini destinate alla narrazione.\u00a0<\/p>\n<p>La lettura del celeberrimo componimento \u00e8 innesco potente, un ponte verso la trasposizione metamorfica della parola in immagine. L\u2019infinito, per Leopardi, \u00e8 una percezione che scaturisce dall\u2019incontro con un\u2019area tangibile e circoscritta (il colle di Recanati, la siepe), oltre la quale si staglia la sconfinata\u00a0ouverture\u00a0dell\u2019immaginazione, della memoria. Ecco, Giacomelli traduce tale percezione poetica in una precisa tensione fotografica, combinando, da un lato, materie solide e impenetrabili (strade asfaltate, muri, finestre profilate di luce, campi geometricamente arati, linee lignee), dall\u2019altro, suggestioni evanescenti (ombre di solitudini, paesaggi sui quali piovono aghi di luce o bagliori simili a stelle, volti sfocati, stormi di uccelli su sfondi nuvolosi in dissoluzione), queste ultime ottenute grazie all\u2019effetto del mosso o delle doppie esposizioni.<\/p>\n<p>L\u2019astrazione \u00e8 la cifra della serie, che si apre con il bianco assoluto e si chiude con il nero assoluto (per usare le espressioni di Alessandro Giampaoli, uno dei curatori del catalogo uscito, proprio sul lavoro fotografico in commento, per Silvana Editoriale<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn7\" rel=\"nofollow\">[7]<\/a>); ma ciascuna delle tinte si definisce attraverso il suo opposto, a testimoniare quella circolarit\u00e0 e quella ciclicit\u00e0 che Giacomelli individua come caratteristiche precipue dell\u2019infinito. Una parete ci stordisce: su di essa campeggiano sedici catture incorniciate, una visione d\u2019insieme lisergica, fatta di righe e geometrie inusuali che si confondono in un\u2019unica figura: il confine. Ma poco pi\u00f9 in l\u00e0, la materia perde peso, il bianco e nero si sfuma, e lo sguardo pu\u00f2 tornare, infine, al dolce naufragare. Prima di lasciare la sala, sussurriamo ripetutamente l\u2019ultimo verso della lirica, nella suadente traduzione di Philippe Jacottet:\u00a0Et m\u2019ab\u00eemer m\u2019est doux en cette mer.<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p><strong>Bando\u00a0<\/strong><strong>\u00e8 il titolo di una lirica<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn8\" rel=\"nofollow\"><strong>[8]<\/strong><\/a>\u00a0di Sergio Corazzini, poeta amato in giovent\u00f9 da Giacomelli per la sua tragica vulnerabilit\u00e0,<\/strong>\u00a0e alla cui opera complessiva si ispira l\u2019omonima serie in esposizione a Milano. Il lavoro, realizzato fra il 1997 e il 1999, omaggia i temi cari al poeta romano, che hanno a che fare coi tessuti costitutivi dell\u2019essere, come l\u2019innocenza profanata, la malattia, la morte, la fragilit\u00e0, la preghiera monca al cospetto dell\u2019inaccessibilit\u00e0 di Dio.\u00a0<\/p>\n<p>La serie (composta da gruppi di quattro opere, lo spazio fra le quali delinea il segno di una croce) ci permette di intravedere nella cattura dei singoli istanti le tracce del rituale cui si consacrava il fotografo prima dello scatto, ossia la fabbricazione concettuale e materiale dell\u2019immagine. Giacomelli, si \u00e8 poc\u2019anzi osservato, trascorreva ore ad apparecchiare lo spazio, raccimolando materiali e detriti, operando spostamenti, inventando installazioni; tutto allo scopo di aprire un varco che favorisse la connessione fra il mondo esterno e quello intimo che passa attraverso lo spirito, dunque lo sguardo. Uno sguardo visionario, il suo, come si evince dalle immagini astratte e potenti che declinano questa serie; immagini che raffigurano l\u2019ingrandimento del caos della materia, appositamente allestita per la cattura, e successivamente disintegrata, smarginata, e finanche scarabocchiata, in ogni caso sempre manipolata nel rituale postumo della camera oscura, attraverso le tecniche pi\u00f9 svariate e l\u2019utilizzo di particolari carte fotografiche.\u00a0<\/p>\n<p>In un appunto vergato a mano da Giacomelli ed esposto in bacheca, leggiamo:\u00a0<\/p>\n<blockquote class=\"wp-block-quote\">\n<p><strong>\u201cCredo che la stabilit\u00e0 di una immagine sia nello smarrimento del fotografo di fronte all\u2019oggetto\u201d.\u00a0<\/strong><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Ma ora, nell\u2019assenza dell\u2019artista, \u00e8 tutto nostro lo smarrimento al cospetto di immagini che somigliano a lacerti di sogno rappezzati, specchi di un inconscio arreso alla luce.