L’euforia è stata di breve durata. La sentenza della Corte suprema sui dazi americani per l’Europa cambia meno di quanto sembri. Come minimo, la cautela è d’obbligo prima di celebrare «la fine dei dazi». E a testimoniarlo è anche il nuovo cambio – dal 10 al 15% – del dazio «universale», per tutti, annunciato unilateralmente dal presidente Trump, oggi.
«Sulla base di un’analisi approfondita, dettagliata e completa della ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana decisione sui dazi emessa ieri, dopo molti mesi di riflessione, dalla Corte suprema degli Stati Uniti, vi prego di lasciare che questa dichiarazione serva a rappresentare che io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, aumenterò, con effetto immediato, la tariffa mondiale del 10% sui Paesi, molti dei quali hanno «derubato» gli Stati Uniti per decenni, senza alcuna ritorsione (finché non sono arrivato io!), al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%», ha scritto su Truth. «Nel corso dei prossimi pochi mesi, l’amministrazione Trump determinerà ed emetterà le nuove tariffe legalmente ammissibili, che proseguiranno il nostro straordinario processo di successo per rendere l’America di nuovo grande, più grande che mai. Grazie per l’attenzione a questa questione».
Il primo segnale di cosa stia davvero accadendo è arrivato dall’industria tedesca. Secondo Reuters, le associazioni industriali della Germania — cioè il principale motore delle esportazioni europee oltreatlantico — hanno chiesto chiarimenti urgenti a Bruxelles e a Washington: le imprese non sanno più quali dazi si applichino alle loro merci negli Stati Uniti. Contratti, prezzi e forniture erano stati costruiti sulla base dell’accordo Ue-Usa che prevedeva una media del 15%. Dopo la sentenza, in prima istanza nessuno sa se resti valido o che cosa resti in vigore.
La Commissione europea ha risposto con prudenza: stiamo analizzando, attendiamo dettagli. Tradotto: la decisione è americana. E soprattutto: non è affatto detto che l’Europa pagherà meno dazi.
Cosa ha davvero deciso la Corte Suprema? L’organo costituzionale di Washington ha stabilito una cosa semplice: il presidente non può usare la legge del 1977 sulle emergenze economiche internazionali (IEEPA) per imporre dazi doganali senza una esplicita autorizzazione del Congresso. Questa legge era nata per bloccare beni, congelare conti, imporre sanzioni a paesi ostili. Trump l’aveva trasformata in uno strumento commerciale: dazi generalizzati contro alleati e rivali per ridurre il deficit.
La Corte non ha bocciato la politica commerciale americana. Ha bocciato solo uno strumento giuridico troppo rapido che il presidente aveva impugnato per applicare i dazi (la stessa legge invece gli dà ampio potere discrezionale su altre misure come sanzioni, restrizioni quantitative all’import, o addirittura un embargo totale contro questo o quel paese o prodotto estero). In pratica ha detto: i dazi si possono mettere, ma seguendo le procedure normali.
Ed è qui che nasce il paradosso: la politica commerciale cambia poco, la burocrazia coinvolta cambia molto. Una componente dell’accordo Ue-Usa era quel meccanismo bocciato dalla Corte. Il famoso «15% medio» sugli import europei funzionava così: tariffa normale + tariffa «reciproca» imposta via emergenza. La seconda parte è quella colpita dalla sentenza. In teoria, quindi, molte merci europee dovrebbero tornare a dazi bassi. In pratica, probabilmente no. Perché Washington ha già annunciato come sostituire il sistema. I dazi verranno semplicemente rimessi con altre leggi. Subito dopo la decisione la Casa Bianca ha annunciato: un dazio globale temporaneo del 10% (oggi aumentato al 15%); nuove indagini commerciali; uso più esteso delle leggi sulla sicurezza nazionale. Tradotto: cambia il veicolo legale, non la destinazione.
Il risultato più probabile è questo: prima erano in vigore dei dazi imposti rapidamente con emergenza; ora gli stessi dazi, ma introdotti lentamente con procedure formali diverse. Per le imprese europee la differenza pratica potrebbe essere minima.
Quali dazi restano sicuramente in vigore? È il punto più importante, spesso ignorato nel dibattito pubblico. La sentenza colpisce solo i dazi basati sull’emergenza. Molti altri restano intatti.
1. Dazi strategici (sicurezza nazionale). Auto, acciaio, tecnologia, settori industriali sensibili. Questi sono sempre stati il vero pilastro del protezionismo americano (anche sotto Amministrazione precedenti, Biden da ultimo). Non vengono toccati.
2. Dazi contro pratiche commerciali scorrette. Possono colpire tasse digitali europee, sussidi, regolazioni industriali. Washington sta già preparando nuove indagini.
3. Nuovo dazio globale. Il 10% annunciato (e aumentato ora a 15%) sostituisce rapidamente quello annullato.
Conclusione: la struttura protezionistica americana rimane quasi interamente in piedi.
