{"id":89164,"date":"2025-09-05T08:24:10","date_gmt":"2025-09-05T08:24:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/89164\/"},"modified":"2025-09-05T08:24:10","modified_gmt":"2025-09-05T08:24:10","slug":"dentro-la-guerra-in-ucraina-attraverso-gli-occhi-di-un-fotorepoter","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/89164\/","title":{"rendered":"Dentro la guerra in Ucraina, attraverso gli occhi di un fotorepoter"},"content":{"rendered":"<p>La voce al Tg parla di nuovi bombardamenti sull\u2019Ucraina, di altre vittime civili. Parole uguali, o molto simili, riportano i giornali. Si citano numeri, luoghi, i nomi tecnici degli ordigni esplosi. Passano in rassegna immagini aeree di macerie, palazzi in fiamme, pompieri. Ed \u00e8 una storia che si ripete quotidianamente, giorno dopo giorno, da pi\u00f9 di tre anni e mezzo. Per quanto tragica, la gente comincia a farci l\u2019abitudine; la guerra diventa un dato di fatto, le morti giornaliere si trasformano in un generico \u201cproblema geopolitico\u201d.<\/p>\n<p>Il pericolo, come sempre, \u00e8 quello dell\u2019assuefazione: ci si dimentica che dietro ai numeri ci sono volti, tra le vittime e i feriti dolore, dolore vero, sotto ai calcinacci biografie sepolte per sempre. Riaprire gli occhi da questo assopimento del senso critico \u00e8 possibile, ma solo se si fa un passo pi\u00f9 avanti, se l\u2019atto del documentare si avvicina di pi\u00f9 all\u2019oggetto del proprio racconto e arriva a riscoprirne il viso, la storia personale, riuscendo a valorizzarlo nella sua individualit\u00e0. In una parola, se il giornalismo si lega all\u2019empatia.<\/p>\n<p>\u00c8 ci\u00f2 che fanno i fotoreporter, che mettono spesso a rischio la pelle per consentire a tutti di aprire una finestrella nelle storie degli altri. \u00c8 ci\u00f2 che fa Diego Fedele, trentacinque anni, fotografo che ha seguito il conflitto ucraino sin dagli inizi dell\u2019invasione russa, e il cui reportage \u2013 intitolato In the Shadow of a Deadly Sky \u2013 sar\u00e0 esposto nel contesto del Festival della Fotografia Etica di Lodi, che si terr\u00e0 dal 27 settembre al 26 ottobre per la sua sedicesima edizione. Il suo lavoro fotografico, premiato col World Report Award, racconta la scia di distruzione lasciata da pi\u00f9 di tre anni di guerra, mentre la pace sembra una prospettiva che si fa sempre pi\u00f9 lontana.<\/p>\n<p><strong>La prima volta, a guerra appena iniziata, come la ricordi?<br \/><\/strong>La ricordo bene. Era la mia primissima esperienza di conflitto, quindi ho cercato di andarci piano, di addentrarmi gradualmente. Io e un mio collega siamo atterrati in Moldavia. Lui ha deciso di non proseguire, io invece sono entrato a Odesa, la citt\u00e0 nel sud del Paese che si affaccia sul mar Nero, a trecento chilometri circa dalla Crimea. L\u00ec son rimasto un paio di giorni: la guerra era cominciata da poco pi\u00f9 di un mese, era molto difficile fotografare, nell\u2019aria si respirava una paranoia incredibile. Per strada era pieno di croci metalliche anticarro e di fortificazioni con sacchi di sabbia: erano impilati anche intorno alle statue e davanti al Teatro dell\u2019opera come muraglia difensiva. Si aspettavano un\u2019invasione dal mare e avevano preparato la resistenza. Kherson, circa centocinquanta chilometri pi\u00f9 a est, era subito caduta in mano russa, perch\u00e9 il responsabile dei servizi segreti ucraini (Sbu) che avrebbe dovuto far saltare i ponti, non lo fece: era corrotto, e poco dopo pass\u00f2 dalla parte del nemico. Ancora oggi viene ricordato come un traditore, e come lui anche il sindaco della citt\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Da Odesa sei poi tornato indietro?<br \/><\/strong>No, ho preso un treno notturno, e alle sei del mattino mi sono svegliato a Kyjiv, nella capitale, dove ho trascorso quattro giorni, incontrando i primi veri segni di devastazione. In particolare, nella periferia di Bu\u010da: l\u00ec era quasi tutto distrutto. Case basse ridotte a ruderi, resti di carri armati, cartelli di allerta che dicevano di fare attenzione agli ordigni inesplosi. Il quartiere era completamente deserto, e per strada non c\u2019erano vittime soltanto perch\u00e9 era passata ormai una settimana dalla carneficina russa. Erano state portate via.