<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p><strong>La serie forse pi\u00f9 conosciuta di Giacomelli mutua, invece, il titolo da un verso di Padre David Maria Turoldo,\u00a0Io non ho mani che accarezzino il volto<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn9\" rel=\"nofollow\"><strong>[9]<\/strong><\/a>, e ci presenta un simposio di giovani seminaristi ripresi nella loro quotidianit\u00e0,<\/strong>\u00a0in attimi di gioco e di danza; da un certa distanza, girotondi di nere talari spiccano a contrasto con la terra innevata ed evocano nugoli di uccelli librati nel cielo. Netta \u00e8 l\u2019intenzione di Giacomelli di dissacrare la sacralit\u00e0 in favore dell\u2019uomo, denudato sino all\u2019incoscienza del bambino balordo di gioia, facendo a pezzi il simbolo, fotografando l\u2019altro, l\u2019oltre. L\u2019installazione restituisce una dinamica potente, e la circolarit\u00e0 di certi movimenti traccia suggestioni sospese fra il sacro e il profano. L\u2019azione risiede, com\u2019\u00e8 ovvio, nel movimento dei corpi, ma noi la avvertiamo anche nelle parole, forse persino nelle grida di diletto, che immaginiamo squarciare il silenzio claustrale di una nevicata inattesa, mentre un poeta, \u201csalvatore di ore perdute\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn10\" rel=\"nofollow\">[10]<\/a>, da qualche parte si fa silenzioso custode delle solitudini del mondo.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"1024\" alt=\"\" class=\"wp-image-104720 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Mario-Giacomelli-1024x1024.webp.webp\"  data-\/><\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>Nella stessa sala dei seminaristi, troviamo il celeberrimo\u00a0Bambino di Scanno, scatto che appartiene a una collezione esposta al MOMA di New York. Scanno \u00e8 un borgo abruzzese, fiabesca colonia di case di pietra, scale e angiporti, e meta di artisti del calibro di Henri Cartier-Bresson e Gianni Berengo Gardin (da poco scomparso). Il celebre scatto di Giacomelli raffigura, fra due donne-sentinelle a capo chino, in abiti neri come da usanza, e che sembrano avanzare verso l\u2019esterno dell\u2019inquadratura, un fanciullo con le mani nelle tasche, che si staglia netto nella sfocatura pervasiva dell\u2019immagine. Il colletto della camicia abbacina, creando attorno al corpicino un\u2019aura che si sparge sino ad altre due figure femminili sullo sfondo. E noi che lo guardiamo sappiamo che la solitudine non si confonde mai, salta agli occhi, e illumina i suoi impotenti testimoni.\u00a0<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"450\" alt=\"\" class=\"wp-image-104719 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/157331-Mario_Giacomelli_Scanno_1957_1959_Archivio_Mario_Giacomelli.jpg\"  data-\/><\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi l\u2019amore, un tema che percorre trasversalmente qualsiasi meditazione. Giacomelli ne fa quasi una composizione teatrale\u00a0<strong>nella serie intitolata\u00a0A Caroline Branson\u00a0da Spoon River\u00a0(1967-1973)<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn11\" rel=\"nofollow\"><strong>[11]<\/strong><\/a>, ispirata, appunto, all\u2019omonimo componimento di Egard Lee Masters.\u00a0<\/strong>Il lavoro trae origine da una sceneggiatura di foto-racconto a cura di Luigi Crocenzi, destinata alla televisione. Giacomelli, tuttavia, rifiuta la trasposizione fedele del testo lirico in immagini e, in un secondo momento, riprende le fotografie scattate per il progetto (dal 1971 al 1973), sovvertendole \u2013 in particolare, attraverso la tecnica della sovrimpressione \u2013 in modo da esprimere un universo emotivo non gi\u00e0 supino al testo poetico, ma traslato.\u00a0<\/p>\n<p>La serie rappresenta una passione amorosa che affonda nei corpi degli amanti e nell\u2019immenso assoluto corpo della Natura. In un sogno di spighe in controluce, oppure al riparo di fronde nerastre, sotto nivee nubi, nella danza fluttuante dei capelli dell\u2019amata<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn12\" rel=\"nofollow\">[12]<\/a>\u00a0e nel moltiplicarsi dei volti, l\u00ec pulsano le bocche, gli occhi e gli abbracci degli amanti; pulsano sino alla tragica consapevolezza che \u201cla rapita estasi della carne\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn13\" rel=\"nofollow\">[13]<\/a>\u00a0un giorno sar\u00e0 alle loro spalle, \u201ccome un cantico finito\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn14\" rel=\"nofollow\">[14]<\/a>. Per questo i duei cuori che un tempo avevano passeggiato \u201ccome stelle alla deriva\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn15\" rel=\"nofollow\">[15]<\/a>, scelgono il patto mortale: \u201cUno stelo della sfera terrestre, \/ fragile come luce stellare, \/ in attesa di esser di nuovo gettato \/ nel flusso della creazione\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn16\" rel=\"nofollow\">[16]<\/a>.