Perché Berlino è preoccupata? L’Europa non teme tanto più dazi, quanto più incertezza. Prima il sistema era brutale ma si era raggiunto un assetto prevedibile, e le esportazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti non erano affatto crollate. Ora si passa a un sistema legale complesso ma permanente. Le imprese, o almeno alcune fra loro, preferivano sapere quanto pagare. Ora temono revisioni continue, indagini, negoziati. Il commercio diventa negoziazione permanente.
Cosa cambia davvero nei rapporti Usa-Ue? La vera conseguenza non è economica ma politica. Prima Trump poteva minacciare dazi con un tweet, magari con pretesti estemporanei, geopolitici, estranei al terreno commerciali (vedi il caso Groenlandia, poi rientrato). Ora deve aprire un procedimento. Questo riduce la velocità delle crisi commerciali, ma in teoria può aumentare la loro durata. Per l’Europa significa: meno shock improvvisi ma più pressione strutturale. I dazi nello scenario peggiore possono diventare una politica industriale duratura, non un’arma tattica. Una speranza per gli europei, è che da qui alle elezioni legislative di mid-term i democratici riescano a creare nell’opinione pubblica la convinzione che i dazi provocano inflazione, collegandoli così al tema del carovita. In questo caso Trump potrebbe decidere di usare la sentenza della Corte suprema in modo tattico, per allentare la pressione tariffaria e ridurre la presa di questo argomento dell’opposizione.
Per avere un quadro completo del Day After, ecco due reazioni alla sentenza costituzionale che vengono da economisti esperti di commercio internazionale e vicini al mondo MAGA, Peter Harrell e Oren Cass. Tutti e due vedono un futuro segnato dal protezionismo anche dopo la decisione dei giudici.
Con una decisione 6-3, la Corte Suprema ha stabilito che l’IEEPA non autorizza alcun dazio. Per molti aspetti l’opinione è piuttosto circoscritta: non limita in alcun modo la capacità di Trump di imporre dazi sotto altre basi legali (Section 232, Section 301, ecc.), né limita il potere del Presidente di usare l’IEEPA per misure non tariffarie, come sanzioni, embarghi, ecc. Dice semplicemente che il testo dell’IEEPA non autorizza i dazi. Dunque l’IEEPA non autorizza nessun dazio: né i dazi «universali e reciproci», né quelli sul «fentanyl», né i «dazi secondari» di Trump su questioni come le spedizioni di petrolio a Cuba.
Trump firma una Section 122. Questa imporrà un dazio universale del 10% su tutti i paesi. Mi aspetto — ma bisognerà vedere i dettagli — che i paesi con tariffe superiori al 10% (per esempio il Giappone al 15%) scendano temporaneamente almeno al 10%. Trump ha anche detto che avvierà indagini Section 301 per sostenere i dazi nel più lungo periodo.
La Corte non si è pronunciata sulla questione dei rimborsi. Mi aspetto che alla fine gli importatori possano ottenere rimborsi dei dazi, ma potrebbe volerci tempo.
In generale mi aspetto che i governi stranieri che hanno accordi commerciali con Trump (Ue, Giappone, Argentina, ecc.) continuino a rispettare i loro impegni mentre Trump reimporrà molti dei dazi sotto altre basi legali.
Prevedo che Trump riesca a ricreare molti dei suoi dazi «reciproci» del 10-20% sotto altre autorità (301, ecc.). Tuttavia questa decisione (a) renderà molto più difficile usare il «pennarello magico» dei dazi come minaccia geopolitica (per esempio sulla Groenlandia) e (b) renderà un po’ più difficile superare soglie come il 20%. Porterà anche molto più ordine e disciplina nel processo tariffario.
la decisione della Corte Suprema cambia poco nella sostanza della politica commerciale americana.
Il dazio globale del 10% — quello più importante per riequilibrare il commercio — può essere imposto con un’altra legge e probabilmente diventerà permanente tramite il Congresso. I dazi “reciproci”, usati come leva negoziale con alleati come Europa e Giappone, potranno essere ripristinati attraverso le tradizionali leggi commerciali, che richiedono più procedure ma restano strumenti credibili. I paesi che hanno già negoziato accordi con Washington non hanno quindi alcun incentivo a ritirarsi.
La Cina resta un caso separato: i dazi contro Pechino erano già fondati su basi giuridiche solide e possono persino essere rafforzati. Il vero problema strategico diventa evitare che merci cinesi entrino indirettamente attraverso paesi terzi — questione su cui il Congresso potrebbe intervenire.
Per Cass la Corte ha quindi costretto l’amministrazione a passare da un sistema improvvisato a uno stabile: meno potere immediato, ma politica commerciale più duratura. Secondo lui, la guerra commerciale americana non viene fermata — viene istituzionalizzata.
21 febbraio 2026, 16:31 – modifica il 21 febbraio 2026 | 17:11
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