Pagamenti digitali
di Giovanni Angeli
Secondo l’intesa dei ministri delle finanze dell’Unione Europea il primo trimestre del 2029 è il termine fissato per una prima emissione dell’euro digitale, il progetto che Bruxelles porta avanti da diversi anni con lo scopo di creare una «Cbdc» (Central Bank Digital Currency) emessa direttamente dalla Banca Centrale. L’emissione è subordinata all’approvazione legislativa prevista per quest’anno e ai test pilota del 2027.
La sensazione però è che più il tempo passa, più questa enorme autostrada per i soldi somigli a un cantiere pieno di intoppi. Ci sono grandi «buche» che potrebbero far finire il progetto fuori strada.

Perché alle banche centrali stanno a cuore le Cbdc?
Le Cbdc rappresentano un escamotage delle banche centrali per riaffermare il controllo sulla creazione e sulla circolazione della moneta, lo strumento di politica economica più potente a disposizione degli Stati.
Attualmente, secondo stime della Bank for International Settlements oltre il 90% della moneta in circolazione nei sistemi bancari è “credit money”, moneta a debito, creata dalle banche private attraverso i tradizionali meccanismi di prestito.
Se le autorità monetarie centrali dovessero perdere il controllo della base monetaria non potrebbero più agire come “prestatore di ultima istanza” e intervenire quando una crisi dovesse mettere a rischio la quantità di contante nel sistema.
La prima buca: la base giuridica
Immaginiamo di voler costruire un grattacielo, ma di scoprire che il piano regolatore del quartiere permette solo villette a due piani. Nei trattati europei si parla chiaramente di banconote e monete fisiche, ma da nessuna parte si autorizza esplicitamente la Banca centrale europea a creare una moneta puramente digitale — all’epoca in cui sono stati scritti non esistevano e di conseguenza non c’è una sua definizione chiara nei testi sacri dell’Unione.
Il cantiere è impantanato in un’area grigia: per superare l’impasse è intervenuta la Commissione europea — perché in base ai trattati sono la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo i responsabili insieme a Bce dell’adozione dei progetti legislativi in materia di politica monetaria — con una proposta di regolamento e una cornice legislativa che garantisce all’euro digitale lo status di moneta a corso legale pari al contante.
La proposta di regolamento si fonda sugli articoli 128 (“La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione … Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”) e 133 TFUE (Parlamento europeo e il Consiglio … stabiliscono le misure necessarie per l’utilizzo dell’euro come moneta unica). Il terreno è nuovo e tra le scuole di pensiero c’è chi sostiene che il concetto di “moneta a corso legale” sia fondamentalmente legato alle proprietà fisiche del denaro contante, in particolare alla sua capacità di estinguere un debito in modo anonimo e universale, senza intermediari tecnici.

Ma in contanti o elettronici non sono la stessa moneta?
Il cuore della disputa è questo: l’euro digitale è solo una versione scannerizzata della banconota che abbiamo nel portafoglio o è qualcosa di completamente nuovo?
Se l’euro digitale fosse solo una “banconota elettronica” (una e-banknote), allora la Bce potrebbe emetterlo senza problemi, perché il suo mandato le dà già il potere di autorizzare l’emissione di banconote.
In realtà l’euro digitale, così com’è progettato, ha superpoteri che le banconote non hanno, come i limiti al possesso, la programmabilità o trigger che si attivano automaticamente. Essendo diverso da una semplice rappresentazione digitale delle banconote, la Bce è a rischio fuorigioco perché sta uscendo dai binari del suo mandato.
La strategia di Francoforte, secondo i più critici, è quella del “io intanto ne parlo”: prima si apre il dibattito, poi si moltiplicano studi, consultazioni, questionari, in modo che l’idea entri nel vocabolario quotidiano; poi quando l’euro digitale diventa familiare sarà più semplice introdurlo; ma resta il rischio che senza una base legale solida la prima vera “buca” non sarà tecnica ma giudiziaria: un ricorso a corti nazionali o europee potrebbe rallentare o bloccare il progetto.
Rischio numero due: violare i trattati
Ecco la seconda buca: una volta che l’euro digitale fosse adottato e i cittadini e le imprese trasferissero i risparmi nelle casseforti della Banca Centrale allora «l’aumento del bilancio della Bce — secondo un’analisi di Lorenzo Bini Smaghi, ex board Bce — dovrebbe essere utilizzato per acquistare titoli di alta qualità. La Bce dovrebbe riprendere a comprare bond governativi, esattamente il contrario di quanto sta tentando di fare attualmente. In pratica, l’euro digitale spingerebbe la banca centrale ad accrescere il finanziamento del debito pubblico degli Stati membri».