\u00a0<\/p>\n<p>Una passione, quella narrata in questa serie, che rifiuta le monotone mura di una stanza e la distratta condivisione di un caff\u00e8, anche a costo della morte. E di questa passione Giacomelli ci offre, fra le altre, una cattura dall\u2019alto, nella quale campeggiano due vaste bianche stratificazioni, come due morbide onde, cremose, che si inseguono, allo stesso modo in cui, in altri scatti, gli amanti si rincorrono, verso la terra nera, che sembra voler fuoriuscire dall\u2019inquadratura; e, al di sopra, come spesso accade nell\u2019immaginazione del fotografo, al di sopra di ogni delimitazione spaziale, si libra, in un cielo smangiato dai contrasti, un nugolo di uccelli neri, punteggiatura di un confine che si scompagina, come accade talvolta anche all\u2019amore.<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p><strong>Il teatro della neve\u00a0\u00e8 il titolo di un componimento di Francesco Permunian<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn17\" rel=\"nofollow\"><strong>[17]<\/strong><\/a>, due esili terzine che dicono di una solitudine senza sogni,<\/strong>\u00a0di una rassegnazione e di un \u201cvento malsano [che] \u201csbatte \/ e ribatte\u201d giorni che sono \u201cbandiere di sconfitta\u201d. Il poeta ci offre di quei giorni arresi un\u2019immagine icastica, li paragona a \u201cbianchi lenzuoli in un labirinto di specchi\u201d. Giacomelli traduce questi versi in una serie di raffigurazioni il cui l\u2019astrattismo \u00e8 fatto di rimandi, di richiami simbolici: ci troviamo infatti immersi in un avvicendarsi di paesaggi, spigolosi, geometrici, le cui sembianze sembrano voler suggerire proprio quel gioco di specchi che viene evocato nella lirica. L\u2019uomo \u00e8 assente, o forse lo si pu\u00f2 immaginare come una figura in filigrana sovrapposta a quegli scenari naturali desolati, testimonianza della sua irrimediabile solitudine. Iconico, su tutti, \u00e8 lo scatto che raffigura alcuni teli cos\u00ec sottili da sembrare garze, appesi a una siepe di rovi, sventolanti in uno squarcio di nubi che abbacinano, e trafitti come da una luce sovrannaturale che ne evidenzia spettrali trasparenze. \u00c8 l\u00ec, al cospetto di quella immagine, che sentiamo anche noi sfilare i giorni, ripetitivi nell\u2019assenza di sogni, e per questo disorientanti, \u00e8 l\u00ec che ci sentiamo in balia, cos\u00ec fragili da poter essere trapassati e lacerati persino da una scheggia di luce.<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>Muore la madre nel 1986, e la matrice del senso della vita si disfa, i sentimenti e lo sguardo s\u2019interrano. La fotografia di Mario Giacomelli si orienta verso una dimensione ancora pi\u00f9 intima, amoreggia con la biografia, s\u2019intrama sempre pi\u00f9 nella poesia.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Intorno al 1924, Eugenio Montale scrive una lirica intitolata\u00a0Felicit\u00e0 raggiunta\u2026<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn18\" rel=\"nofollow\"><strong>[18]<\/strong><\/a>; in due sole strofe (composte da cinque versi ciascuna), il poeta restituisce l\u2019essenza del mistero della vita, racchiuso nella perenne inconciliabilit\u00e0 fra la pienezza della felicit\u00e0, cos\u00ec difficile da raggiungere, e l\u2019inesorabilit\u00e0 di certi dolori,<\/strong>\u00a0capaci di annientarla, di farne desiderio dimidiato anche nell\u2019istante dell\u2019appagamento. Montale ci offre l\u2019immagine di una disperazione infantile, quella del bambino che vede fuggire il pallone fra le case, e sa di non poterlo pi\u00f9 riavere. Giacomelli rovescia la prospettiva e cattura il momento della felicit\u00e0 infantile: il volo indimenticabile dell\u2019altalena, promessa di cielo. Tutto, nello scatto che stiamo osservando, prospetticamente si abbassa, al cospetto della felicit\u00e0 raggiunta: le montagne, la linea spezzata dei tetti di un paese in controluce. Ma occorre il contraltare, poich\u00e9 la felicit\u00e0 \u00e8 manichea, la felicit\u00e0\u00a0non \u00e8\u00a0senza