Negli ultimi decenni, la dieta nei Paesi occidentali è cambiata radicalmente. Snack confezionati, piatti pronti, bevande zuccherate e prodotti industriali hanno progressivamente sostituito cibi freschi e preparazioni casalinghe. Il risultato è che oggi, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, oltre la metà delle calorie quotidiane proviene da alimenti ultra-processati. Nei bambini e negli adolescenti la quota può superare addirittura il 60 per cento.

In Europa la situazione è più variegata. Il Regno Unito e la Svezia mostrano livelli elevati di consumo, mentre l’Italia resta tra i Paesi più virtuosi: qui gli alimenti ultra-processati rappresentano circa il 13-18 per cento dell’energia alimentare acquistata dalle famiglie. Ma anche queste percentuali, se mantenute nel tempo, non sono prive di conseguenze.

Perché gli alimenti ultra-processati fanno male

«Questi alimenti sono associati a obesità, diabete, malattie cardiovascolari e altre condizioni croniche», spiega Carlos Augusto Monteiro, epidemiologo e professore di nutrizione per la salute pubblica, noto per aver sviluppato la classificazione NOVA. Questo sistema divide gli alimenti in quattro gruppi in base al grado di lavorazione industriale e colloca gli ultra-processati nel gruppo a maggior rischio per la salute.

Snack, merendine, biscotti, cereali da colazione industriali, bibite zuccherate, piatti pronti e carni lavorate come hot dog e alcuni salumi sono prodotti ottenuti con ingredienti difficilmente utilizzabili in una cucina domestica: emulsionanti, aromi artificiali, coloranti, dolcificanti e conservanti. Studi internazionali hanno collegato il loro consumo abituale a un aumento della mortalità precoce e a un peggioramento della salute metabolica. Anche i dati italiani, come quelli del progetto Moli-sani, suggeriscono che un’elevata presenza di ultra-processati nella dieta può accelerare l’invecchiamento biologico e ridurre la qualità complessiva dell’alimentazione.

Lo studio: dimagrire senza “mettersi a dieta”

Ma cosa succede se si riducono questi alimenti senza imporre restrizioni caloriche? A rispondere è un nuovo studio clinico condotto dal professor Moul Dey e dal suo team alla South Dakota State University. La ricerca ha coinvolto 43 persone con più di 65 anni, molte delle quali in sovrappeso o con fattori di rischio metabolico come colesterolo alto e resistenza all’insulina. I partecipanti hanno seguito due fasi di otto settimane con una dieta povera di alimenti ultra-processati, separate da un periodo di due settimane in cui hanno mantenuto la loro alimentazione abituale.

Le due diete sperimentali erano diverse per tipologia – una basata su carne magra, l’altra vegetariana con latte e uova – ma simili per apporto calorico e nutrizionale, entrambe in linea con le Linee guida dietetiche statunitensi. L’unica vera differenza era la quota di alimenti ultra-processati, ridotta a meno del 15 per cento delle calorie totali. “I partecipanti – ha spiegato Dey – non dovevano ridurre le calorie né aumentare l’attività fisica»,  «Volevamo osservare l’effetto reale della semplice riduzione degli ultra-processati”.

Meno calorie e perdita di peso

I risultati sono stati chiari. Durante i periodi a basso contenuto di alimenti ultra-processati, i partecipanti hanno assunto spontaneamente meno calorie e perso peso, senza sentirsi a dieta. È diminuito sia il grasso corporeo totale sia quello addominale, un parametro chiave per il rischio cardiovascolare e metabolico.

Dati in linea con altre ricerche recenti, come uno studio britannico su adulti in sovrappeso che ha mostrato una perdita di peso quasi doppia in chi eliminava gli alimenti ultra-processati rispetto a chi li consumava regolarmente, pur seguendo diete equivalenti dal punto di vista nutrizionale.

Benefici oltre la bilancia

I vantaggi, però, non si sono fermati al peso. I ricercatori hanno osservato un miglioramento della sensibilità all’insulina, una riduzione del colesterolo LDL e dei trigliceridi e un calo dei marcatori di infiammazione, come la proteina C reattiva. Sono cambiati anche alcuni ormoni che regolano fame e metabolismo, tra cui leptina e grelina.

«Ridurre gli alimenti ultra-processati porta benefici multipli, non solo sul peso, ma anche sulla funzionalità metabolica», sottolinea Dey. I miglioramenti erano simili nelle due diete, suggerendo che il fattore decisivo non è il tipo di proteina consumata, ma il livello di trasformazione industriale degli alimenti.

Un messaggio chiaro, soprattutto per gli anziani

Con l’avanzare dell’età, preservare la salute metabolica significa mantenere autonomia, mobilità e qualità della vita. Questo studio dimostra che anche una riduzione realistica e sostenibile degli alimenti ultra-processati può produrre benefici concreti, senza contare le calorie o stravolgere le abitudini quotidiane.

“Migliorare la salute metabolica – ha concluso Dey – non è solo una questione di numeri sulla bilancia, ma di benessere generale. In un mondo in cui sempre più calorie arrivano da prodotti industriali, la scienza conferma che mangiare meno processato non è una moda, ma una scelta efficace per vivere meglio e più a lungo.