di
Emanuela Rosa-Clot
Grosso come un pallone, lo abbiamo visto durante le feste natalizie sui banchi degli ortolani, avvolto nella carta e presentato come frutto esotico dall’Indocina
Il più ricercato e di tendenza è il pomelo. Ma è anche uno dei cinque agrumi più antichi, da cui hanno avuto origine tutti quelli che coltiviamo oggi. Il suo nome botanico è «Citrus maxima» e si capisce facilmente il perché guardando le dimensioni del frutto: può arrivare a pesare un chilo. Grosso come un pallone, lo abbiamo visto durante le feste natalizie sui banchi degli ortolani, avvolto nella carta e presentato come frutto esotico dall’Indocina.
Ma il pomelo si coltiva anche in Italia almeno da due secoli specie come pianta ornamentale: potremo trovare i grossi frutti esposti nella mostra pomologica oggi e domani ad «Agrumi», che il Fai organizza a Villa Necchi Campiglio (quattordicesima edizione).
Io la prima volta ho visto un albero di pomelo ad Alassio, nel giardino di Villa della Pergola dove sui terrazzamenti si può ammirare una bella collezione di agrumi. E mi è venuta voglia di averne uno sul mio terrazzo milanese. Infatti, come il pompelmo che è un suo stretto parente, sopporta abbastanza bene il freddo. Originario del Tibet, alle pendici dell’Himalaya, è pianta da sottobosco. Attenzione quindi al sole cocente: il pomelo, come alcuni agrumi che al Sud coltivano sotto le pagliarelle o all’ombra degli ulivi, soffre i colpi di calore. Se vogliamo tenerlo in terrazzo, scegliamo un angolo luminoso con ombra nelle ore più calde dell’estate.
Chi volesse cimentarsi con la coltivazione del pomelo può trovare anche la pianta da «Floricultura Lari», uno degli espositori presenti a Villa Necchi, che porta qualche giovane esemplare in vaso. Bisogna però sapere che occorre aspettare un paio d’anni per vedere maturare i grandi frutti, uno o al massimo due per pianta. Oppure ordinare un grande esemplare già in piena produzione, come quelli di 12 anni che «Lari» coltiva nel vivaio di Camaiore, in Lucchesia.
«Lo scopo dell’edizione di quest’anno è far conoscere e apprezzare le vecchie varietà di agrumi, negli ultimi anni considerate da macero, che non voleva più nessuno, come quelli con i semi», spiega Umberto Giolli, curatore scientifico della manifestazione e responsabile per le aree agricole e paesaggistiche del Fai. «Per questo, abbiamo invitato a parlarne gli chef che li utilizzano in cucina. Come Mattia Pecis di Cracco Portofino, giovane chef che ha appena ottenuto la sua prima stella Michelin e che domenica dialogherà con il professor Giuseppe Barbera, grande esperto di storia delle coltivazioni arboree».
Anche Giolli ha la passione per gli agrumi, ne coltiva 135 varietà nel suo giardino sul Monte di Portofino, passione che lo accomuna a Vicente Todolì, curatore dell’Hangar Bicocca, che a Valencia ha la più grande collezione di agrumi del mondo, con 800 varietà.
Todolì ha collaborato a sperimentare agrumi in cucina con grandi chef come Ferran Adrià e a Villa Necchi ne parlerà con Laura Colagreco ed Eleonora Turbiani, collaboratrici di uno dei ristoranti tri-stellati in cima alle classifiche mondiali, il Mirazur di Mentone. A proposito di sperimentazioni fra terra e cucina, proverò a coltivare il lime messicano seguendo i consigli che Cristiana Serra-Zanetti, botanica e paesaggista, ci dà sul numero di febbraio di «Gardenia»: ideale non solo per il mojito o la tradizionale torta Key Lime Pie, ma utilizzato anche in tante preparazioni salate, dalle marinature alle zuppe aromatiche. Il lime messicano va esposto in pieno sole e al riparo dal vento.
Il clima d’elezione è subtropicale, ma se d’inverno viene ricoverato in veranda o protetto con tessuto-non tessuto, si può coltivarlo in vaso anche a Milano. L’importante (e questo vale per tutti gli agrumi) è concimare tutto l’anno: con prodotti specifici in inverno e, in primavera/estate, con i lupini sbriciolati.
Direttrice Gardenia
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24 gennaio 2026 ( modifica il 24 gennaio 2026 | 11:50)
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