il suo lato antinomico: intorno all\u2019altalena, altre immagini traducono il peso e la frattura del dolore. E allora ecco che osserviamo un esterno in cui domina la sfumatura di un nero lugubre e l\u00ec in mezzo notiamo l\u2019immota e consapevole solitudine di due uccelli appollaitai su rami filiformi, o forse inspiegabilmente sospesi in un nulla. Poi gli occhi deviano sopra un terreno innevato di un bianco arso e abbacinante, crepato e bucherellato, dal quale sorgono vecchie griglie ornamentali abbandonate, in mezzo a tronchi d\u2019alberi. E infine scorgiamo il peso sfumato della pena nell\u2019ombra di una trilogia arborea che sembra tremare su di uno sfondo,\u00a0\u00e7a va sans dire, bianco, ancorch\u00e9 sporcato da un fumo che non ne intacca il dramma.\u00a0<\/p>\n<p>La felicit\u00e0 spicca nel contrappeso, nella sostanza palingenetica del dolore.<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p>L\u2019ultima serie di cui vogliamo lasciar qui traccia riguarda lo sradicamento, la perdita delle origini che si fa esiziale, come \u00e8 accaduto, fra gli altri,\u00a0<strong>a Franco Costabile\u00a0<\/strong><strong>(<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Sambiase\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Sambiase<\/a>,\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/27_agosto\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">27 agosto<\/a>\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/1924\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">1924<\/a>\u00a0\u2013\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Roma\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Roma<\/a>,\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/14_aprile\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">14 aprile<\/a>\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/1965\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">1965<\/a>), poeta meridiano assoluto, \u201cdisperato di Sud\u201d,\u00a0morto suicida a soli quarant\u2019anni. Costabile, calabrese, \u00e8 il trauma stesso della sua Calabria,\u00a0<\/strong>il trauma dell\u2019allontanamento forzato. Poesia rabbiosa e tragica, la sua, connotata da uno sguardo sul e nel dramma, che ben si apparenta a quello di Giacomelli.\u00a0<\/p>\n<p>L\u2019incontro fra i due, in effetti, \u00e8 fatale:\u00a0Il canto dei nuovi emigranti<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn19\" rel=\"nofollow\"><strong>[19]<\/strong><\/a>,\u00a0inno fluviale e spietato scritto da Costabile nel 1964, narra, attraverso una versificazione convulsa, e l\u2019uso di una lingua scabra ed esatta, la diaspora del grande esodo calabrese del secondo dopoguerra; un esodo che, come \u00e8 noto, si fece cogente per sfuggire al suicidio di una terra incapace di redenzione, nell\u2019indifferenza barbarica delle istituzioni. Ebbene, quel poema struggente e furioso marchia lo spirito di Giacomelli che decide di visitare i borghi in esso sceneggiati.\u00a0<\/p>\n<p>Giacomelli s\u2019inerpica cos\u00ec nel buio di un annichilimento apparente, dove l\u2019assenza dell\u2019uomo non \u00e8 soltanto partenza definitiva, ma sfondo nel quale si vive ancora contro la sgretolazione di una terra misteriosamente ossimorica. Fra segni d\u2019attaccamento e diserzione, fra miseria e generosit\u00e0, la Calabria di Costabile sfila, implacabile, davanti agli occhi del fotografo, straniato e sospeso nell\u2019immobilit\u00e0 di un tempo quasi morto.\u00a0<\/p>\n<blockquote class=\"wp-block-quote\">\n<p><strong>\u201cPentedattilo mi ha colpito, perch\u00e9 vedi un paese \u2013 dove gente ha vissuto, \u00e8 nata, ha sofferto, ha goduto \u2013 ora abbandonato. E ricordo di essere stato per il corso, sembrava tutto abbandonato. Poi sono arrivato in cima a questa strada, guardo sotto da un belvedere e vedo che avevano piantato dell\u2019insalatina, cipolle\u2026 e allora qualcuno sicuramente era a un passo da me. Sembrava un posto abbandonato, come chiuso al mondo, e invece ho trovato inaspettatamente la vita. [\u2026] Poi ho voluto passare per il cimitero. Qui ho trovato ogni loculo d\u2019argento lucido, pulito. Poi i fiori, ho pensato \u201csaranno di plastica\u201d e invece mi sono avvicinato, li ho toccati, ed erano freschi. E ho pensato: c\u2019abbiamo messo mezza giornata per arrivare qui e non abbiamo incontrato una persona, sembrava tutto fermo, tutto morto, e invece c\u2019\u00e8 vita. E allora sentivo che c\u2019era qualcosa