di Isabella Fantigrossi

Lo chef del ristorante «D’O» di Cornaredo (Milano) si racconta al podcast «Poretcast»: gli inizi nel calcio, le sue abitudini alimentari e la morte, otto mesi fa, della mamma

«Un giorno alla settimana sono vegano. Poi rispetto un tot di ore di digiuno in cui bevo solo liquidi, anche se non ne avrei bisogno se dovessi solo guardare alle mie esigenze energetiche: è la testa che influisce su di me nel voler mettere in bocca qualcosa per stare bene». Davide Oldani, 58 anni, lo chef del «D’O» di Cornaredo, due stelle Michelin, si è raccontato a «Poretcast», il vodcast di Giacomo Poretti. A cui ha spiegato, oltre alla sua storia, le sue nuove, e attentissime, abitudini alimentari: «Durante la settimana se mangio un piatto con delle fibre aggiungo i latticini. Non mescolo mai due proteine, se mangio carne non mangio il formaggio. Sto un po’ indietro con i carboidrati, solo quando ne ho voglia ne mangio un po’ di più». Infine, «non faccio mai colazione: ci ho provato, Evelina mi ha fatto provare di tutto, dai cornflakes naturali alle marmellate fatte in casa solo con il fruttosio, ma niente, non si ha da fare, per me la colazione non va. Mangio solo in tarda mattinata. E in generale sul mangiare mi calibro sempre in base a come mi sento».

«La cucina il mio piano B»
Sui suoi inizi, invece, Oldani ha ricordato l’esperienza calcistica. «A 16 anni ero in C2, ero una punta, il numero 9: ero un po’ grezzo nei piedi però riuscivo a scappare». Il suo futuro doveva essere quello: «Ci ho provato ma non è andata. Se solo avessi avuto un po’ più di testolina…Giocavo nella Rodense ma durante una partita mi scontrai con il portiere, mi feci male: frattura composta e scomposta di tibia e perone. Da lì la mia vita cambiò». In ospedale il papà gli disse di preoccuparsi di finire bene la scuola. «Da lì cambiò la mia vita. Cominciai così a lavorare da Marchesi. La cucina alla fine per me è stata un ripiego, era il mio piano B. Mi appassionai solo perché andò male con il calcio, per cause di forza maggiore». 



















































«Il risotto di mia mamma? Più buono del mio» 
Oldani ha poi voluto ricordare la mamma, mancata otto mesi fa: «Lei provava sempre a fare il riso alla milanese uguale al mio, non ci riusciva, il mio tecnicamente è migliore, più preciso ma il suo a me sembrava più buono. Glielo dicevo sempre. Quando vedi l’amore di queste persone che si alzano presto per cucinare, tutto cambia nella vita. È l’azione che contribuisce a fare felici le persone. Ecco perché nei ristoranti l’accoglienza conta tantissimo. È il bello della non replicabilità del mio mestiere. La velocità non appartiene alla buona cucina. Per fare buona cucina ci vuole tempo. Le scorciatoie non si prendono». 

4 gennaio 2026