<br \/><strong><br \/>Ti sei fermato a Kyjiv o hai proseguito oltre?<br \/><\/strong>Volevo vedere cos\u2019era la guerra per davvero, avvicinarmi ancora. Cos\u00ec in compagnia di due fotografi americani ho preso un altro treno notturno e sono arrivato a Kharkiv, quattrocento chilometri pi\u00f9 a est e a soli trentacinque dal confine. I russi stavano a meno di dieci chilometri dal centro.<\/p>\n<p><strong>E cosa ti sei trovato di fronte, quando sei arrivato a Kharkiv? Che clima si respirava?<br \/><\/strong>Le strade erano vuote. L\u2019atmosfera pesantissima. Camminando tra palazzi spettrali, provavo una sensazione di angoscia, di desolazione, uno stato d\u2019animo difficile da spiegare: come durante il Covid, l\u2019aria sembrava sospesa, tutto era immobile, e non sapevi di chi potevi fidarti e di chi non. Con una spada di Damocle sopra la testa: che da un momento all\u2019altro la morte poteva arrivare dal cielo, e n\u00e9 il giubbotto antiproiettile n\u00e9 l\u2019elmetto avrebbero potuto farci niente. Ricordo in particolare Saltivka, a nord-est della citt\u00e0: \u00e8 sempre stato un quartiere popolare densamente abitato, pieno di alti palazzoni sovietici, che prima degli attacchi era dinamico e vivace. Quando sono arrivato io, invece, era diventato un quartiere-fantasma. Si vedevano solo condomini anneriti; di tanto in tanto uscivano grige colonne di fumo. Nessuno sui marciapiedi: si erano rifugiati tutti nella metropolitana.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"lazy lazy-hidden wp-image-576075 size-full\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-lazy-type=\"image\" data-lazy-src=\"https:\/\/www.europesays.com\/it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/nel-corpo.jpg\" alt=\"\" width=\"1280\" height=\"854\" data-lazy- data-lazy-\/>Metropolitana di Kharkiv, 30 aprile 2022. Foto di Diego Fedele<\/p>\n<p><strong>Sei sceso? Com\u2019era la vita nel sottosuolo?<br \/><\/strong>La particolarit\u00e0 delle metropolitane ucraine \u00e8 che sono profonde: per questo gli abitanti le hanno usate \u2013 e le usano tutt\u2019ora \u2013 come rifugi dai bombardamenti, come bunker civili. Pi\u00f9 di seicento persone avevano trovato riparo l\u00e0 sotto, e due mesi dopo l\u2019invasione russa ce n\u2019erano ancora trecento. Alcuni sulle scale, altri nei vagoni. Senz\u2019aria fresca n\u00e9 luce solare, pochi bagni senza docce: una situazione precaria, ma tutti speravano che la guerra sarebbe finita presto. Cos\u00ec non \u00e8 stato. Nel maggio 2022 l\u2019esercito russo \u00e8 stato respinto dalla citt\u00e0, e la gente \u00e8 finalmente potuta uscire. Ma Kharkiv, che nel frattempo si \u00e8 ripopolata, resta costantemente sotto la minaccia delle cosiddette glide bombs, che vanno da duecentocinquanta a trecento chili di peso e possono essere lanciate da cinquanta chilometri, quindi da breve distanza. La gente di Kharkiv \u00e8 la pi\u00f9 combattiva, coraggiosa e resistente che io abbia mai visto: spesso quando suona l\u2019allarme antiaereo non vanno nemmeno pi\u00f9 nei rifugi.<\/p>\n<p><strong>In questi tre anni di guerra, qual \u00e8 stato il momento emotivamente pi\u00f9 difficile?<br \/><\/strong>La strage di Hroza. Hroza \u00e8 un paesino di nemmeno cinquecento abitanti nel distretto di Kupjans\u2019k, non lontano da Kharkiv. Il 5 ottobre si stava tenendo una veglia funebre in ricordo di un militare che era stato ucciso, se non sbaglio, un anno prima. L\u2019avevano seppellito a Dnipro, che al momento della sua morte era per\u00f2 occupata dai russi. Un anno dopo, finalmente, il feretro era stato riportato nel suo villaggio d\u2019origine, e la comunit\u00e0 si era raccolta per onorarne la memoria e dargli nuova sepoltura, stavolta nella sua terra. Proprio durante la celebrazione, tuttavia, i russi hanno sganciato un missile balistico, uccidendo tutti i presenti. Cinquantanove morti, fra cui se non erro anche un bambino di nove anni.<\/p>\n<p><strong>E tu dov\u2019eri?