di strano. Queste montagne con questi buchi enormi\u2026 io cominciavo a vedere nei buchi le persone, nell\u2019immaginazione, perch\u00e9: dove erano queste persone? E allora \u00e8 nato dentro di me qualcosa come di misterioso, come magico, come tragico, come qualcosa che non sapevo decifrare. Attraverso le foto vedi queste case che stanno gi\u00e0 perdendo qualcosa, ti accorgi che la muratura e le case stesse stanno quasi per divenire pietra, cio\u00e8 divenire montagna, sopraffatte. Il paese si sta sgretolando. Anche questa luce che ho messo in questa immagine, d\u00e0 l\u2019idea del sole che sta corrodendo i buchi delle case, e invece c\u2019\u00e8 la luna nella notte, e hanno il sapore della morte.\u201d<a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftn20\" rel=\"nofollow\"><strong>[20]<\/strong><\/a><\/strong><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>In queste parole scorgiamo gi\u00e0 le immagini ricavate dal vissuto di una quotidianit\u00e0 quasi irreale, in cui l\u2019uomo gravita attorno a un centro di vita fatto di pensieri lenti e desolazione, di costernazione e sorrisi, un centro che \u00e8, in realt\u00e0, un crinale sul quale la vita lentamente scivola verso una vecchiaia consumata, dove la crudelt\u00e0 non sopisce il bene della pietra calda cui poggiarsi quando le gambe tremano e negli occhi si annida il buio.\u00a0<\/p>\n<p>Ecco, allora che, nella sala, si susseguono immagini in cui \u00e8 ritratto, attraverso inquadrature strette e ravvicinate, un mondo contadino, di cui si intuisce il mormorio affaticato, un mondo in cui si \u00e8 complici nella miseria e nel dramma. I personaggi che incontriamo \u2013 vecchi o bambini, poco importa \u2013 abitano spazi decontestualizzati dalla marchiatura abbagliante del flash, sono sagome arrese a un interludio perenne di vita.\u00a0<\/p>\n<p>Ci soffermiamo davanti al ritratto di Pentedattilo, mucchio di case fortemente inclinate che sembrano collassare verso il centro della terra. Ma forse, ci piace pensare, la rupe sulla quale il borgo sorge \u00e8 davvero la gigantesca mano a cinque dita di un ciclope, che misericordiosamente sostiene, e proietta verso la sfolgorante promessa del cielo.<\/p>\n<p>*<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"772\" alt=\"\" class=\"wp-image-104721 lazyload\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/giacomelli3-1024x772-1.jpeg\"  data-\/><\/p>\n<p>Ci fermiamo qui con questa lettura parziale della retrospettiva dedicata a Mario Giacomelli, ospitata nelle sale di Palazzo Reale fino al 7 settembre, sperando di non averne tradito lo spirito.\u00a0<\/p>\n<p>In ogni caso, noi ne siamo emersi con una convinzione:\u00a0<strong>Mario Giacomelli \u00e8 come un demone scapigliato che ti viene a cercare in sogno<\/strong>, e ti lascia l\u00ec, fra le coperte e la notte, a tremare nel dramma del bianco, e a desiderare paradossalmente l\u2019eterna vedovanza del nero. Non sappiamo se davvero nasca un solo poeta al secolo, come disse quel tale. Quel che \u00e8 certo \u00e8 che cent\u2019anni fa ne \u00e8 nato uno.<\/p>\n<p><strong>Maura Baldini<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref1\" rel=\"nofollow\">[1]<\/a>\u00a0Da appunti autografi di poetica, anni Ottanta-Novanta, Archvio Mario Giacomelli, Senigallia, in \u201cMario Giacomelli \u2013 Giacomo Leopardi, l\u2019Infinito, A Silvia\u201d, a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreni, Silvana Editoriale, pag. 56, figura 62.<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref2\" rel=\"nofollow\">[2]<\/a>\u00a0Ibidem,\u00a0pag. 56, figura 63.<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref3\" rel=\"nofollow\">[3]<\/a>\u00a0Da un appunto del fotografo inserito fra i lavori fotografici della retrospettiva a Palazzo Reale (Milano).<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref4\" rel=\"nofollow\">[4]<\/a>\u00a0Ibidem\u00a0(nota 3).\u00a0<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref5\" rel=\"nofollow\">[5]<\/a>\u00a0Ibidem\u00a0(nota 3).\u00a0<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref6\" rel=\"nofollow\">[6]<\/a>\u00a0Sempre caro mi fu quest\u2019ermo colle,\u00a0\/\u00a0E questa siepe, che da tanta parte\u00a0\/\u00a0Dell\u2019ultimo orizzonte il guardo esclude.