di
Gianni Santucci

La mensa propone 3.400 pasti ogni giorno e si mangia anche di notte. Sei le palazzine per gli atleti. Nella «F» vivono gli azzurri. Alle finestre dei cinesi spunta un panda che saluta i passanti. Usa e Canada, invece, sono distanti

Seguite la scena. Questo è il titolo: «Un trinidadiano a Milano». Pizza, tu me provochi... Nella mensa dell’indaffaratissimo villaggio olimpico, il primo banco self-service (diabolico tentatore) propone agli atleti: sul vassoio centrale, pizza margherita «senza glutine e lattosio»; nel vassoio accanto, viene invece offerta la pizza tonno e cipolla; l’apoteosi dell’adescamento, pur se ribadita l’assenza di glutine e lattosio, si materializza però dall’altra parte: pizza patate e salsiccia. Alla vigilia delle Olimpiadi: salsiccia

Gli atleti di Trinidad&Tobago, meta agognata dove ogni triste europeo vagheggia di trascorrere la vecchiaia, isole caraibiche nelle quali ghiaccio e neve sono concetti metafisici, fissano la pizza e si consultano. Alla fine, saggiamente deliberano: «Better no», meglio di no. La pizza li ha provocati ma, sia messo agli atti, non se la sono magnata: anche se loro, che saranno in gara con il bob, non hanno molto, anzi non hanno assolutamente nulla da chiedere alle gare di Milano-Cortina 2026. 



















































La gioviale resistenza alla pizza salsicciata da parte dei ragazzi di Trinidad, alle 12.30 di ieri, nel Villaggio Olimpico di Milano, incarna però a pieno il bello e il buono dell’Olimpiade. Dare il meglio. Indipendentemente dal risultato. United colors. Peace&sport

Milano Cortina 2026, la vita del villaggio olimpico: pizza e pasta funzionano più della geopolitica

Per chiudere sui menù, i piatti offerti ieri agli atleti erano: straccetti di fesa di tacchino stufati, petto di tacchino, nasello olio e limone. Più la pasta. Più la bresaola della Valtellina, e abbondante parmigiano: Dop locali per salutari godurie globali. In tutto, la mega mensa ogni giorno sforna 3.400 pasti, e 3 mila uova, 4.500 chili di pasta. C’è anche un vegan corner. E pur nel cuore della notte la fame d’ogni atleta può esser soddisfatta.

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Ma ora, usciti dalla mensa, un po’ di contesto: a Milano si disputeranno le gare di hockey, pattinaggio di velocità e pattinaggio di figura. Tutto, ça va sans dire, su ghiaccio. Il villaggio olimpico dopo le Olimpiadi diventerà lo studentato più grande d’Italia. È cresciuto su un’ex stazione ferroviaria. Era un pratone sterminato di sterpaglie. L’ex Scalo romana: in un quartiere che dal degrado post operaio e post industriale oggi s’allarga nel fighettismo e la gentrification che traghettano il lusso fino alla periferia. La Fondazione Prada svetta tra i cantieri a pochi metri dal villaggio.
La mensa è un capannone dove un tempo si riparavano le locomotive. Le sei palazzine per gli atleti sono invece sorte dov’erano i binari. A guardarle dall’alto, sono due mastodontici «pettini» a tre denti, uniti da ballatoi che dovrebbero incarnare il concetto di ringhiera della «vecchia Milano». A consuntivo, 1.154 camere alternate tra doppie e singole. In totale, 1.700 posti letto. Che in questi giorni accolgono 37 squadre nazionali: Stati Uniti da una parte e gli ex amici del Canada dall’altra; gli scandinavi hanno accolto i serbi tra i loro corridoi; Repubblica Ceca e Slovacchia in due palazzine separate; Francia e Gran Bretagna insieme, con Lituania e Ungheria; la Cina s’individua perché da ogni finestra degli atleti un sorridente panda in vetrofania saluta e strizza l’occhiolino ai passanti. Invano si cerca la Danimarca (che non ha esposto vessillo alle finestre), per verificare la collocazione rispetto agli Stati Uniti, in prospettiva Groenlandia. Bisogna però riconoscere che rispetto alle passate edizioni, avendo Donald Trump insultato, bullizzato o minacciato mezzo mondo, il giochetto di sovrapposizione tra geopolitica e sport funziona davvero poco. 

Gli atleti azzurri condividono la palazzina F con Austria, Slovacchia e Australia. Al sesto piano di «palazzina Italia» campeggia sulla parete un medagliere vuoto: vasto tabellone deserto magnetico, appeso al muro, tre cestelli al fondo, ognuno colmo con dischetti di color oro, argento e bronzo. Ogni medaglia, verrà affissa una calamita: il mega gadget assorbe brame e scaramanzie. Poco più in là, la stanza della grande fatica. Sembra una pena da girone dantesco; in realtà, è solo allenamento: una dozzina di bici da corsa senza ruota posteriore, col telaio sollevato, dove i pattinatori vengono a pedalare a perdifiato, coi manubri rivolti alla mega vetrata dalla quale la vista spazia su questa zona di Milano in metamorfosi da grigia/dimenticata, a grigia/cool. In un pomeriggio di pioggia gli skater potenziano le loro maestose cosce da ghiaccio. Se i 77 atleti italiani s’affacciano sul versante opposto, si trovano di fronte le stanze del team Germania. Ultima notazione (e perdono alla memoria del signor Armani, che ha lasciato la sua eredità di grazia nelle tute bianche degli atleti italiani): la village voice dice che i più eleganti sono i canadesi. S’aggirano in un ondeggiante, brunito pastrano lungo fino alle caviglie.


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4 febbraio 2026 ( modifica il 4 febbraio 2026 | 09:31)