{"id":96496,"date":"2025-09-08T22:27:09","date_gmt":"2025-09-08T22:27:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/96496\/"},"modified":"2025-09-08T22:27:09","modified_gmt":"2025-09-08T22:27:09","slug":"lesperienza-del-tempo-effimero-il-manifesto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.europesays.com\/it\/96496\/","title":{"rendered":"L\u2019esperienza del tempo effimero | il manifesto"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 inevitabile che la lettura del volume di Susan Stewart (Un mondo di rovine. Storia artistica di un\u2019irresistibile suggestione, tradotto da Giovanna Mancini, adattamento note di Paola Pizzoli, Aboca editore, pp. 552, euro 69) avvenga con sguardo strabico. Docente presso la Princeton University e poeta (la raccolta Colombarium, tradotta anche in italiano nel 2006, ha ottenuto il National Book Critics Circle Award), Susan Stewart ha pubblicato studi critici, a loro volta premiati pi\u00f9 volte, che esplorano diversi campi della riflessione estetica, mettendo in dialogo arte e letteratura attraverso affascinanti percorsi storici e analitici.<\/p>\n<p><strong>COS\u00cc, ANCHE QUESTO LIBRO<\/strong> sulle rovine, avvalendosi peraltro di numerose illustrazioni che si apprezzano in s\u00e9 stesse come un testo nel testo, mette al centro le opere d\u2019arte considerate come \u00abparadigma del conflitto tra le credenze e le pratiche relative al materialismo e al valore\u00bb. Tuttavia, \u00e8 impossibile scorrerne le pagine senza continuamente guardare altrove e sentire il pungolo delle nostre rovine contemporanee. Quelle delle tante, drammatiche guerre in corso, certamente, che ci impediscono di scindere la rappresentazione simbolica delle rovine dall\u2019esigenza di costruire delle soluzioni giuste e di interrompere le sofferenze che a quelle rovine si accompagnano. Ma anche quelle rovine che possiamo riconoscere nella misura in cui mettiamo a fuoco, scriveva Bernard Stiegler nel suo La miseria simbolica, che la \u00abquestione politica \u00e8 una questione estetica, cos\u00ec come, inversamente, la questione estetica \u00e8 una questione politica\u00bb, la questione estetica essendo \u00abquella del sentire e della sensibilit\u00e0 in generale\u00bb.<\/p>\n<p>Dunque, rovine come macerie di luoghi, edificazioni, spazi, nonch\u00e9 come crescente distruzione degli ecosistemi e impoverimento della biosfera. Ma anche le rovine del sociale attraverso il progressivo immiserimento delle condizioni (cognitive, relazionali, simboliche) di riproduzione del legame sociale e della solidariet\u00e0 umana.<\/p>\n<p>A rovinare \u00e8 quindi sia il mondo che ci circonda, sia l\u2019esperienza che siamo capaci di farne, insieme e come individui. Per questo \u00e8 importante non sprecare il potere di \u00abimpartire lezioni\u00bb che le rovine posseggono, scrive la stessa Stewart, nel momento in cui le leggiamo \u00absia nella loro concretezza \u2013 come oggetti presenti \u2013 che come rappresentazioni simboliche\u00bb. E la lezione che le rovine ci consegnano oggi non pu\u00f2 che essere diversa da quella che, ad inizio Ottocento, ne celebrava il fascino poich\u00e9 tutti gli uomini \u00abhanno una segreta attrazione per le rovine\u00bb (de Chateaubriand). Se infatti il \u00abpiacere delle rovine\u00bb, teorizzato da Bernardin de Saint-Pierre nel 1784 si fonda sulla possibilit\u00e0 di osservarle, in quanto simbolo di distruzione e quindi di pericolo, da una condizione di sicurezza, quella cio\u00e8 di chi osserva un naufragio (metafora di qualsiasi sciagura) da un luogo rassicurante e protetto (la fondamentale metafora lucreziana del \u00abnaufragio con spettatore\u00bb), nel nostro caso a prevalere \u00e8 piuttosto sempre pi\u00f9 l\u2019inquietudine.<\/p>\n<p><strong>ANCHE NEL VENTESIMO<\/strong> secolo imperversa la \u00abpornografia delle rovine\u00bb grazie, ricorda Stewart, alla possibilit\u00e0 dell\u2019esperienza indiretta offerta dalla fotografia. Ma la lezione che il rovinare contemporaneo, nel senso molteplice sopra ricordato, ci impartisce \u00e8 quella di spingerci ad elaborare una politica delle rovine, poich\u00e9 essere riguardano tutti. Nessuno di noi abita pi\u00f9 un luogo cos\u00ec protetto e rassicurante da potersi concedere il piacere di osservare le rovine contemporanee senza sentirsene coinvolto e toccato. Le rovine che ci circondano riguardano la polis umana nel suo insieme e dunque esigono di farne esperienza politica poich\u00e9 sono rovine \u2013 materiali, sociali, ambientali e simboliche \u2013 che riguardano il modo di vivere di noi tutti, che ci interrogano e ci coinvolgono. Le nostre forme di vita \u2013 in modo differenziato, per classe e luogo d\u2019appartenenza \u2013 sono allo stesso tempo oggetto e causa di rovina.<\/p>\n<p>Anche osservandole asserragliati nell\u2019Hotel Abisso, la percezione che le macerie possano travolgerlo si fa sempre pi\u00f9 intensa. Non a caso, gi\u00e0 nel sottotitolo della ricognizione sulle ecologie human-disturbed dell\u2019Antropocene divenuta oramai un classico, l\u2019antropologa Anna Tsing chiariva che l\u2019oggetto del suo lavoro era la possibilit\u00e0 di vivere \u00abnelle rovine del capitalismo\u00bb.