{"id":87849,"date":"2025-09-04T16:12:09","date_gmt":"2025-09-04T16:12:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/87849\/"},"modified":"2025-09-04T16:12:09","modified_gmt":"2025-09-04T16:12:09","slug":"quattro-grandi-film-visti-a-venezia-francesco-boille","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/87849\/","title":{"rendered":"Quattro grandi film visti a Venezia &#8211; Francesco Boille"},"content":{"rendered":"<p>Tallonato da Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi, nel concorso dell\u201982\u00aa mostra del cinema di Venezia arriva almeno un capolavoro, Duse di Pietro Marcello, mentre sfilano diversi grandi o ottimi film, da L\u2019\u00e9tranger di Fran\u00e7ois Ozon, dall\u2019omonimo capolavoro letterario di Albert Camus, al monumentale Frankenstein di Guillermo del Toro, che rivisita, condensa e cambia i punti di vista della narrazione del mostro come la conosciamo.  <\/p>\n<p>L\u2019anno scorso a quest\u2019epoca erano almeno gi\u00e0 due i capolavori: il secondo capitolo del Joker di Todd Philips e soprattutto La stanza accanto di Pedro Almod\u00f3var, poi vincitore del Leone d\u2019Oro; senza contare Vermiglio di Maura Delpero, la sorpresa del concorso e forse dell\u2019intera selezione.  <\/p>\n<p>Ma anche Duse \u00e8 in qualche modo una sorpresa. Pietro Marcello porta finalmente in scena sullo schermo un\u2019attrice che fu maestra della messa in scena teatrale, pur non essendo n\u00e9 una drammaturga n\u00e9 una regista: Eleonora Duse, personalit\u00e0 fuori misura, per effervescenza, visione, genialit\u00e0. In ambito internazionale soltanto Sarah Bernhardt pot\u00e9  tenere il confronto con lei.   <\/p>\n<p>\tpubblicit\u00e0<\/p>\n<p>Marcello ha raccontato tanti personaggi presi dai margini della societ\u00e0 nei suoi documentari di poesia, sempre bastian contrari se non anarcoidi, o in fiction al confine di tutto (documentario compreso) come il <a href=\"https:\/\/www.internazionale.it\/opinione\/francesco-boille\/2019\/09\/04\/martin-eden-pietro-marcello\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Martin Eden<\/a> di Jack London trasposto nel sud italiano e in una dimensione atemporale.   <\/p>\n<p>Questa volta sceglie di raccontare una figura femminile mossa dal medesimo fremito indomabile di indipendenza e rivoluzionamento continuo. E ovviamente di amore totale per l\u2019arte e il teatro in particolare. Non priva di contraddizioni, incapace di avere un rapporto sereno con la figlia, eppure alla madre tanto devota, ma anche generosa fino all\u2019estremo (in particolare nel suo rapporto sentimentale con Gabriele D\u2019Annunzio, il quale si sentir\u00e0 per sempre in colpa di non averla adeguatamente ricompensata), l\u2019azione dell\u2019attrice \u00e8 colta negli anni a ridosso della prima guerra mondiale, della prima grande carneficina del dopoguerra.  <\/p>\n<p>Il cineasta casertano e i cosceneggiatori Letizia Russo e Guido Silei hanno la geniale idea di iniziare dalla fine e perfino di inserire al principio della narrazione due finali: dopo pochi minuti pensiamo infatti che Duse stia per morire, invece rinasce, e cos\u00ec sar\u00e0 in un susseguirsi continuo di morti presunte e resurrezioni fino alla conclusione del film, quando giunge anche la fine vera, quella della vita.  <\/p>\n<p>A portare sulle spalle questo personaggio smisurato e luminoso, e con esso l\u2019intero film, \u00e8 Valeria Bruni Tedeschi, che, specchio di Duse, domina sugli altri interpreti, anche se tutti talentuosi.   <\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 dubbio che l\u2019attrice offra qui non soltanto l\u2019interpretazione pi\u00f9 significativa della sua carriera, ma anche una delle interpretazioni pi\u00f9 folgoranti del cinema degli ultimi anni, non solo italiano: si ha quasi voglia di abbracciarla, come sicuramente tanti desideravano fare con Duse.  <\/p>\n<p>Nel raccontare questa grande figura, Marcello racconta e riflette anche sull\u2019arte e, come sempre, sulla storia italiana, sull\u2019Italia disunita e martoriata dalle classi dominanti: maestro nel fondere l\u2019immagine d\u2019archivio con il girato facendo cos\u00ec fiorire poesia che pareva dimenticata per sempre, questo suo nuovo lungometraggio \u00e8 un ulteriore tassello volto a far risorgere il cinema in un corpo nuovo partendo dalle vestigia dell\u2019immagine.  <\/p>\n<p>Chi si muove tra le vestigia, nella fattispecie di Napoli e dell\u2019area vesuviana, Pompei compresa, \u00e8 un altro grande, <a href=\"https:\/\/www.internazionale.it\/opinione\/francesco-boille\/2016\/02\/23\/fuocoammare-gianfranco-rosi-intervista\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Gianfranco Rosi<\/a>, con il documentario Sotto le nuvole. Il suo bianco e nero fin da subito crea un crescendo uniforme, estatico e arcaico insieme, su qualsiasi cosa sia rappresentata, estrapolata dal tessuto del reale con un talento da rabdomante, antico e intuitivo: persino le continue chiamate dei campani ai pompieri, a volte drammatiche, come nel caso di una violenza domestica, o pi\u00f9 spesso divertenti \u2013 a tratti siamo dalle parti del teatro partenopeo se non dei fratelli De Filippo \u2013 acquisiscono una dimensione fascinosa, misteriosa.   <\/p>\n<p>E poi le vestigia di Pompei, il terrore per i terremoti nei Campi Flegrei, il lavoro difficilissimo degli archeologi, i volontari in Ucraina\u2026 Al pari che in Duse, quello che alla fine si delinea \u00e8 un grande affresco dove l\u2019arcaico e il moderno sono annullati in un\u2019unica dimensione spazio-temporale.  <\/p>\n<p>                pubblicit\u00e0<\/p>\n<p>Mare, cielo, vulcano, le nuvole da questi prodotte. E la bellezza di un bianco e nero rareffato da albori dell\u2019umanit\u00e0, tra i pi\u00f9 riusciti dell\u2019intera cinematografia degli ultimi anni. E se non raggiunge forse l\u2019interrogazione su poesia, interiorit\u00e0 del flusso della coscienza umana, senso dell\u2019immagine e della realt\u00e0, una trinit\u00e0 colta nel mezzo del conflitto bellico, come nel magistrale <a href=\"https:\/\/www.internazionale.it\/opinione\/francesco-boille\/2020\/09\/10\/notturno-rosi-venezia\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Notturno<\/a> \u2013 tra le opere cinematografiche pi\u00f9 importanti a livello internazionale \u2013 nondimeno queste immagini e queste persone-personaggi resteranno a lungo nella mente. Sia Duse che Sotto le nuvole saranno nelle sale il 18 settembre.  <\/p>\n<p>Non arriva al livello del film di Rosi e tuttavia il bianco e nero del film di <a href=\"https:\/\/www.internazionale.it\/opinione\/francesco-boille\/2016\/10\/05\/frantz-film-recensione\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Fran\u00e7ois Ozon<\/a>, che adatta il romanzo epocale di Albert Camus firmando anche la sceneggiatura, \u00e8 pi\u00f9 che rispettabile come l\u2019intero film. Con L\u2019\u00e9tranger Ozon riesce laddove un genio come Luchino Visconti aveva sostanzialmente fallito. In gran parte fedele al romanzo d\u2019origine, negli interstizi della narrazione \u2013 che qui \u00e8 pi\u00f9 spesso una narrazione di immagini dilatate e di silenzi, dove affiorano parole ben scelte dal romanzo \u2013 molte latenze affiorano.   <\/p>\n<p>L\u2019occidentale \u00e8 qui straniero, o meglio estraneo a tutto, fino a esserlo alla vita stessa, fino al punto di raggiungere la passivit\u00e0 pi\u00f9 totale durante il processo che lo condanna a morte, ma che cela nel suo volto imperscrutabile (straordinario il volto di Benjamin Voisin, seducente e annoiato insieme, davvero da cinema di un\u2019altra epoca), al pari degli interstizi della narrazione, reconditi desideri omoerotici verso l\u2019arabo apparentemente disprezzato.   <\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale Ozon evoca sul piano estetico quello che, in realt\u00e0, \u00e8 un immaginario coloniale dell\u2019uomo occidentale, trasfigurato in un\u2019estetica che si fa appunto estatica, onirica, metafisica dello spaesamento umano. \u00c8 l\u2019Algeri del 1938 (filmata a Tangeri), ma potremmo essere anche a Casablanca, citt\u00e0 e film confondendosi. Non c\u2019\u00e8 dubbio che ad Ozon riescono sempre pi\u00f9 i film seri, gravi, e meno spesso quelli pi\u00f9 leggeri e pop.  <\/p>\n<p>Infine dall\u2019orrore della realt\u00e0, alla mostruosit\u00e0 insita nell\u2019animo umano e per questo respinta, ma rappresentata in chiave metafisica. Non siamo sempre fan di Guillermo del Toro, sempre pi\u00f9 eccessivo e monumentale e di cui rimpiangiamo i primi film come Cronos (1997), fatti con piccolissimi capitali.<br \/>E tuttavia questo suo Frankenstein ci ha molto colpiti. Si ricollega al romanzo originario di Mary Shelley, ma poi cita e rovescia elementi dagli altri adattamenti e proseguimenti dell\u2019interminabile serie di film sul mostro (per esempio nel 1935\u00a0La moglie di Frankenstein, moglie che qui non avr\u00e0 mai, o nel 1957\u00a0La maschera di Frankenstein), fino a fonderlo con l\u2019ultima versione di grande impegno produttivo, quella di Kenneth Branagh (1994), ma facendo all\u2019interno tante piccole variazioni dai molti significati.   <\/p>\n<p>E soprattutto, nella seconda parte, inserisce il punto di vista del mostro che fa diventare un punto di vista \u201caltro\u201d. O forse sull\u2019altro, in senso lato. Jacob Elordi, quasi irriconoscibile tranne che per i lineamenti delicati, perfino nobili (che stravolgono la consueta iconografia del personaggio tramandata da Boris Karloff), conferisce costantemente al mostro che qui non muore mai, invulnerabile a tutto, una malinconia struggente mentre diventa ombra nel biancore dei ghiacci e, rassegnato, si perde in essi.   <\/p>\n<p>Creatura mostruosa ai nostri occhi ma fine e sensibile, pi\u00f9 umano degli umani, accetta la sua condizione esistenziale e rinuncia a ogni vendetta sul perverso, scaltro, ambizioso, uomo bianco.  <\/p>\n<p>Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. 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