di Luigi Ippolito
All’inizio del conflitto con l’Ucraina, il sito è stato occupato dalle truppe russe e un drone ha colpito il “sarcofago” del reattore: Putin ha deciso di infrangere il tabù che voleva le aree nucleari al riparo dagli eventi bellici
Il disastro di Chernobyl è stato «forse la vera causa del collasso dell’Unione Sovietica»: a dirlo fu lo stesso Mikhail Gorbaciov, ultimo presidente dell’Urss. E in retrospettiva non è difficile vedere come la reazione a catena di eventi, scatenata dall’esplosione nella centrale nucleare situata in Ucraina, il 26 aprile del 1986, abbia condotto nel giro di qualche anno all’ammainabandiera del vessillo rosso con falce e martello sulla cupola del Cremlino, la sera del 26 dicembre del 1991.
Fu solo il 27 aprile del 1986 che gli svedesi rilevarono un aumento anomalo della radioattività nella loro atmosfera: dopo essersi accertati che tutto era a posto nelle loro centrali nucleari, e senza che nulla venisse segnalato dai Paesi limitrofi, non ci volle molto a sospettare che qualcosa doveva essere avvenuto in Unione Sovietica. Ma soltanto la sera del giorno dopo da Mosca arrivarono le prime, scarne ammissioni sull’incidente di Chernobyl.
LA CENTRALE È STATA CHIUSA DEFINITIVAMENTE SOLTANTO ALLA FINE DEL 2000. ORA NEL MIRINO C’È L’IMPIANTO UCRAINO DI ZAPORIZHZHIA, CHE È STATO OCCUPATO MILITARMENTE E USATO COME “SCUDO” DALL’ESERCITO DI MOSCA
LE IPOTESI
Su cosa sia realmente accaduto nell’impianto nucleare sovietico, nelle prime ore di quel fatidico 26 aprile, non ci sono certezze assolute: «Chernobyl è un mistero che dobbiamo ancora risolvere», ha detto Svetlana Aleksievich, premio Nobel per la letteratura nel 2015, autrice del fondamentale Preghiera per Chernobyl, nel quale «più di una volta ho avuto l’impressione che in realtà io stessi annotando il futuro».
Alla base del disastro vi sarebbero stati errori di procedura nel corso di un test di sicurezza sul reattore numero 4 della centrale: come che siano andate le cose, quella notte il reattore esplose, scoperchiando il tetto della centrale e rilasciando una quantità di radioattività pari a centinaia di volte quella della bomba di Hiroshima.
La nube tossica si propagò, spinta dal vento, verso la Bielorussia, da lì investì la Scandinavia e si portò poi verso l’Europa occidentale, arrivando anche a lambire le regioni dell’Italia nord-orientale.
Fu il più grave disastro nella storia del nucleare civile.
Se i morti per le conseguenze immediate dell’incidente furono 65, inclusi gli eroici soccorritori che accorsero sul posto senza nessun equipaggiamento protettivo, si stima che almeno 4 mila persone siano decedute successivamente a causa delle radiazioni, fra soccorritori e popolazione delle aree limitrofe evacuate. A questi vanno aggiunti altri 5 mila decessi nelle più vaste aree contaminate, per un totale di 9 mila: ma un rapporto di Greenpeace ha fornito una stima fra i 100 mila e i 270 mila morti, fino ad arrivare a presentare addirittura la cifra di 6 milioni di morti per tumore direttamente imputabili a Chernobyl fra tutta la popolazione mondiale.
Ma la più eminente vittima presunta, come si è detto, fu lo stesso regime sovietico. Gorbaciov era al potere da poco più di un anno e aveva lanciato la stagione della glasnost, la trasparenza, con cui si proponeva di svecchiare la sclerotica Urss superando la soffocante censura che la opprimeva. Ma il suo primo test, Chernobyl, ebbe conseguenze impreviste.
La reazione all’incidente da parte delle autorità di Mosca fu sulle prime quella di sempre: negare, minimizzare, offuscare. Solo l’allarme e lo sdegno in Occidente costrinsero il governo sovietico a rivelare, dapprima in maniera incompleta, la natura e le dimensioni della catastrofe: venne così messa a nudo l’incompetenza, la disfunzionalità e la duplicità del regime, cosa che alimentò il dissenso e la sfiducia. Ancora il 1° maggio a Mosca si svolse la tradizionale parata militare sulla Piazza Rossa, come se nulla fosse, e solo il 16 maggio Gorbaciov affrontò la questione in televisione, arrivando però ad accusare le «malevoli bugie» e la «campagna immorale» dei media occidentali: ai quali ormai i cittadini sovietici si rivolgevano per cercare di sapere cosa stesse accadendo nel loro stesso Paese.