Lo spiegone
Per semplificare immaginiamo la Banca Centrale Europea come una bilancia che deve stare in equilibrio: su un piatto c’è il passivo (quello che la banca “deve” a noi), sull’altro c’è l’attivo (quello che la banca “possiede” per garantire quei debiti).
Oggi se teniamo 1.000 euro in una banca tradizionale, quei soldi sono un debito della banca verso di noi; ma se domani nascesse l’euro digitale e decidessimo di spostare quei 1.000 euro dal nostro conto privato a quello della Bce, la situazione cambierebbe radicalmente:
– il piatto del passivo aumenterebbe, la Bce ci dovrebbe 1.000 euro digitali e il piatto del debito si appesantirebbe;
– dall’altra parte nascerebbe la necessità di bilanciare e per mantenere l’ equilibrio la Bce dovrebbe avere all’attivo attività di valore adeguato: titoli, prestiti garantiti, riserve in valuta, e così via.
Cosa compra la Bce? Titoli di Stato.
Nessuno la costringe a comprare “solo” titoli di Stato, ma nella pratica, quando deve gestire grandi volumi in modo prudente (parliamo di risparmi di milioni di cittadini), tende a preferire attività considerate high-quality assets, titoli di alta qualità tra cui titoli pubblici dei Paesi dell’area euro.
Ecco il passaggio chiave: più euro digitali i cittadini tengono nel portafoglio, più la Bce è costretta a comprare debito pubblico degli Stati membri per bilanciare i conti.
Il punto critico riguarda il limite di possesso: un’ipotesi tecnica è quella per cui ogni cittadino possa gestire un massimo di 3.000 euro digitali in modo che la dimensione del bilancio Bce tutto sommato rimanga gestibile. Ma se i governi, sempre per ipotesi, forzassero la mano per alzare questo limite starebbero di fatto decidendo quanto devono diventare «pesanti» i piatti della bilancia Bce. E decidendo quel limite, indirettamente deciderebbero quanta base monetaria creare e quanta inflazione.
In pratica, se i governi chiedessero portafogli più grandi, costringerebbero la Bce a “stampare più moneta digitale” (nb: è un modo di dire, non viene stampato nulla, a mala pena si schiaccia un bottone) e, di conseguenza, a comprare più titoli di Stato per bilanciare.
Quindi sarebbero i governi a decidere la quantità di moneta?
Qui scatta l’allarme rosso. I trattati europei, come il TUE, vietano esplicitamente alla Bce di finanziare direttamente i governi. È una regola nata per evitare che i politici stampino soldi per pagare i propri debiti causando inflazione.
Ma in che modo l’euro digitale potrebbe interferire col divieto di finanziamento previsto dall’articolo 123 del TFUE? La Corte di Giustizia Europea ha già stabilito a più riprese (una sentenza nel 2015 e più avanti nel 2018) che l’acquisto di titoli sul mercato secondario e dagli investitori, quindi non direttamente dagli Stati membri, non costituisce violazione di tale divieto.
Il punto cruciale rimane il limite di possesso: se a causa di pressioni politiche l’euro digitale dovesse diventare il paravento per far comprare alla Bce fantastiliardi di debito pubblico per finanziare gli Stati, i tribunali (in particolare quelli tedeschi, assai sensibili al tema) potrebbero intervenire per bloccare tutto.
Questo è forse il timore più grande. Concedere ai governi dell’Ue il diritto di decidere sulla “quantità di moneta” perché comporterebbe una violazione del divieto di finanziamento del debito pubblico sancito da Maastricht.
Gli Stati Uniti? Viaggiano contromano

Mentre l’Europa va in corsia di sorpasso sull’euro digitale, gli Usa viaggiano contromano: poche settimane dopo il suo insediamento il presidente Trump con un ordine esecutivo ha vietato l’uso delle Cbdc in tutto il Paese giustificando la scelta con la minaccia che le Cbdc rappresenterebbero per la privacy, la sovranità nazionale e la stabilità finanziaria. Sei mesi dopo, nel luglio 2025, ha rincarato la dose col Genius Act, un quadro giuridico per le stablecoin ancorate al dollaro (in gergo “backed 1:1”), che impone audit rigorosi alle aziende emittenti per garantire trasparenza e impedire le frodi, accrescendo così la fiducia dei potenziali utilizzatori.
Il Genius Act riflette la strategia monetaria dell’amministrazione Usa per rafforzare e mantenere il dominio globale del dollaro attraverso canali privati piuttosto che statali: quando un emittente di stablecoin (come Tether o Circle) emette un token USDT o USDC, è vincolato a detenere riserve corrispondenti in dollari statunitensi, buoni del Tesoro o asset liquidi. Un meccanismo che in pratica trasforma miliardi di persone in tutto il mondo in utilizzatori indiretti del dollaro per le transazioni quotidiane su blockchain o altre piattaforme di finanza decentralizzata.

