di Valentina Tessera
Il problema, secondo l’avvocato Massimiliano Dona, nella maggior parte dei casi non è il prezzo in sé, ma la mancanza di informazioni esaustive nel menu
Il copione è familiare, e ha qualcosa delle commedie all’italiana: si ordina con disinvoltura, si cena con soddisfazione, si conversa senza sospetti. Poi, arriva il conto — e l’umore cambia. Accade soprattutto con i piatti venduti al chilo: pesce e carni importanti, come le Fiorentine: il prezzo sullo scontrino è più alto del previsto. A far alzare il sopracciglio raramente è il costo in sé: più spesso, è il colpo di scena per «averlo scoperto troppo tardi» o «aver fatto male i conti». Ma esistono strategie per difendersi?
«Riportare il prezzo al chilo sul menu è una pratica del tutto legittima. Ma non sempre sufficiente», spiega Massimiliano Dona, avvocato e presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. «Il prezzo al chilo è una corretta indicazione. Il punto è che, se io vedo solo il prezzo al chilo, non so quanto costerà davvero il piatto che mi verrà servito, perché non so quanto pesa». Dunque: l’informazione c’è, ma è incompleta. E l’effetto sorpresa è dietro l’angolo.
«La correttezza vuole che il ristoratore dica, per esempio: “Questo pesce pesa circa 400 grammi”», prosegue l’esperto. «Penso soprattutto a prodotti pregiati — un branzino importante, un’aragosta —rispetto ai quali la differenza di peso incide in modo significativo sul conto. Alcuni portano il pesce al tavolo prima di cucinarlo, così che il cliente possa “valutare da sé”; altri propongono un carrello da cui scegliere direttamente, e in certi casi applicano etichette che specificano le varie grammature. Quello, è il massimo della correttezza — osserva Dona — ed è la prassi che io auspico venga adottata». Esiste anche una soluzione intermedia, più informale: «Un livello comunque accettabile è comunicare a voce, in fase di ordinazione, una stima realistica del peso, anche senza portare il prodotto al tavolo. Il ristoratore può semplicemente segnalare: “Consideri che questo esemplare pesa circa 300 grammi”; così, chi siede a tavola può “fare due calcoli” e avere un’idea approssimativa della spesa finale».
«Ad ogni modo — sottolinea l’esperto — quella di voler assistere alla pesatura è una richiesta legittima, a maggior ragione quando si tratta di prodotti di valore. Nessuno si aspetta la bilancia per un filetto di orata da 200 grammi, ma prendiamo il tartufo: quello, andrebbe assolutamente pesato prima di essere grattato sul piatto. La legge non impone di pesare davanti al commensale ogni singola portata. Ma il consumatore che chiede di poter verificare in prima persona, ha diritto a farlo».
Il nodo, dunque, non è la formula «al chilo», che resta lecita, ma l’assenza di informazioni che impedisce all’avventore di valutare consapevolmente la spesa. «Indicazione corretta sì — conclude Dona — ma bisogna far vedere o, almeno, dire, quanta materia prima si sta servendo. È l’unico modo per evitare contestazioni e brutte sorprese al momento del conto».
18 febbraio 2026
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