di
Giuseppe Sarcina
Nel giro di pochi giorni, il «modello» economico, politico e diplomatico costruito con 12 anni di lavoro paziente è stato frantumato dai droni e dalle bombe iraniane
Gli Emirati Arabi stanno cercando di evitare la guerra aperta con l’Iran. Al momento l’unica misura allo studio del presidente, lo sceicco Mohammed bin Zayed al Nayan, è il congelamento dei fondi iraniani custoditi nelle banche nazionali. Lo stesso Al Nayan, però, ha voluto mandare un avvertimento secco agli ayatollah. Lo sceicco, 64 anni, è uno degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato in circa 14 miliardi di dollari. Ha iniziato ad accumulare la sua fortuna con operazioni immobiliari, cui ha via via aggiunto finanza e imprese hi-tech. Eppure per scrivere forse il messaggio più importante della sua vita politica ha usato una metafora delle origini, di un mondo popolato da falchi e selvaggina, una delle sue passioni. Sabato scorso ha postato su «X»: «Gli Emirati sono un modello e sono bellissimi, ma non fatevi ingannare dalle apparenze: abbiamo la pelle dura e una carne aspra».
Gli aggiornamenti in diretta sulla guerra
È la prima reazione ufficiale agli attacchi iraniani. Dall’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele, l’aviazione e i pasdaran hanno lanciato sulle due principali città del Paese, Dubai e la capitale Abu Dhabi, circa 1.400 ordigni, tra droni e missili: più di quelli scagliati contro Israele.
Per qualche giorno, il governo degli Emirati, così come quello del Qatar, è stato travolto dalla sorpresa e dall’emergenza. Non risulta che da Washington o da Tel Aviv qualcuno avesse avvertito i vertici del Golfo che l’attacco all’Iran fosse imminente. Ancora venerdì scorso, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al Busaidi, prima di imbarcarsi per la capitale Usa aveva tranquillizzato i vicini nella regione: c’era ancora spazio per il negoziato sul nucleare con l’Iran.
La seconda sorpresa, però, è stata molto più grave. La reazione di Teheran ha investito con violenza le monarchie sunnite. Nel giro di pochi giorni, il «modello» politico-diplomatico costruito con 12 anni di lavoro paziente è stato frantumato dai droni e dai missili iraniani.
Al Nahyan, forse anche meglio degli altri due leader emergenti negli anni Dieci, il principe saudita Bin Salman e lo sceicco del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani, ha saputo imbastire una rete di relazioni economiche e, successivamente, anche politiche con tutti gli interlocutori possibili. Stati Uniti, certo. Ma anche Cina, Russia, Turchia, Francia. Lo scorso anno, gli Emirati hanno concluso con l’Italia una serie di partnership industriali per un valore di 40 miliardi di dollari.
Al Nahyan, Bin Salman e Al Thani hanno deciso di abbandonare la cultura inerme della rendita, basata sul petrolio e il gas. Sul piano diplomatico hanno elaborato un concetto di «neutralità» attiva: dialogando con tutti e aprendo una specie di ufficio permanente specializzato nella mediazione tra i conflitti. Dalla guerra in Ucraina fino allo scontro tra Stati Uniti e Iran. Lo sceicco emiratino era riuscito in quello che sembrava un mirabile esercizio di equilibrio. Il 15 settembre 2020 firmava gli Accordi di Abramo, sponsorizzati da Donald Trump, per normalizzare il rapporto con Israele.
Nel frattempo si appoggiava alla sponda cinese per riavvicinarsi a Teheran, fino alla riapertura reciproca delle ambasciate. Il primo gennaio 2024 gli Emirati entravano nei Brics, il gruppo che comprende, tra gli altri, la Russia, la Cina, il Brasile, l’India e lo stesso Iran.
A Dubai e ad Abu Dhabi è oggi presente una nutrita comunità di iraniani. Finora gli scambi commerciali sono stati in costante crescita. Adesso è tornato tutto in bilico. I droni e i missili continuano a colpire. Lo sceicco falconiere pensa alle contromisure.
8 marzo 2026 ( modifica il 9 marzo 2026 | 02:58)
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