Aveva ragione Furio Colombo a temere che la Giornata della Memoria potesse nel tempo conoscere fasi di stanchezza. Senza il personale impegno di Colombo, la legge che la istituisce non sarebbe mai stata approvata. Ma era il 2000, non l’immediato Dopoguerra. E abbiamo riflettuto poco, come italiani, sul perché ci sia voluto così tanto tempo per sentire la necessità storica e morale di averla, senza la consapevolezza di poterla poi perdere. Oggi, ed è inutile girarci intorno, è una giornata in tono minore rispetto ad altri anni. È l’effetto di quello che è accaduto, dopo il sanguinoso pogrom del 7 ottobre (solo ieri è stato restituito il corpo dell’ultimo ostaggio di Hamas) e il successivo massacro ad opera dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza. Ferma la condanna del terrorismo e delle inaccettabili brutalità della risposta – che è responsabilità di un governo non del suo popolo – è grave sovrapporre le polemiche dell’attualità al dovere del ricordo delle vittime della Shoah. Perché se quest’ultimo, nella comprensione storica degli avvenimenti, nella restituzione della dignità alle vittime, nel tributo ai giusti, dovesse essere meno intenso a seconda degli avvenimenti dell’attualità, allora dovremmo riconoscere che il valore della nostra memoria è variabile e dunque, alla fine, poco sincero. Non vogliamo nemmeno pensarci. Oggi, ancora più di prima, nel solco dell’insegnamento di Furio Colombo, dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi affinché la memoria sia una reale forma di giustizia e di educazione al rispetto dell’altro, chiunque sia, e dei suoi diritti. Altrimenti i torti si sovrapporranno sempre di più alle ragioni, le vite dei carnefici, rivalutate e ahinoi anche prese a modello di una violenta attualità, spingeranno verso l’oblio quelle di tantissimi innocenti, molti nostri concittadini, che furono deportati e uccisi. Anche per le complicità italiane. All’ingresso del Memoriale della Shoah, il luogo dal quale partì verso Auschwitz anche Liliana Segre, c’è una scritta (voluta da lei): «Indifferenza». Oggi dovremo guardarci seriamente dalla «Nuova indifferenza», alimento purtroppo di un crescente antisemitismo che pensavamo, sbagliando, fosse stato sconfitto.
27 gennaio 2026, 12:03 – modifica il 27 gennaio 2026 | 13:23
© RIPRODUZIONE RISERVATA