<\/p>\n<p>Il libro di Stewart percorre un itinerario differente e rappresenta una preziosa opportunit\u00e0 per comprendere come e fino a che punto le rovine facciano parte dell\u2019orizzonte culturale cui apparteniamo. Esse ne costituiscono un tema centrale, del quale Alain Schnapp ha realizzato una monumentale \u00abstoria universale\u00bb (Einaudi, 2023). L\u2019approfondita ricerca di Stewart \u00e8 introdotta da una sintetica ricostruzione del modo in cui nel corso dei secoli \u00e8 evoluto e si \u00e8 modificato il \u00abvalore delle rovine\u00bb nell\u2019economia simbolica del discorso artistico. Successivamente, i diversi capitoli, anche seguendo un filo cronologico, esplorano tale evoluzione a partire da angolazioni diverse. Intanto la centralit\u00e0 della materia che se riconosciuta \u00abnon solo come potenziale destinato all\u2019appropriazione umana, ma anche come realt\u00e0, conduce ad una visione della natura in s\u00e9 e per s\u00e9 che ammette l\u2019estraneit\u00e0 dell\u2019uomo a essa e la cruda antinomia tra il desiderio umano e il corso della natura\u00bb. Il fervore delle iscrizioni e delle incisioni e dunque il desiderio di essere ricordati che, tra i Romani, era pari ad un altrettanto intensa attivit\u00e0 di cancellazione (la damnatio memoria).<\/p>\n<p><strong>LE ROVINE COME SPOLIA,<\/strong> di cui appropriarsi in senso sia materiale (per nuove edificazioni), sia ideologico (per conferire autorevolezza a nuovi artefatti), sia in senso artistico (ad esempio, le rovine come sfondo della nativit\u00e0). Nel capitolo dedicato a \u00abNinfe, vergini e puttane\u00bb, il tema \u00e8 invece il modo specifico in cui la rovina \u00e8 associata alle donne: laddove esse sono \u00abconsiderate un oggetto o una propriet\u00e0 (\u2026) la rovina \u00e8 valutata all\u2019interno di questo sistema ed \u00e8 unicamente legata al valore del loro corpo\u00bb.<\/p>\n<p>Nel contesto dell\u2019umanesimo, a partire dal XV secolo, e soprattutto attraverso la stampa, le rovine acquistano poi una centralit\u00e0, per il gusto diffuso e per la possibilit\u00e0 di mostrare il proprio talento da parte degli artisti, che arriva fino ai giorni nostri. Questa centralit\u00e0 \u00e8 riscontrabile in ambiti diversi: la combinazione tra la rappresentazione delle rovine e l\u2019immaginario architettonico, rinvenibile soprattutto nella \u00abvertiginosa facilit\u00e0 di spostamento tra la pagina e lo spazio architettonico\u00bb di Piranesi; la rappresentazione delle citt\u00e0 (delle loro rovine, Roma in primo luogo) come nutrimento di esperienze di viaggio; la relazione tra rovina ed artefatti compiuti come parallelo tra finito (chiuso) e incompleto (aperto) nella poesia e nella letteratura.<\/p>\n<p><strong>OCCORRE DUNQUE<\/strong> acuire lo sguardo e fare attenzione all\u2019\u00abuso delle rovine\u00bb. Questo \u00e8 proprio ci\u00f2 che fa, ad esempio, il libro di Jean-Yves Jouannais (L\u2019uso delle rovine. Ritratti ossidionali, trad. it. Riccardo Rinaldi, Johan &amp; Levi editore, pp. 112, euro 16). Nel passare in rassegna l\u2019ossessione per le molteplici forme di assedio avvenute nella storia e le rovine che esse hanno prodotto in luoghi tra loro lontani nello spazio e nel tempo (Berlino, Ebla, Halberstadt, Luoyping, Amburgo, Timbuct\u00f9, Isola di Pampus, Rennes, Dura Europos o Stalingrado), Jouannais si sofferma sulla Ruinwerttheorie (Teoria del valore delle rovine) elaborata nel XIX secolo da Gottfried Semper e ripresa da Albert Speer. La concezione dell\u2019architetto del nazismo, convintamente approvata dallo stesso Hitler, immaginava che i monumentali edifici del regime fossero programmaticamente concepiti come maestose (e propagandistiche) vestigia della grandezza del Reich.<\/p>\n<p><strong>UNA POLITICA (ESTETICA)<\/strong> delle rovine, pertanto, deve muovere in direzione opposta. Essa incorpora l\u2019inevitabile vulnerabilit\u00e0 e obsolescenza (degli artefatti) dell\u2019homo faber, ma non allo scopo di negarle attraverso la propria imposizione ai posteri. Piuttosto, si tratta di incardinare nella consapevolezza del limite il valore della cura, della quotidiana manutenzione e della riproduzione, sociale e del vivente in generale. \u00abLa natura \u2013 conclude il proprio volume Susan Stewart \u2013 non costituisce pi\u00f9 lo scenario della creazione umana; piuttosto, il mondo degli uomini \u00e8 diventato lo scenario nel quale si manifestano i fenomeni della natura\u00bb.<\/p>\n<p>In questo contesto, la storia delle rovine pu\u00f2 consentirci di fare attenzione a \u00abqualcosa di effimero (\u2026) che pu\u00f2 guidarci verso la vita (\u2026), il filo d\u2019erba che si apre un varco nella pietra\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00c8 inevitabile che la lettura del volume di Susan Stewart (Un mondo di rovine. 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