di
Lorenzo Giliberti
L’amarcord dell’ex centravanti svedese, biancorosso a metà degli anni ’90. «Adesso faccio il tifo per Protti»
Un viaggio tra Bari, Bologna, l’amico Klass Ingesson e il Mondiale 1994: ricordi, rimpianti e passioni nel racconto sincero di Kennet Andersson, tra calcio, tifosi, scelte di vita, e giovani giocatori.
Andersson, quando ripensa al suo arrivo al Bari che ricordi affiorano?
«Fu il passo verso il campionato più importante del mondo. Dopo anni in ambienti duri come Francia e Belgio, mi aspettavo ancora più difficoltà, invece trovai uno spogliatoio unito e accogliente, persino più “morbido” del previsto. I compagni mi aiutarono anche nelle cose pratiche dei primi giorni, perché volevano che riuscissi per il bene della squadra».
Bari è una città verace: quanto sentiva la passione dei tifosi al San Nicola?
«Tanto, quando li incontravo per strada non ho mai avuto problemi con loro, nonostante le sconfitte. Era una situazione “a due facce”: allo stadio poteva essere molto calda e a volte aggressiva per alcuni compagni, ma poteva anche essere calorosa».
C’è un gol che le è rimasto nel cuore?
«Quello alla Fiorentina, che Bulgarelli indicò come il gol più bello della settimana: fu un grande onore e anche una sorpresa».

Protti?
«Igor è una persona molto calorosa e un brav’uomo. Quando arrivai era già esperto ed era un killer. A volte pensavo dovesse passarmi la palla, ma poi tirava e segnava: e allora dicevo “continua a tirare, perché segni sempre”. In ogni caso giocavamo molto bene insieme: lui ha fatto tanti assist per me e io per lui. Era una grande intesa, anche fuori dal campo. È comunque curioso pensare che Protti ne faccia 24 e io 13 e si retroceda. Ci siamo sentiti tempo fa e l’ho incontrato una volta a Bologna. Non ci sentiamo frequentemente ma so che non se la passa bene e faccio il tifo per lui».
Cosa faceva nel tempo libero a Bari?
«Andavamo al mare e spesso giravamo nei dintorni perché erano posti bellissimi. Ci vietarono Bari Vecchia, non so perché. E ci dicevano di evitare i frutti di mare freschi. Mi sarebbe piaciuto provarli. Non l’ho mai fatto perché si raccontava che Boban li avesse mangiati e poi fosse stato male».
Passiamo al Bologna: che ricordi ha?
«Enormi. Giocammo bene, andammo in Europa, vincemmo l’Intertoto, con giocatori fantastici, un grande ambiente e tifosi straordinari. Sono rimasto lì per anni: è il club dove sono stato più a lungo. Bologna è ancora nel mio cuore».
Rimpianti?
«La semifinale di Coppa Uefa col Marsiglia, risolta in due pareggi, La finale sarebbe stata alla nostra portata».
È felice per i successi recenti dei felsinei?
«Sì, certo. È incredibile. Molti ex compagni guardavano la finale di Coppa Italia vinta con il Milan e mi hanno mandato dei video: è stato bellissimo».
Cosa non andò alla Lazio?
«Mi cercò anche la Juve, ma mi attirò Eriksson e accettai. Mon giocavo molto, ebbi un confronto con lui e non fu chiaro, per cui a novembre tornai a Bologna. Curioso fu che i tifosi della Lazio quando arrivai mi diedero priorità: prima vincere il derby, poi i trofei».
Segue il calcio italiano e il Bari?
«Ogni tanto la serie A. Il Bari non molto ma so che non se la passa bene e mi dispiace molto per i tifosi. Ho lasciato il cuore in tutti i posti dove ho giocato, e Bari è stata la mia prima esperienza in Italia: una parte del mio cuore è ancora lì. Vorrei che potessero avere una squadra capace di competere al massimo livello, perché per me Bari è una città e un club che appartengono alla serie A».
Mondiali Usa ’94, lei fu la rivelazione.
«Primo mondiale, 5 gol, non ho rimpianti, uscimmo in semifinale con un Brasile fortissimo».
Cosa fa oggi nel calcio?
«Ho fatto diverse cose. Non sono un manager ma l’unica cosa simile è stato allenare mia figlia per dieci anni quando era piccola. Sono stato direttore sportivo all’Ifk Göteborg un paio di anni fa e oggi sono più un mentore: cerco di aiutare i calciatori con la mia esperienza. Io e il compianto Klass Ingesson ne parlavamo già da giocatori: avendo fatto errori lungo la strada, volevamo aiutare altri a non ripeterli».
Cosa guarda per prima cosa in un giovane: tecnica o mentalità?
«Mentalità, al 100%. Il talento serve: velocità, palla, fisico. Ma la differenza vera è la mentalità, quello che vedi negli occhi. Tutti i grandi hanno avuto problemi e si sono rialzati. Troppi invece danno la colpa a tutto: allenatori, campo, meteo. Se fai così, il problema sei tu. L’unica cosa che puoi migliorare davvero sei tu: quindi mentalità al 100%».
Le piacerebbe tornare in Italia in un ruolo dirigenziale?
«No, non credo. Sono troppo avanti con l’età per quel tipo di ruolo. Oggi servono competenze tecniche e anche capacità di lavorare con i dati: devi essere quasi un “professore”. Credo che il futuro appartenga a gente più giovane di me».
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20 febbraio 2026
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