Make Dollar Great Again!
Invece di imporre il dollaro – che con le più recenti crisi geopolitiche ha rischiato di perdere il primato di moneta globale di scambio – mediante i trattati, gli Usa lasciano che siano le aziende private a diffonderlo digitalmente creando una domanda globale che sostiene il valore della moneta anche in tempi di crisi.
Dietro le decisioni a volte incomprensibili del Tycoon si nasconde una realtà: le stablecoin sono destinate a mantenere il controllo finanziario in mani private, spesso allineate agli interessi del presidente e dei suoi alleati, piuttosto che nelle istituzioni pubbliche, tutto senza esigere un ruolo esplicito della Fed – con i vertici della quale Trump è ormai ai ferri corti.
La differenza con l’Europa è netta: mentre Bruxelles vede nell’euro digitale un modo per garantire sovranità e regole ferree, per gli americani l’euro digitale è un meccanismo troppo lento, mentre le loro stablecoin correrebbero come motori di Formula 1 sui circuiti globali, portando il dollaro anche dove le banche non arrivano, come nei mercati emergenti.
Altro intoppo: le banche private col freno a mano
Le banche private vedono l’euro digitale come un vicino di casa che vuole aprire un ristorante proprio accanto al loro. Oggi le banche vivono in buona parte grazie ai depositi, che per loro sono il carburante a basso costo per concedere prestiti, mutui e linee di credito. Se i soldi venissero spostati in massa dai conti correnti ai wallet digitali della Bce — fino a 700 miliardi di euro, secondo alcuni analisti — i bilanci delle banche potrebbero restare a secco.
L’impoverimento dovuto a questi cosiddetti “run bancari” inciderebbe sulla raccolta del risparmio e potrebbe danneggiare o quantomeno limitare la capacità delle banche di concedere prestiti a famiglie e imprese.
Il timore principale delle banche è la cosiddetta disintermediazione, ovvero il rischio di essere messe da parte in un mercato dove la Bce rappresenterebbe la concorrenza di Stato.
Dunque con l’euro digitale, per continuare a svolgere la loro attività tipica e più remunerativa, cioè prestare denaro, sarebbero costrette a cercare fondi altrove, per esempio sui mercati finanziari, pagandoli molto di più con aumenti dei costi e inevitabile riduzione dei profitti: per usare una metafora diciamo che non farebbero “salti di gioia”.

Qual è la soluzione?
Per mitigare questo rischio il design dell’euro digitale prevede che la moneta elettronica non pagherebbe interessi e avrebbe, come accennato, limiti di giacenza per mantenere lo status di strumento di pagamento e non di investimento.
La Bce ha condotto analisi tecniche con un limite massimo ipotetico di 3.000 euro per portafoglio individuale: secondo i risultati, ipotizzando questa soglia a persona, l’impatto sulla stabilità finanziaria sarebbe modesto, anche in presenza di scenari estremi.
Al momento però è solo un’ipotesi di design della moneta.
Quarta buca: il rischio di arrivare “a babbo morto” nel 2029
La preoccupazione non si fermerebbe però ai depositi, l’euro digitale toccherebbe un altro nervo scoperto: le commissioni sui pagamenti elettronici. Oggi, ogni volta che strisciamo una carta o paghiamo un acquisto online, muoviamo un ingranaggio di circuiti privati (Visa, Mastercard, Bancomat, ecc.) che genera commissioni per gli intermediari: un business piccolo nei singoli importi, ma colossale su larga scala e nel suo insieme.
Calza a pennello il detto degli antichi usurai che prestavano soldi a chi conduceva una vita dissoluta con la promessa che i debiti sarebbero stati saldati al momento della morte del padre: a babbo morto, appunto, ovvero in tempi lunghissimi.
Ecco, il debutto dell’euro digitale è stato posticipato al 2029: in un’epoca in cui un anno di tecnologia vale come un’era geologica è un come annunciare oggi un telefono che uscirà tra quattro versioni di sistema operativo: quando arriverà sarà già vecchio. Nel frattempo, il mercato sarà già pieno di carte di credito sempre più evolute, piattaforme come Apple Pay, Google Pay, PayPal, circuiti istantanei e, sul fronte cripto, di stablecoin private ancorate a valute tradizionali come dollaro o yuan.
Il rischio è che nel 2029 i cittadini abbiano già trovato altre soluzioni più comode e veloci, e l’euro digitale rischi di presentarsi come un ufficio pubblico aperto (in ritardo) in un centro commerciale già pieno di negozi affollati.
Congetture? Probabilmente sì, il trattamento regolamentare di stablecoin e cripto-attività nell’Ue (il MiCA) è pensato proprio per limitare quei rischi ma non si sottovaluti il mercato privato che non starà certo fermo a guardare: già oggi operano sistemi privati europei di pagamento digitale pienamente funzionanti e soprattutto vigilati come lo spagnolo Bizum, Wero in Germania/Francia, MBWay in Portogallo e la nostrana Bancomat che operano abitualmente oltrefrontiera attraverso alleanza come EuroPA.
Il focus del dibattito quindi non è sulla necessità di pagamenti digitali europei – che già esistono – quanto sulla necessità di una Cbdc pubblica rispetto al potenziamento delle soluzioni private attraverso l’interoperabilità. La questione è: serve davvero una moneta digitale centrale quando il mercato ha già sviluppato alternative efficienti?
Quinta buca: l’illusione del possesso