<br \/><\/strong>A venti chilometri. Quando ho sentito il boato, sono accorso sul posto; non so come descrivere ci\u00f2 che ho trovato. Forse la parola giusta \u00e8 una macelleria: persone riverse a terra, alcuni pezzi sparsi. Tutti civili. Ho scattato una foto. \u00c8 cruda, disturbante, nessuno ha avuto il coraggio di pubblicarla. Ma quell\u2019immagine \u00e8 la verit\u00e0: la guerra \u00e8 una merda. Rientrato a Kharkiv, era tardi, sono andato a letto. Mi son svegliato di soprassalto alle sei del mattino, duemila battiti al minuto nel petto: un altro di quei missili giganteschi era passato sopra il nostro hotel ed era caduto a due isolati di distanza. Mi sono alzato: dalla finestra si vedevano fumo e fiamme. Nell\u2019esplosione \u00e8 morto un ragazzino di tredici anni.<\/p>\n<p><strong>Com\u2019\u00e8 cambiata la guerra, dal 2022 a oggi?<br \/><\/strong>Si \u00e8 evoluta sotto diversi aspetti. Innanzitutto, tre anni fa i droni non erano i padroni dei cieli. La loro presenza letale e ubiqua ha stravolto le dinamiche del conflitto. La vita al fronte \u00e8 cambiata: prima si combatteva lungo la linea zero, a meno di cento metri dai russi; quel confine poteva essere una linea di alberi o un paesino abbandonato. Oggi fronteggiarsi cos\u00ec allo scoperto \u00e8 impensabile, anzi, suicida: ora tutto avviene a distanza maggiore, e gli avamposti sono tutti sottoterra per sfuggire ai droni.<\/p>\n<p><strong>Anche la loro tecnologia \u00e8 cambiata? <\/strong><br \/>Certo, si \u00e8 sviluppata: ormai tanti sono in first person view. In altre parole, chi li guida indossa un visore \u00a0\u2013 simile ai VR, per intenderci \u2013 e uccide come se giocasse a un videogioco. Nel novembre 2024 ero con la novantatreesima Brigata, quando abbiamo sentito un ronzio. Era un drone che girava intorno alla nostra macchina. Per fortuna avevamo il jamming, un dispositivo che interferisce con le frequenze radio del drone, accecando il visore. Il drone \u00e8 ancora attivo, pu\u00f2 essere ancora pilotato, ma chi lo guida a distanza brancola nel buio. Per fortuna \u00e8 stato neutralizzato, l\u2019esplosione \u00e8 avvenuta a qualche metro di distanza. Ma ho avuto paura.<\/p>\n<p><strong>In occidente si \u00e8 parlato spesso di war fatigue: il morale sempre pi\u00f9 basso col proseguire della guerra: \u00e8 cos\u00ec anche in Ucraina?<br \/><\/strong>Nel 2022, subito dopo la controffensiva, il morale era altissimo: gli ucraini erano determinati, agguerriti, fiduciosi. Ora il conflitto sta andando davvero per le lunghe. La politica internazionale che riempe i giornali passa sopra le loro teste, mentre l\u00e0 si continua a morire. A Sumy ho incontrato Dmytro, un quarantacinquenne laureato in matematica e ora addetto ai mortai nella centodiciassettesima Brigata territoriale. Gli ho chiesto cosa ne pensasse di Donald Trump. \u00abNon me ne frega niente. Guarda dove siamo, stiamo combattendo. Cosa mi pu\u00f2 interessare di quel che dice Trump?\u00bb, ha risposto. Il comandante d\u2019una batteria di artiglieria, vicino a un D-30 sovietico, ha aggiunto: \u00abQuesta guerra \u00e8 come un film. Solitamente la prima parte \u00e8 molto meglio\u00bb. Sono stanchi, logorati, e tutto ci\u00f2 si traduce sia in un abbassamento di reclute che in un aumento delle diserzioni. L\u2019Ucraina ha dovuto adottare metodi di leva obbligatoria abbastanza ruvidi e controversi: nelle citt\u00e0 ci sono checkpoint di recruitment police, la polizia che si occupa di aumentare gli effettivi dell\u2019esercito attraverso la leva obbligatoria. La situazione \u00e8 difficile.<\/p>\n<p><strong>Ci sarai, al Festival?<\/strong><br \/>S\u00ec, rimarr\u00f2 a Lodi il weekend del 4 e del 5 di ottobre per la presentazione del mio reportage. Ventinove scatti realizzati fino a dicembre 2024; gli ultimi quattro a marzo di quest\u2019anno. Son tornato sul campo sette volte, quasi sette mesi di permanenza in totale. Verso met\u00e0 ottobre ripartir\u00f2 per l\u2019Ucraina. Perch\u00e9 il lavoro, ahim\u00e8 quanto la guerra, continua.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"La voce al Tg parla di nuovi bombardamenti sull\u2019Ucraina, di altre vittime civili. 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