\u00a0\/\u00a0Ma sedendo e mirando, interminati\u00a0\/\u00a0Spazi di l\u00e0 da quella, e sovrumani\u00a0\/\u00a0Silenzi, e profondissima quiete\u00a0\/\u00a0Io nel pensier mi fingo; ove per poco\u00a0\/\u00a0Il cor non si spaura. E come il vento\u00a0\/\u00a0Odo stormir tra queste piante, io quello\u00a0\/\u00a0Infinito silenzio a questa voce\u00a0\/\u00a0Vo comparando: e mi sovvien l\u2019eterno,\u00a0\/\u00a0E le morte stagioni, e la presente\u00a0\/\u00a0E viva, e il suon di lei. Cos\u00ec tra questa. \/ Immensit\u00e0 s\u2019annega il pensier mio:\u00a0\/\u00a0E il naufragar m\u2019\u00e8 dolce in questo mare. (Giacomo Leopardi,\u00a0L\u2019Infinito, da\u00a0Gli Idilli, 1826)<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref7\" rel=\"nofollow\">[7]<\/a>\u00a0Si cfr. nota 1.<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref8\" rel=\"nofollow\">[8]<\/a>\u00a0Avanti! Si accendano i lumi \/ nelle sale della mia reggia! \/ Signori! Ha principio la vendita delle mie idee. \/Avanti! Chi le vuole? \/ Idee originali \/ a prezzi normali. \/ Io vendo perch\u00e9 voglio \/raggomitolarmi al sole \/come un gatto a dormire \/fino alla consumazione \/ de\u2019 secoli! Avanti! L\u2019occasione \/ \u00e8 favorevole. Signori, \/non ve ne andate, non ve ne andate; vendo a cos\u00ec poco prezzo! \/ Diventerete celebri \/ con pochi denari. \/Pensate: l\u2019occasione \u00e8 \/ favorevole! \/ Non si ripeter\u00e0. Oh! non abbiate timore di offendermi \/ con un\u2019offerta irrisoria! \/ Che m\u2019importa della gloria! E non badate, Dio mio, non badate \/ troppo alla mia voce \/ piangevole! (Sergio Corazzini,\u00a0Bando, da\u00a0Libro per la sera della domenica, 1906)<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref9\" rel=\"nofollow\">[9]<\/a>\u00a0Io non ho mani \/ che mi accarezzino il volto \/ (duro \u00e8 l\u2019ufficio \/ di queste parole \/ che non conoscono amori) \/ non so le dolcezze \/ dei vostri abbandoni: \/ ho dovuto essere \/ custode \/ della vostra solitudine: \/ sono salvatore di ore perdute. David Maria Turoldo,\u00a0Io non ho\u00a0mani, dalla raccolta\u00a0Io non ho mani, Bompiani, 1948.<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref10\" rel=\"nofollow\">[10]<\/a>\u00a0Estratto dell\u2019ultimo verso della lirica di David Maria Turoldo, trascritta nella nota precedente.<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref11\" rel=\"nofollow\">[11]<\/a>\u00a0Caroline Branson\u00a0\u00e8 il titolo di uno dei componimenti inclusi nella raccolta di Edgard Lee Masters,\u00a0Antologia di Spoon River, i cui estratti sono qui riportati nella traduzione di Fernanda Pivano (che ha curato l\u2019edizione Einaudi da ultimo ristampata nel 2014). Di seguito il testo integrale: Oh i nostri cuori come stelle alla deriva \u2013 se noi avessimo soltanto passeggiato \/ come un tempo, nei campi d\u2019aprile, finch\u00e9 la luce stellare \/ con garza invisibile rendesse serico il buio \/ sotto la balza, nostro luogo di convegno nel bosco, dove il ruscello svolta! dalle carezze passando, \/ come note di musica che fluiscono insieme, al possesso \/ nella ispirata improvvisazione d\u2019amore! \/ per lasciarci alle spalle come un cantico finito \/ la rapita estasi della carne, \/ nella quale i nostri spiriti piombassero \/ dove non c\u2019era il tempo, n\u00e9 lo spazio, n\u00e9 noi \u2013 \/ annientati dall\u2019amore! \/ Ma lasciare queste cose per una stanza illuminata: \/ e starcene con il nostro Segreto, beffardo \/ e nascosto tra fiori e chitarre, \/ che tutti fissavano fra l\u2019insalata e il caff\u00e8. \/ E vedere lui tremante, e sentire me \/ presaga, come uno che firma un contratto \u2013 \/ non avvampante di doni e di pegni accumulati \/ con rosee mani sopra la sua fronte. \/ E poi, la notte! prefissata! villana! \/ Ogni nostra carezza cancellata dal possesso, \/ in una stanza stbilita, in un\u2019ora a tutti nota! \/ L\u2019indomani sedeva cos\u00ec smarrito, quasi freddo, \/ cos\u00ec stranamente mutato, chiedendosi perch\u00e9 io piangessi, \/ finch\u00e9, presi da nausea disperata e voluttuosa follia, stringemmo il patto mortale. \/\/ Uno stelo della sfera terrestre, \/ fragile come luce stellare, \/ in attesa di esser di nuovo gettato \/ nel flusso della creazione. Ma la prossima volta esser creato \/ assistito da Raffaele e san Francesco \/ nel momento che passano. \/ Poich\u00e9 io sono il loro fratellino, \/ riconoscibile a viso \/ dopo un ciclo di nascite a venire. \/ Potete conoscere la semente e il terreno; \/ potete sentire la pioggia fredda cadere, \/ ma soltanto la sfera terrrestre, soltanto il cielo \/ conoscono il segreto del seme \/ nella camera nuziale sotto terra. \/ Gettatemi di nuovo nel flusso, \/ datemi un\u2019altra prova \u2013 \/ salvami, oh Shelley!