{"id":78271,"date":"2025-08-30T17:03:10","date_gmt":"2025-08-30T17:03:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/78271\/"},"modified":"2025-08-30T17:03:10","modified_gmt":"2025-08-30T17:03:10","slug":"camici-bianchi-nellera-dei-social-media","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/78271\/","title":{"rendered":"camici bianchi nell\u2019era dei social media"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 chi la medicina la fa in ospedale. E chi vuole anche raccontarla, spiegando casi clinici su TikTok o facendo tutorial con il camice\u00a0 bianco su Instagram. In mezzo si trova una linea sottilissima che separa la divulgazione scientifica dalla spettacolarizzazione. O peggio: dalla violazione della deontologia professionale e del rapporto di fiducia con i pazienti. \u00c8 un crinale pericolosissimo, quello che oggi molti medici si trovano a percorrere, spesso senza gli strumenti giusti e soprattutto senza le capacit\u00e0 per riuscire a districarsi nel complesso mondo della nuova comunicazione.<\/p>\n<p><strong>L\u2019affaire dei medici sui social esplode all\u2019improvviso, come spesso accade nel nostro Paese, in una giornata di inizio luglio: <\/strong>quando Solange Fugger (famosissima su TikTok come \u201cMinerva salute\u201d, pi\u00f9 di 400 mila follower, milioni di like e un viso che buca lo schermo mentre spiega i tanti casi clinici che si trova a fronteggiare in reparto) diventa a 36 anni il pi\u00f9 giovane primario d\u2019Italia, prendendo la guida del Pronto soccorso dell\u2019Aurelia Hospital di Roma: struttura privata, ma convenzionata con il Servizio sanitario nazionale. \u00c8 un attimo e l\u2019universo dei camici bianchi si divide: per alcuni \u00e8 un modello virtuoso di comunicazione, per altri una mina vagante. Piovono accuse: da quella di aver fatto carriera solo grazie ai social (i primari dei Ps privati non devono vincere un concorso come quelli che lavorano nel pubblico) a quella di sottrarre tempo al reparto, fino ad accuse di violazione della privacy dei pazienti e grandi dibattiti sull\u2019opportunit\u00e0 o meno che i medici raccontino i propri casi su TikTok.<\/p>\n<p>La stessa Fugger, in numerose interviste, mostra di percepire un vago sentore di \u00abrischio\u00bb in ci\u00f2 che fa, e sostiene di non rivelare volentieri dove lavora per paura che poi \u00abi follower vengano a cercarmi in reparto\u00bb.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 il vaso di Pandora: a preoccupare i colleghi, pi\u00f9 della popolarit\u00e0 non solo di \u201cMinerva salute\u201d ma in generale dei tanti medici-influencer<\/strong>, \u00e8 altro, cio\u00e8 la proliferazione sulle piattaforme social di contenuti, anche molto delicati, che rischiano di fare pi\u00f9 male che bene. \u00abSiamo consapevoli dell\u2019importanza di saper comunicare efficacemente il nostro mondo\u00bb, spiega a Panorama Fabio De Iaco, past-president di Simeu (Societ\u00e0 italiana di emergenza urgenza). \u00abMa quello \u00e8 che inquieta \u00e8 la\u00a0semplificazione\u00a0dei messaggi. Soprattutto quando si raccontano casi clinici gravi con lo stile delle piattaforme virali. Non mi riferisco strettamente al caso Fugger, sto analizzando il fenomeno di tutta una serie di divulgatori della salute e della vita ospedaliera: se mostri un arresto cardiaco come se fosse una scena da serie tv stai giocando con l\u2019immaginario collettivo. E rischi di fare danni, anche se sei animato dalle migliori intenzioni. La medicina non \u00e8 uno spettacolo: \u00e8 un atto tecnico e umano, che richiede senso della misura\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Il confine non quindi \u00e8 tra chi comunica e chi no, ma\u00a0tra chi semplifica per cercare di parlare a tutti, e chi banalizza<\/strong> o, peggio ancora, cede alla spettacolarizzazione, alla ricerca della commozione e all\u2019autocompiacimento. \u00abIl linguaggio popolare pu\u00f2 certamente avvicinare l\u2019universo medico agli utenti dei nostri ospedali\u00bb, dice De Iaco. \u00abMa deve restare fedele alla complessit\u00e0. Quando si insegue l\u2019algoritmo, si finisce per tagliare le sfumature e trasformare il dolore in contenuto. Non possiamo permettercelo: ben vengano gli influencer della salute, ma che facciano le cose per bene e che non diano messaggi sbagliati alla popolazione. Perch\u00e9 questo diventa pericoloso, e poi a dover fronteggiare le aggressioni di chi pensa che in Pronto soccorso sia tutto semplice come sembra in video, ci siamo noi, in carne e ossa. Noi cerchiamo di strappare le persone alla morte: ma purtroppo non c\u2019\u00e8 sempre il lieto fine come su TikTok\u00bb.