Alle perplessità delle banche si aggiungono quelle dei cittadini-utenti: pensiamo alla differenza (enorme) tra avere dieci euro in tasca e vederli sul display di un’app. Possedere una banconota significa che quella banconota è nostra, ce l’abbiamo tra le mani, è un pezzo di carta che rappresenta un valore di Stato.
Attenzione:
la parte che segue è riservata
a un pubblico di soli allarmisti
Usando l’euro digitale, i soldi non sono tecnicamente nostri, ma rappresentano virtualmente un debito della banca centrale verso di noi. È come cambiare i soldi in fiches quando si va al casinò: le fiches sono pezzi di plastica che promettono un certo valore finché il casinò è aperto e decide di pagarcele. Se il sistema si blocca o il casinò cambia le regole, quel possesso si rivela per quello che è: un’illusione contabile.

Uno scenario inquietante?
Quella delle fiches è chiaramente un’esagerazione, se ci pensiamo bene anche i conti correnti di oggi sono come le fiches. L’iperbole serve a illustrare il concetto, si tratta pur sempre della forma di denaro più sicura che esista ovvero un’obbligazione diretta della banca centrale, non un voucher privato; la Bce non è un casinò che può chiudere da un giorno all’altro, è incardinata nei trattati e nelle costituzioni nazionali, con obblighi di tutela della stabilità e della fiducia nella moneta.
L’ultima buca: la moneta col “guinzaglio” che genera sfiducia
L’ultima buca è la paura di molti che l’euro digitale si riduca solo a una moneta-piattaforma “programmabile”. Cosa significa? Che la Bce o il governo di turno potrebbero mettere dei vincoli: ad esempio, i soldi potrebbero avere una data di scadenza (“usali entro un mese o si riducono”) — per ora categoricamente esclusa dalla Bce —, o essere bloccati se si spendono per qualcosa ritenuto poco etico o dannoso per l’ambiente. Se i soldi diventano voucher che funzionano solo a certe condizioni, come buoni pasto validi solo in determinati negozi, la gente smetterà di fidarsi. Nessuno vuole un portafoglio che può essere “spento” con un clic da un ufficio di Bruxelles.
La Bce, nei documenti ufficiali, ha escluso scenari in cui il denaro della gente venga usato come uno strumento di ingegneria sociale quotidiana, e il regolamento discute una moneta general purpose, utilizzabile in modo ampio e conforme ai diritti fondamentali. Tuttavia, la sola possibilità tecnica che possano essere messe condizioni in un futuro remoto o in contesti di emergenza — che negli ultimi anni certamente non mancano — alimenta il sospetto.
Ma al netto di tutto sorge spontanea una domanda, sei anni di lavoro, regolamenti, ricerche, studi, risorse: tutto questo sforzo per un wallet da 3.000 euro, signora mia?
Quindi: sfida tecnologica o test di fiducia?
Il successo dell’euro digitale non dipenderà dalla sua efficienza tecnica, esistono già sistemi di pagamento istantanei super-efficienti, ma dalla sua accettazione sociale: la tensione tra modernizzazione, stabilità finanziaria e libertà individuali è un trade-off riconosciuto nelle analisi ufficiali.
Più che un semplice lancio di prodotto sarà un vero e proprio test di fiducia: se gli europei continueranno a fidarsi della loro istituzione monetaria centrale, il nuovo euro potrà convivere con il contante e coi pagamenti privati; senza fiducia non basterebbe nemmeno la migliore infrastruttura tecnica per vincere la scommessa.
15 gennaio 2026 ( modifica il 15 gennaio 2026 | 07:51)
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