<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref12\" rel=\"nofollow\">[12]<\/a>\u00a0I capelli sono quelli della figlia Rita, sovrapposti ad altre immagini.<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref13\" rel=\"nofollow\">[13]<\/a>\u00a0Ibidem\u00a0(nota 8).<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref14\" rel=\"nofollow\">[14]<\/a>\u00a0Ibidem\u00a0(nota 8).<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref15\" rel=\"nofollow\">[15]<\/a>\u00a0Ibidem\u00a0(nota 8).<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref16\" rel=\"nofollow\">[16]<\/a>\u00a0Ibidem\u00a0(nota 8).<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref17\" rel=\"nofollow\">[17]<\/a>\u00a0Luna vedova per strade di mare \/ io non ho pi\u00f9 sogni da dormire \/ nel bianco mattatoio di casa mia. \/\/ Bianchi lenzuoli in un labirinto di specchi \/ sono i giorni che un vento malsano sbatte \/ e ribatte quali bandiere di sconfitta. (Francesco Permunian,\u00a0Il teatro della neve, da\u00a0Il teatro della neve. Poesie per Mario Giacomelli 1983-1986, L\u2019Obliquo, 2006)<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref18\" rel=\"nofollow\">[18]<\/a>\u00a0Felicit\u00e0 raggiunta, si cammina \/ per te sul fil di lama. \/ Agli occhi sei barlume che vacilla, \/ al piede, teso ghiaccio che s\u2019incrina; \/ e dunque non ti tocchi chi pi\u00f9 t\u2019ama. \/\/ Se giungi sulle anime invase \/ di tristezza e le schiari, il tuo mattino \/ \u00e8 dolce e turbatore come i nidi delle cimase. \/ Ma nulla paga il pianto del bambino \/ a cui fugge il pallone tra le case. (Eugenio Montale,\u00a0Felicit\u00e0 raggiunta\u2026\u00a0da\u00a0Ossi di seppia, edizione a cura di Pietro Cataldi e Floriana d\u2019Amely, Mondadori, 2003)<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref19\" rel=\"nofollow\">[19]<\/a>\u00a0Ce ne andiamo. \/ Ce ne andiamo via. \/\/ Dal torrente Aron \/ Dalla pianura di Simeri. \/\/ Ce ne andiamo \/ con dieci centimetri \/ di terra secca sotto le scarpe \/ con mani dure con rabbia con\u00a0\u00a0niente. \/\/ Vigna vigna \/ fiumare fiumare \/ Doppiando capo Schiavonea. \/\/ Ce ne andiamo \/ dai campi d\u2019erba \/ tra il grido \/ delle quaglie e i bastioni. \/\/\u00a0\u00a0Dai fichi \/ pi\u00f9 maledetti \/ a limite \/ con l\u2019autunno e con l\u2019Italia. \/\/ Dai paesi \/ pi\u00f9 vecchi pi\u00f9 stanchi \/ in cima \/ al levante delle disgrazie. \/\/ Cropani \/ Longobucco \/ Cerchiara Polistena \/ Diamante \/ Nao \/ Ionadi Cessaniti \/ Mammola \/ Filandari\u2026 \/ Tufi. \/ Calcarei \/ immobili \/ massi eterni \/ sotto pena di scomunica. \/\/ Ce ne andiamo \/ rompendo Petrace \/ con l\u2019ultima dinamite. \/ Senza \/ sentire pi\u00f9 \/ il nome Calabria \/ il nome disperazione. \/\/ Troppo tempo \/ siamo stati nei monti \/ con un trombone fra le gambe. \/ Adesso \/ ce ne scendiamo \/ muti per le scorciatoie. \/\/ Dai Conflenti \/ dalle Pietre Nere da Ardore. \/\/ Dal sole di Cutro \/ pazzo sulla pianura \/ dalla sua notte, brace di ucccelli. \/\/ Troppo tempo \/ a gridarci nella bettola \/ il sette di spade \/ a buttare il re e l\u2019asso. \/ Troppo tempo \/ a raccontarci storie \/ chiamando onore una coltellata \/ e disgrazia non avere padrone. \/\/ Troppo \/ troppo tempo \/ a restarcene zitti \/ quando bisognava parlare, basta. \/\/ Noi \/ vivi \/ e battezzati \/ dannati. \/\/ Noi \/ violenti \/ sanguinari \/ con l\u2019accetta \/ conficcata \/ nella scorza \/ dei mesi degli anni. \/ Noi \/ morti \/ ce ne andiamo \/ in piedi \/ sulla carretta. \/ Avanzano le ruote \/ cantano i sonagli verso i confini. \/\/ Via! \/ Via \/ dai feudi \/ dagli stivali dai cani \/ dai larghi mantelli. \/\/ Ussah\u00e8\u2026 \/ Via \/ Via! \/ Via \/ dai baroni. \/ I Lucifero \/ I conti Capialbi \/ I S\u00f2lima gli Spada \/ I Ruffo \/ I Gallucci. \/\/ Usciamo \/ dai bassi terranei \/ dal sudario \/ dei loro trappeti \/ dai parmenti \/ della vendemmia \/ profondi \/ a lume di candela \/ e senza respirazione. \/\/ Via \/ dai Pretori \/ dalla Polizia \/ dagli uomini d\u2019onore. \/ Non chiamateci. \/ non richiamateci. \/\/ \u00c8 scritto \/ nei comprensori \/ \u00c8 scritto \/ nei fossi nei canali \/\u00c8 scritto \/ in centomila rettangoli \/ alto \/ su due pali \/ Cassa del Mezzogiorno \/ ma io non so \/ che cosa \/ si stia costruendo \/ se la notte \/ o il