<\/p>\n<p><strong>A scoperchiare il vaso di Pandora ci si \u00e8 messo pure l\u2019Ordine dei medici di Milano, che ha ritenuto d\u2019intervenire non tanto sui medici-influencer ma addirittura sull\u2019uso personale dei canali social, raccomandando ai propri iscritti di non \u00abconcedere l\u2019amicizia\u00bb ai propri pazienti<\/strong>. Visione un po\u2019 troppo retrograda? \u00abNon credo proprio: il problema \u00e8 che accettare un paziente tra gli amici su Facebook pu\u00f2 creare aspettative sbagliate\u00bb, spiega il presidente dell\u2019Ordine milanese, Roberto Carlo Rossi. \u00abIl paziente pu\u00f2 pensare che il medico sia davvero un amico, sempre disponibile, a ogni messaggio, a ogni ora. Non \u00e8 cos\u00ec: il medico deve rimanere un tecnico, a garanzia di tutti. Perch\u00e9 l\u2019empatia \u00e8 uno strumento clinico, non una confidenza personale: il medico entra per un tempo limitato nel mondo del paziente, cerca di comprenderne le sofferenze per calibrare al meglio diagnosi e terapie. Ma deve poi \u201cchiudere l\u2019applicazione\u201d, per usare una metafora informatica, tornare a concentrarsi su un altro paziente, un altro problema. L\u2019errore nasce quando questa empatia viene proiettata nello spazio social, dove qualsiasi cosa \u00e8 permanente, visibile e fuori contesto\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Sembrerebbe tutto legittimo e sensato, se non fosse che non si pu\u00f2 fermare il vento (dei social) con le mani: occorre imparare a governarlo.<\/strong> Posto che la Federazione nazionale degli ordini dei medici (FNOMCeO) ha gi\u00e0 da tempo diffuso un vademecum su cosa fare o non fare sui nuovi media (spoiler: raccomandano di creare profili separati, uno personale e uno professionale) quindi, come procedere? \u00abServono preparazione e giudizio: in generale, per chiunque stia sui social media, figuriamoci per i medici\u00bb, sostiene Massimiliano Panarari, professore di Sociologia della comunicazione dell\u2019Universit\u00e0 di Modena e Reggio Emilia. \u00abPremesso che stare sui social dovrebbe essere l\u2019ultima delle preoccupazioni per chi lavora in corsia, non nego che la buona divulgazione \u2013 fatta proprio laddove si intercetta la grande maggioranza della popolazione \u2013 possa avere una funzione potenzialmente utile. Se il primario dell\u2019epoca analogica era una figura distante, quasi ieratica, oggi un uso intelligente delle piattaforme pu\u00f2 umanizzare la relazione medico-paziente. Il rischio pi\u00f9 grande, per\u00f2, \u00e8 la\u00a0confusione dei ruoli: i social tendono a schiacciare tutto su un piano orizzontale, dove \u201cuno vale uno\u201d. Ma tra medico e paziente c\u2019\u00e8 un rapporto asimmetrico, ed \u00e8 giusto che resti tale. Non per gerarchia, ma per tutela reciproca\u00bb.<\/p>\n<p><strong>I nuovi tempi dei medici-influencer sembrerebbero quindi un grande esempio di \u00abtutto sbagliato, tutto da rifare\u00bb, ma nella realt\u00e0 dei social (al di l\u00e0 dell\u2019ossimoro scontato) la storia non \u00e8 proprio cos\u00ec semplice. <\/strong>Non sar\u00e0 che in questi complicati anni post-Covid, segnati dall\u2019irreperibilit\u00e0 di tanti medici di base e dal proliferare di pericolose fake news, i volti amici dei dottori che \u00abspiegano cose\u00bb sul nostro smartphone potrebbe davvero fare la differenza e aiutarci a ricostruire un minimo di patto di fiducia tra medici e pazienti?<\/p>\n<p><strong>Un esempio virtuoso \u00e8 rappresentato da alcuni pediatri, che hanno deciso di combattere nell\u2019agone dei social media per aiutare mamme e pap\u00e0 alle prese con i problemi dei pargoli.<\/strong> Dall\u2019account \u201ciPediatri\u201d su TikTok alla pagina di Giorgio Cuffaro su Facebook, questi divulgatori fanno squadra contro fenomeni pericolosi come l\u2019automedicazione, l\u2019anti-vaccinismo o l\u2019uso eccessivo degli antibiotici e attirano centinaia di migliaia di follower, che partecipano e commentano. Quasi sempre con correttezza. \u00abServe tanto tempo e tanta pazienza, ma i risultati arrivano. Entrare nei luoghi dove nascono le fake news pu\u00f2 essere una strategia efficace\u00bb, sottolinea Cuffaro. \u00abE per questo, con altri colleghi, stiamo costruendo reti informali, condividendo contenuti, creando coesione. Quando un altro pediatra condivide un mio post, alla fine il suo pubblico si fida anche di me. Si crea cos\u00ec una catena positiva\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Una rete silenziosa ma solida. Che non punta ai numeri, ma alla qualit\u00e0 dell\u2019informazione.<\/strong> \u00abIl pubblico\u00bb, conclude De Iaco, \u00aboggi ascolta pi\u00f9 i social che i medici. E se vogliamo che torni a fidarsi di noi, forse dobbiamo tutti imparare a parlare anche la sua lingua. Ma senza mai tradire la nostra\u00bb. E se il paziente poi diventa anche amico, beh, potrebbe anche non essere solo un male: dopotutto, oltre il camice bianco, al di l\u00e0 dello schermo, c\u2019\u00e8 sempre una persona.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"C\u2019\u00e8 chi la medicina la fa in ospedale. 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