{"id":94512,"date":"2025-09-07T21:29:11","date_gmt":"2025-09-07T21:29:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/94512\/"},"modified":"2025-09-07T21:29:11","modified_gmt":"2025-09-07T21:29:11","slug":"diventare-virali-sui-social-il-metodo-studiato-da-harvard","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/94512\/","title":{"rendered":"Diventare virali sui social, il metodo studiato da Harvard"},"content":{"rendered":"<p>Una volta, <strong>diventare virali<\/strong> sui social significava accumulare visualizzazioni, <strong>like<\/strong>, <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/article\/influencer-guadagni-social-pubblicita\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">followers<\/a> e clienti. Ma l\u2019<strong>era delle condivisioni facili \u00e8 tramontata<\/strong>. Oggi i contenuti maggiormente visti si impongono spesso per motivi sbagliati: indignazione, polemiche, gaffe. Solo il 5% dei post sui social riesce davvero a \u201cesplodere\u201d, secondo un report Hootsuite, e molti lo fanno per le <strong>ragioni sbagliate<\/strong>. La domanda che molti <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/article\/content-creator-guida-gift-sponsor\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">content creator<\/a> e brand iniziano a porsi \u00e8 se ne valga ancora la pena. La risposta, secondo <strong>David Dubois<\/strong>, professore dell\u2019istituto di ricerca e business school Insead ed esperto di comunicazione digitale, \u00e8 s\u00ec ma con metodo.<\/p>\n<p>Il modello <a data-offer-url=\"https:\/\/hbr.org\/2025\/05\/a-new-framework-for-going-viral\" class=\"external-link\" data-event-click=\"{&quot;element&quot;:&quot;ExternalLink&quot;,&quot;outgoingURL&quot;:&quot;https:\/\/hbr.org\/2025\/05\/a-new-framework-for-going-viral&quot;}\" href=\"https:\/\/hbr.org\/2025\/05\/a-new-framework-for-going-viral\" rel=\"nofollow noopener\" target=\"_blank\">Spread<\/a>, sviluppato da Dubois e pubblicato sulla rivista Harvard Business Review, prova a portare rigore dove finora ha dominato l\u2019istinto. <strong>Sei dimensioni<\/strong>, validate da anni di ricerca e formazione executive, che aiutano a prevedere se un contenuto sar\u00e0 condiviso. Il modello si fonda su un principio semplice: se l\u2019obiettivo \u00e8 essere virale sui <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/article\/europa-minori-social-network\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">social<\/a>, \u00e8 necessario <strong>mostrare qualcosa che valga la pena trasmettere<\/strong>.<\/p>\n<p>Spread: sei leve per farsi condividere (senza farsi odiare)<\/p>\n<p>Il framework Spread (acronimo di Sensitive, provocative, replicable, emotional, ambiguous, distributive) propone sei dimensioni chiave per costruire contenuti di successo promuovendo <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/internet\/social-network\/2019\/04\/06\/instagram-engagement-group-like-follower\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">engagement<\/a> e visibilit\u00e0 senza scadere nella polemica o nella superficialit\u00e0. <strong>Sensibili socialmente<\/strong>, la prima dimensione, parte dal presupposto che oggi la condivisione \u00e8 un atto identitario. Se un contenuto aiuta a esprimere empatia, valori o appartenenza, \u00e8 pi\u00f9 probabile che venga rilanciato. La campagna Cost of Beauty di Dove e il <strong>gufo virale di <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/economia\/finanza\/2021\/07\/29\/duolingo-quotazione-nasdaq\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">Duolingo<\/a><\/strong> ne sono un esempio: hanno funzionato perch\u00e9 offrivano qualcosa in pi\u00f9 di una risata &#8211; un messaggio in cui riconoscersi.<\/p>\n<p>Poi c\u2019\u00e8 il contenuto <strong>provocatorio<\/strong>: sorprende, sfida, fa discutere. Ma attenzione a non scivolare nella superficialit\u00e0 o nell\u2019offensivo. Patagonia ha saputo giocare bene la carta del paradosso con Don\u2019t Buy This Jacket. \u201c<strong>Apple<\/strong>, invece, ha fallito quando ha creato il suo <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/article\/spot-apple-nuovo-ipad-crush-polemica\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">discusso spot Crush<\/a>\u201d spiega Dubois. La provocazione, se non \u00e8 consapevole, si trasforma in boomerang.<\/p>\n<p>La terza leva \u00e8 la <strong>replicabilit\u00e0<\/strong>: <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/article\/governo-trump-meme-espulsioni-di-massa-immigrazione\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">meme<\/a>, sfide, remix. Heinz ha chiesto di \u201cdisegnare il ketchup\u201d e ha creato una valanga di contenuti spontanei. Se l\u2019idea \u00e8 semplice da imitare e stimola la partecipazione, il potenziale cresce. Ma il contenuto deve anche essere <strong>distributivo<\/strong>: pensato per viaggiare tra le piattaforme, senza appoggiarsi troppo a un singolo formato. \u00c8 il caso della campagna di Barbie, con <strong>tool personalizzabili e <a href=\"https:\/\/www.wired.it\/article\/instagram-hashtag-lgbtq\/\" target=\"_blank\" rel=\"nofollow noopener\">hashtag<\/a> intelligenti<\/strong> che hanno invaso i feed di tutto il mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Una volta, diventare virali sui social significava accumulare visualizzazioni, like, followers e clienti. 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