giorno. \/\/ Ci sono raffiche \/ su vecchie facciate \/ che nessuno leva: l\u2019occhio \/ del Mitra \/ \u00e8 pi\u00f9 preciso \/ del filo a piombo della Rinascita. \/\/ Addio, \/ terra. \/ Terra mia \/ lunga \/ silenziosa. \/\/ Un nome \/ non lo ebbe \/ la giovent\u00f9 \/ non stanchiamoci \/ adesso \/ che ci chiamano col proprio cognome. \/\/ Noi \/\/ Noi \/ ce ne siamo \/ gi\u00e0 andati. \/ Dai Catoi \/ dagli sterchi orizzonti. \/\/ Da Seminara \/ dalle civette di Cropalati. \/\/ Dai figli \/ appena nati \/ inchiodati nella madia \/ calati \/ dalle frane \/ dall\u2019Aspromonte \/ dei nostri pensieri. \/ Spegnete \/ le lampadine della piazza. \/\/ Scordiamoci \/ delle scappellate \/ dei sorrisi \/ dei nomi segnati \/e pronunciati per trentasei ore. \/\/ Cassiani \/ Cassiani \/ Cassiani \/\/ Cassiani \/ Foderaro Galati \/ Foderaro \/ Antoniozzi \/ Antoniozzi \/ Cassiani \/ Cassiani \/ La croce \/ sulla croce, \/diceva l\u2019arciprete. \/ E una croce \/ sulla croce, \/ segnavano le donne. \/ andavano \/ e venivano. \/Foderaro \/ Antoniozzi \/ Antoniozzi \/\/ \u00c8 stato \/ sempre silenzio. \/\/ Silenzio \/ duro \/ della Sila \/delle sue nevicate a lutto. \/\/ \u00c8 stato \/il pane a credenza \/ portato \/sotto lo scialle \/all\u2019altezza del cuore. \/ Sono stati \/ i nostri occhi stanchi \/ guardando \/ le finestre illuminate \/ della prefettura. \/\/ Carabinieri, \/ fermatevi. \/ Guardate, \/ giratevi \/ non c\u2019\u00e8 nemmeno un cane. \/ Siamo \/ tutti lontani\u00a0\u00a0\/ latitanti. \/\/ Fermatevi. \/ Restano \/ gli zapponi \/ dietro la porta, \/ i cieli, \/ i vigneti. \/ La pietra \/ di sale sulla tavola. \/\/ I vecchi \/ che non si muovono \/ dalla sedia, soli \/ con la peronospera nei polmoni. \/\/ Le capre \/ la voce lunga \/ degli ultimi maiali scannati. \/ L\u2019argento \/ a forma di cuore, nella chiesa. \/\/ Le ragnatele \/ dietro i vetri, le madonne. \/ La ragnatela del Carmine \/la ragnatela di Portosalvo \/ la ragnatela della Quercia. \/ Restano le donne \/consumate da nove a nove mesi \/ con le macchie \/ della denutrizione \/ della fame. \/ Le addolorate \/ Le piet\u00e0 di tutti gli ulivi. \/\/ Lavando \/ rattoppando \/ cucinando su due mattoni \/ raccogliendo \/ spine e cicoria. \/\/ Cancellateci \/ dall\u2019esattoria. \/ Dai municipi \/ dai registri \/ dai calamai \/ della nascita. \/\/ Levateci \/\/ Scioglieteci \/ dai limoni \/ dai salti \/ del pescespada. \/ Allontanateci \/ da Palmi e da Gioia. \/\/ Noi \/ vivi \/ Noi \/ morti \/ presi e impiccati \/ cento volte \/ ce ne siamo gi\u00e0 andati \/ staccandosi dai rami \/ dai manifesti della repubblica. \/\/ Di notte \/ come lupi \/ come contrabbandieri \/ come ladri. \/\/ Senza un\u2019idea dei giorni\/ delle ciminiere degli altiforni. \/\/ Siamo \/ in 700 mila \/ su appena due milioni. \/ Siamo \/ i marciapiedi \/ pi\u00f9 affollati. \/ Siamo \/ i treni pi\u00f9 lunghi. \/ Siamo \/ le braccia \/ le unghie d\u2019Europa. \/ Il sudore Diesel. \/ Siamo \/ il disonore \/ la vergogna dei governi. \/\/ Il Tronco \/ di quercia bruciata \/ il munumento al Minatore Ignoto. \/\/ Siamo \/ l\u2019odore \/ di cipolla \/ che rinnova \/ le viscere d\u2019Europa. \/ Siamo \/un\u2019altra volta \/ la fantasia \/ il 1\u00b0 giorno di scuola \/ senza matita \/ senza quaderno \/ senza la camicia nuova. \/\/ Toglieteci \/ dalle galere. \/ Non ubriacateci. \/\/ Liberateci \/ dai coltelli di Gizzeria \/ dal sangue dei portoni. \/ Non chiamateci \/ da Scilla \/ con la leggenda del sole \/ del cielo \/ e del mare. \/\/ Siamo \/ bene legati \/ a una vita \/ a una catena di montaggio \/ degli dei. \/\/ Milioni di macchine \/ escono targate Magna Grecia. \/ Noi siamo \/ le giacche appese \/ nelle baracche nei pollai d\u2019Europa. \/\/ Addio \/ terra. \/ Salutiamoci, \/ \u00e8 ora. (Franco Costabile,\u00a0Il canto dei nuovi emigranti, Jaka Book, 1989)<\/p>\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/4E524CC3-8259-41EF-9845-A6B47C05FD04#_ftnref20\" rel=\"nofollow\">[20]<\/a>\u00a0Mario Giacomelli, in una video-intervista di E. Castagna, tratta dal sito internet archiviomariogiacomelli.it<\/p>\n<p>*Nel testo: fotografie di Mario Giacomelli tratte dalla mostra in atto a Palazzo Reale, Milano; in copertina: Mario Giacomelli a Senigallia, photo Giovanna Calvenzi, Archivio Mario Giacomelli<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Milano, fine luglio. Cielo altero, immacolato. 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