Anche i giornalisti sovietici però, sfruttando l’onda della glasnost, si diedero a indagare sul disastro, mentre gli intellettuali chiedevano risposte chiare: e se in un primo momento questi scossoni sembrarono rafforzare l’ala riformista del regime sovietico, stretta attorno a Gorbaciov, in ultima analisi il disastro di Chernobyl agì come un catalizzatore che mise a nudo le contraddizioni dell’Urss, alimentò la sfiducia nel sistema e lo condusse al collasso finale.
Le conseguenze, anche politiche, si avvertirono pure da noi in Italia. Chi ricorda quelle settimane di maggio, rammenterà l’angoscia fra la gente di fronte a una minaccia invisibile, con le autorità che vietarono il consumo degli alimenti più a rischio, come il latte e l’insalata: e già il 10 maggio si svolse a Roma una grande manifestazione anti-nucleare, primo passo verso quel referendum che nel 1987 sancì l’abbandono dell’atomo da parte del nostro Paese.
DIECI ANNI DOPO
Solo dieci anni dopo il disastro, nel 1996, il governo dell’Ucraina, divenuta nel frattempo indipendente, ammise per la prima volta a Chernobyl i giornalisti occidentali: il Corriere c’era.
Superati i controlli della zona di interdizione, ai lati della strada scorrevano case abbandonate, capannoni vuoti, piazzole d’autobus deserte: tutto appariva come fermo al momento dell’evacuazione, dieci anni prima. Ma la sorpresa era all’interno dell’impianto, che era ancora in funzione e in piena attività, grazie ai reattori 1 e 3: solo alla fine del 2000 la centrale sarebbe stata disattivata del tutto. E anche nel resto della zona proibita, abbandonata la strada principale, si incontravano famiglie, soprattutto anziani, che erano tornate di nascosto alle loro case, incuranti delle radiazioni ancora elevatissime.
Ma la vera città fantasma era Pripjat, a una passeggiata di distanza dalla centrale: perché anche se il disastro ha preso il nome da Chernobyl, questa cittadina si trova un po’ più distante, mentre Pripjat era costruita proprio all’ombra dell’impianto nucleare. Lì vivevano quindicimila persone, tutte evacuate nelle prime ore dopo l’esplosione: e ancora dieci anni dopo, si parava dinanzi agli occhi un raggelante fermo immagine sulla catastrofe.
Di Pripjat era rimasto tutto: i palazzi, le strade, le piazze, i cinema, gli uffici postali. E di Pripjat non era rimasto nulla: le case disabitate, i mobili portati via e seppelliti, gli animali tutti uccisi. Solo il vento e la polvere rompevano il silenzio.
Del disastro di Chernobyl si è continuato a parlare per anni, soprattutto a proposito del cosiddetto sarcofago, che era stato costruito in fretta e furia per imprigionare il reattore numero 4, quello esploso, e impedire che le radiazioni continuassero a propagarsi. La struttura del sarcofago ha subito nel tempo danni e cedimenti, suscitando continui allarmi: solo nove anni fa è stato installato un nuovo sarcofago, più sicuro, realizzato col contributo dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.
Ma la centrale nucleare, che era stata definitivamente spenta nel 2000, è tornata al centro dell’attenzione dopo l’invasione russa dell’Ucraina: una prima volta all’inizio del conflitto, quando il sito è stato temporaneamente occupato dalle truppe di Mosca, e una seconda volta quando un drone russo ha colpito deliberatamente il nuovo sarcofago sul reattore numero 4. In entrambi i casi, l’Armata di Putin ha infranto il tabù che voleva i siti nucleari al riparo dagli eventi bellici.
Nella prima metà di dicembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione, promossa dall’Ucraina, per rafforzare la cooperazione internazionale e ridurre al minimo le conseguenze del disastro di Chernobyl: il documento è stato sostenuto da 97 Paesi, ma gli Stati Uniti si sono uniti a Russia e Bielorussia nel votare contro.
E la questione di Chernobyl rimanda anche al destino dell’altra grande centrale nucleare ucraina, quella di Zaporizhzhia, occupata militarmente dalle truppe russe, che usano l’impianto come scudo per ripararsi dagli attacchi ucraini: un gioco pericolosissimo. Questa centrale è oggetto dei negoziati di pace, dove si deciderà se e come potrà tornare in mano ucraina: Putin la usa come pedina di scambio. Lo spettro atomico destato nell’aprile del 1986 non ha ancora trovato requie.
4 gennaio 2026 ( modifica il 4 gennaio 2026 | 16:31)
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