di
Elena Papa
L’architetto che ha ristrutturato la Torre tra i simboli della città pensa che il riuso adattivo offra agli edifici storici il giusto ruolo nel presente. La potenzialità dei cortili «segreti» come quello cinquecentesco di Palazzo Borromeo
Lo sprawl urbano e il progressivo abbandono del patrimonio edilizio hanno imposto una svolta: il «riuso adattivo». Un approccio che rigenera l’esistente riconvertendolo a nuove funzioni, senza disperderne il valore storico. In questo scenario, gli edifici dismessi smettono di essere passività a bilancio per diventare asset strategici. Il dialogo tra antico e nuovo si trasforma in una necessità economica per reintegrare volumi obsoleti nel tessuto vivo della città. Cardine di questa trasformazione è la corte lombarda, modello distributivo storico che oggi si reinventa come motore di socialità. Una sfida che trasforma il vincolo della preesistenza in opportunità progettuale, ottimizzando spazi e funzioni. Questa «chirurgia urbana» trova nel metodo dell’architetto milanese Paolo Asti una sintesi efficace, capace di scegliere la via della non-demolizione per fare della preesistenza il motore di una nuova idea di città.
Perché il riuso adattivo è più etico dell’abbattere e ricostruire?
«È una questione di responsabilità verso la città. Milano è fatta di stratificazioni e ogni palazzo porta con sé un’energia già spesa, quello che tecnicamente chiamiamo “embodied carbon”. Demolire significa sprecare risorse e cancellare la memoria. Interpretare l’esistente richiede uno sforzo intellettuale maggiore, bisogna ascoltare l’edificio e capirne le potenzialità latenti. Non è un ripiego, ma l’evoluzione logica di un organismo che mantiene intatto il suo valore testimoniale. È un atto di rispetto per il passato con lo sguardo rivolto al futuro».
In progetti come Corte Italia, come trasforma gli spazi senza cancellarne il valore originale?
«In Corso Italia 19 abbiamo operato una trasformazione profonda partendo da una preesistenza che era stata snaturata nel dopoguerra. Abbiamo rimosso la vecchia copertura opaca a 5 metri d’altezza per portarla a 20 metri, creando una grande piazza coperta completamente trasparente. Il lessico è quello della luce e della permeabilità, un gioco di elementi architettonici che danno qualità al vuoto. Gli ambienti si affacciano su questa hall centrale che diventa il generatore della vita del palazzo. Si passa da un mondo consolidato, espressione dell’italianità, a un linguaggio internazionale fatto di frame metallici e vetri, che gli investitori oggi apprezzano molto perché radica l’edificio nel presente».
Come si integra la tecnologia in involucri storici inefficienti?
«Oggi la tecnologia sa adattarsi. Usiamo la geotermia, che è invisibile e sfrutta il calore del terreno, eliminando macchinari rumorosi dai tetti. Dove non possiamo usare cappotti esterni per non deturpare le facciate, lavoriamo su serramenti ad altissime prestazioni. L’obiettivo è uno sforzo enorme per far apparire che nessun lavoro sia mai stato fatto».
La corte da spazio privato a ecosistema sociale. Come cambia pelle?
«Milano ha una specificità di privatezza diversa dalle altre città. Le sue corti interne vanno scoperte. Lo aveva capito bene Stendhal nel 1802. Per lo scrittore i cortili e i portoni di Milano erano i più belli d’Europa. Scrigni segreti celati dietro cancellate in ferro battuto, capaci di custodire una maestosità asburgica lontano dal rumore della strada. Tuttavia, nel tempo, questo legame si è incrinato. L’edilizia post-bellica ha spesso declassato l’interno a semplice retro tecnico, smarrendo quel concetto di intimità. