{"id":84378,"date":"2025-09-03T01:22:13","date_gmt":"2025-09-03T01:22:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/84378\/"},"modified":"2025-09-03T01:22:13","modified_gmt":"2025-09-03T01:22:13","slug":"linfinito-in-bianco-e-nero-la-fotografia-filosofica-di-mario-giacomelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/84378\/","title":{"rendered":"L\u2019infinito in bianco e nero. La fotografia filosofica di Mario Giacomelli"},"content":{"rendered":"\n<p>Essenzialit\u00e0. \u00c8 il modo pi\u00f9 diretto per esprimere la dimensione del bianco e nero. In realt\u00e0, ci sono tante altre parole usate da scrittori, filosofi, artisti, che hanno provato a descrivere la potenza visiva e concettuale della connessione di questi due colori. Armonia, radicalit\u00e0, astrazione, contrasto, forma, luce, linea. Soprattutto ombra.<\/p>\n<p>Nessuno in fondo pu\u00f2 esimersi da questo confronto. Nessuno di noi. Prima o poi entreremo in contatto con essi. Saremo dinanzi a questi due colori, due veri e propri ordini, due orizzonti, come dimensioni a parte con cui i nostri occhi, la nostra psiche, l\u2019immaginazione quanto il raziocinio entrano in risonanza, vibrano. Perch\u00e9 \u00e8 un campo altro dell\u2019essere, del reale, che \u00abseparato da s\u00e9 stesso, \u00e8 consegnato ad un\u2019altra temporalit\u00e0, assoluta e irreparabile\u00bb (Roland Barthes).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-1153796\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Mario-Giacomelli-Io-non-ho-mani-che-mi-accarezzino-il-volto-1961-63-\u00a9-Archivio-Mario-Giacomelli-1024.jpeg\" alt=\"mario giacomelli\" width=\"696\" height=\"525\"  \/>Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961 -63, \u00a9 Archivio Mario Giacomelli<\/p>\n<p>Pulisce, toglie via il superfluo, semplifica, rende tutto pi\u00f9 netto, assoluto, deciso.<\/p>\n<p>Grazie ad essi si coglie quella determinazione noumenica di cui spesso parlano i filosofi, quello spazio non osservabile da un occhio non allenato, non preparato a questa forma di privazione. Il bianco e il nero non invecchia, non scade, non si trasforma. Si riattiva ogni volta che viene osservato. Spazio, linea, ombra, luce sono elementi colti nella loro purezza formale. \u00c8 una geometria sensibile nella sua invisibilit\u00e0, intuibile nella sua incomprensibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Spesso legati a concetti morali come il bene e il male, al divino, alla purezza e al peccato, alla salvezza e alla dannazione, il bianco e il nero sono in realt\u00e0 intercambiabili, sfuggenti a loro volta, inafferrabili. Come la natura umana, additata come benigna e volta alla bellezza, quando invece \u00e8 per met\u00e0 corrosa dalla bruttura, dall\u2019egoismo e dalla dannazione. E cos\u00ec, come ricorda Georges Didi-Huberman, questi due colori in fondo ci interrogano. Chiedono conto, ci destabilizzano. Non \u00e8 solo arte, \u00e8 visione. Non \u00e8 solo sensazione ma responsabilit\u00e0, scelta.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-1153797\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Mario-Giacomelli-Io-non-ho-mani-che-mi-accarezzino-il-volto-1961-63_cover-\u00a9-Archivio-Mario-Giacomell.jpeg\" alt=\"mario giacomelli\" width=\"696\" height=\"509\"  \/>Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961 -63, \u00a9 Archivio Mario Giacomelli<\/p>\n<p>Davanti al bianco e al nero siamo nudi, indifesi.<\/p>\n<p>E lo sapeva bene <strong>Mario <a href=\"https:\/\/www.exibart.com\/tag\/mario-giacomelli\/\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Giacomelli<\/a><\/strong>. Il celebre fotografo di Senigallia, che pi\u00f9 di altri si \u00e8 avvicinato a quella essenzialit\u00e0, di forme, di concetto, a quella sensualit\u00e0 di significati che attraverso le sue opere ancora oggi, vibranti in tutta la loro potenza. Senza incanutire, senza indebolirsi. \u00c8 quella percezione che si assapora nel momento in cui si entra negli spazi di Palazzo Reale di Milano per visitare la mostra <a href=\"https:\/\/www.palazzorealemilano.it\/mostre\/il-fotografo-e-il-poeta\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Mario Giacomelli. Il Fotografo e il Poeta,<\/a> prodotta da Palazzo Reale in collaborazione con l\u2019Archivio Mario Giacomelli, Rjma progetti culturali e Silvana Editoriale e a cura di <strong>Bartolomeo Pietromarchi<\/strong> e <strong>Katiuscia Biondi<\/strong> <strong>Giacomelli<\/strong>.<\/p>\n<p>La mostra raccoglie le pi\u00f9 importanti serie fotografiche dell\u2019artista marchigiano, dagli anni \u201860 a fine anni \u201990, tra cui L\u2019infinito, Io non ho mani che accarezzino il volto, Presa di coscienza sulla natura, Caroline Branson da Spoon River, Ho la testa piena, mamma, Ninna nanna. \u00a0Oltre 300 opere fotografiche originali, tra stampe, documenti e materiali di archivio. Un allestimento imponente e avvolgente che restituisce pienamente la forza dell\u2019arte fotografica di Giacomelli. Anche della sua confusione interiore, del suo estenuante lavoro di ricerca, di sperimentazione, dalla miscelazione di tecniche, discipline, prospettive, fino alla compattezza, alla coerenza stilistica e poetica che il suo lavoro ci dona durante la visita.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-1153798\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Mario-Giacomelli-L\u2019infinito-1986_88-\u00a9-Archivio-Mario-Giacomelli-1024x768.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"522\"  \/>Mario Giacomelli, L\u2019infinito, 1986_88 \u00a9 Archivio Mario Giacomelli<\/p>\n<p>Il marchio di un artista unico, riconoscibile al primo sguardo. Che dichiarava di aver imparato a riconoscere \u00abil profumo che ha il fieno dopo la pioggia\u00bb solo dopo aver comprato la sua fotocamera Kobell. La fotografia quindi come legame simbiotico, come incantesimo con cui affondare nella realt\u00e0, senza mediazioni, alla ricerca cruenta e dolorosa di una \u00abprepotente devozione al vedere interiore e soggettivo\u00bb (Germano Celant).<\/p>\n<p>Giacomelli non si fermava alle superfici. Le attraversava, le scrutava dal di dentro. Una fotografia anatomica pi\u00f9 che artistica. Non accettava l\u2019attimo della forma ma voleva donarci il movimento incessante, perpetuo, doloroso e vitale della materia stessa di cui siamo composti.<\/p>\n<p>Classe 1925, nato e morto nella sua citt\u00e0 natale, Giacomelli \u00e8 riconosciuto come uno dei maestri della fotografia italiani pi\u00f9 apprezzati al mondo. Proprio a Senigallia nel 1953 apr\u00ec una piccola attivit\u00e0, la Tipografia Marchigiana, che diresse per tutta la vita. Questo legame esistenziale con la stampa gli ha donato una quadratura eccezionale, una visione tridimensionale e materica dell\u2019immagine come dell\u2019immaginazione. Il rapporto tra vuoto e pieno, tra margine e lettera, tra chiaro e scuro gli ha insegnato un alfabeto visivo e poetico cangiante, mai sazio.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-1153799\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Mario-Giacomelli-Passato-1987-90-\u00a9-Archivio-Mario-Giacomelli-1024x777.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"528\"  \/>Mario Giacomelli, Passato, 1987-90 \u00a9 Archivio Mario Giacomelli<\/p>\n<p>Cos\u00ec il rapporto con la parola, elusiva, suggestiva, potente, in grado di aprire mondi, sia per liberare raggi di luce come per evocare fantasmi e angosce in ognuno di noi. Leopardi, Cardarelli, Lee Masters, Montale, Borges sono solo alcuni dei poeti con cui Giacomelli entr\u00f2 in connessione. La poesia era per lui come una mappa stellare, quel percorso tracciante in grado di innervare di luce la materia spesso fredda, nera, inanimata ma in costante e inspiegabile movimento della sua arte.<\/p>\n<p>Cos\u00ec le sue serie di capolavori, intitolate da versi di poeti a lui cari e che dialogano con le sue opere. L\u2019Infinito (1986\/90): come negli immortali versetti del poeta di Recanati, l\u2019elemento prende il sopravvento sul soggetto, sullo sguardo, sul punto di vista. Il bianco e il nero sono i protagonisti assoluti. Riescono a conquistare i contorni, a liberarsi del servaggio della forma, della scena, dei motivi.<\/p>\n<p>O come in Presa di coscienza sulla natura (1976-80), dove di contro la terra, il limo, l\u2019argilla sembrano imitare forme sensate, di volti, di oggetti, di geometrie e di composizioni variabili.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-1153800\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Mario-Giacomelli_1997_PH.-Paolo-Biagetti-1024x722.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"491\"  \/>Mario Giacomelli, 1997. Ph Paolo Biagetti<\/p>\n<p>In Passato (1986\/90), serie ispirata ai versi di Vincenzo Cardarelli, il bianco e nero tracciano quei luoghi e quelle presenze di una malinconia della perdita. Quel solco interiore incolmabile, quei \u00abmuti fantasmi agitati da un vento funebre\u00bb che tuttavia ci definiscono, ci caratterizzano, come una cicatrice, che rende unico e inimitabile una faccia, una mano, un corpo. Nel tentativo titanico di trattenere quell\u2019emozione sotto forma di sguardo, di memoria di chi non ci ama pi\u00f9, di chi ci ha abbandonato, di chi ha fatto senza di noi.<\/p>\n<p>\u00abGettatemi di nuovo nel flusso \/ datemi un\u2019altra prova\u00bb, recita Caroline Branson da Spoon River (1967\/73), di Edgar Lee Masters. Un\u2019ode al nostro essere inermi dinanzi al dolore e allo spreco pi\u00f9 grande, la morte in giovent\u00f9. Insensata, glaciale, insopportabile. Dove ancora una volta le forme umane e naturali sembrano mischiarsi, le linee diventare arbusti, gli occhi diventare sassi, i capelli viali alberati e l\u2019amore profondo un infausto e inaccettabile silenzio.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-large wp-image-1153802\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/01_MARIO-GIACOMELLI-MILANO-1024x575.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"391\"  \/><\/p>\n<p>Come i volti segnati, trafitti, carichi di dolore e attesa di Ninna nanna (1985\/87), ispirata alla poesia Lullaby di Leonie Adam. Su quelle superfici, su quegli ovali profondamente umani, scavati dal tempo e da emozioni perdute Giacomelli riesce ad estrarre l\u2019ultimo barlume, l\u2019ultimo raggio di primitiva amorevolezza, prima del silenzio, prima del \u201csonno\u201d. \u00abTutti i tesori si ossidano\u00bb, ma non prima di aver raggiunto in questo caso, sopita e lacrimante, l\u2019immortalit\u00e0.<\/p>\n<p>Immortali i declivi, collinette, campi abbandonati e arati da sconosciuti contadini, l\u00ec dove la nuda terra diviene madre, fredda, distaccata seppur nutrice e onnipresente. Una genitrice silenziosa, quasi inconsapevole, che attraversa tutta la mostra, che rispunta come un ricordo costante, intrusivo nella memoria del fotografo. Nelle forme di terra, per la storica della fotografia <strong>Roberta Valtorta<\/strong>, l\u2019artista di Senigallia ha sempre ricercato le forme, i rapporti, la pelle, le espressioni, le emozioni di chi lo ha allevato, nutrito, amato.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-large wp-image-1153803\" src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/17_MARIO-GIACOMELLI-MILANO-1024x575.jpg\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"391\"  \/><\/p>\n<p>Proprio perch\u00e9 per Giacomelli la fotografia non \u00e8 mai fissit\u00e0, momento, luccicanza. No. \u00c8 di segno opposto. \u00c8 divenire, \u00e8 panta rei che si riflette nel suo occhio, che muta, che racconta un eterno incedere, sgretolarsi e ricomporsi della materia come del nostro sguardo.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la sua fotografia in fondo non sublima, non illumina, non fissa in forme spirituali. Ma ritrae la distruzione e la generazione delle cose. E l\u2019uomo ne \u00e8 solo una parte, consistente ma non determinante.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 in fondo siamo tutti come i pretini di Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961\/63), la serie capolavoro ispirata al breve componimento di Padre David Maria Turoldo, che si professava \u00abcustode delle nostre debolezze\u00bb e \u00absalvatore di ore perdute\u00bb nel dolore, nella sofferenza, dell\u2019inconcludenza umana e spirituale. Siamo tutti come quei ragazzi in nero, gioiosi e festanti in mezzo alla neve, che presto sparir\u00e0, si scioglier\u00e0 decretando la fine di ogni attimo di breve e fugace ricreazione. E l\u2019inizio di una vita di privazioni e di cieca speranza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Essenzialit\u00e0. \u00c8 il modo pi\u00f9 diretto per esprimere la dimensione del bianco e nero. 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