Roma, 21 novembre 2025 – Il cielo, tranne che per le piogge di questi giorni, è spesso azzurro sopra Gaza, un colore associato alla determinazione, alla speranza, alla luce dopo il buio. La guerra non ha scritto ancora la parola fine, galleggia in un limbo indefinito che per ora si chiama tregua con l’obiettivo che diventi pace vera. Gli analisti, come Alessia Melcangi, ricercatrice esperta in Africa e Medio Oriente e docente di geopolitica alla Sapienza di Roma, osservano cercando di capire fin dove si allunga la strada del definitivo cessate il fuoco.

I raid di Israele su Gaza continuano a spot, la tregua regge?

“Per ora la tregua va avanti anche se i raid dell’Idf verso obiettivi specifici, che secondo Israele sono centri terroristici, sono entrati a far parte della normalità. Gli Stati Uniti che sono garanti della tregua lo permettono”.

Perchè gli Usa lasciano fare?

“Israele è stato praticamente costretto da Donald Trump ad accettare un cessate il fuoco nel quale non crede e continua gli attacchi contro Hamas per tenere alta la tensione. Li giustifica dicendo che sono reazioni di difesa, ma è impossibile controllare con fonti indipendenti. Il presidente Usa tiene sotto controllo la situazione con Steve Witkoff, l’inviato speciale in Medio Oriente, spesso presente in Israele”.

Che fine faranno i guerriglieri di Hamas a pace conclusa?

“È una fase ancora incerta ma è necessario svilupparla secondo il piano degli Stati Uniti, l’unico realisticamente efficace per ora. Forse potrebbero essere evacuati in Qatar, l’Egitto non li accetterà. Questo è un nodo molto delicato. Nella Striscia ci sono ancora 7 mila guerriglieri combat ready, in grado di combattere”.

L’operazione di Peacekeeping si preannuncia piena di insidie.

“Infatti deve essere gestita dalle nazioni Unite con un mandato specifico e con regole di ingaggio molto precise. Ora il Consiglio di sicurezza Onu ha approvato il piano Usa con l’ok ad una forza internazionale di stabilizzazione. Disarmare Hamas però non sarà facile Israele ha riaperto il il valico di Zikim per il passaggio degli aiuti umanitari: è sufficiente? Non è risolutivo, Gaza è in piena carestia. Israele vuole controllare cosa entra attraverso i convogli umanitari e ha la necessità di evitare che gli aiuti finiscano in mano ad Hamas e ad altri gruppi criminali. È necessario coinvolgere l’Onu”.

Il futuro politico a breve di Gaza?

“Per una fase di transizione bisogna pensare ad un governo tecnico che pure faccia capo all’Autorità palestinese con l’appoggio eventuale dei Paesi arabi. Poi si penserà ad un assetto definitivo, ma Gaza deve tornare in mano ai palestinesi”.

La Cisgiordania con i coloni tornati molto aggressivi rischia di infiammarsi?

“È a forte rischio di escalation, sta diventando il nodo politico principale. I coloni sono organizzati e orientati a prendersi i terreni dei palestinesi tanto che deve contenerli l’esercito. Si sentono sostenuti dalla situazione politica in Israele”.

Che ruolo potranno avere i Paesi arabi nel futuro di Gaza?

“Il loro sostegno è fondamentale. Sostengono la creazione di uno Stato di Palestina e vogliono essere protagonisti del futuro nell’area. Il merito del piano di pace in venti punti degli Usa ma è sostenuto da un ampio fronte di paesi come Arabia, Emirati, Qatar, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan e Indonesia. Dovranno spendersi per la ricostruzione della Striscia ma hanno il timore che a cose fatte ricominci la turbolenza”.

L’Europa può avere un ruolo nella pacificazione di Gaza?

“Mentre in Ucraina ha riacquistato posizioni, sulla Striscia si è mossa in ritardo e non tocca palla. Può intervenire per collaborare nel piano già stabilito dal presidente Trump, l’unico oggi in grado di funzionare”.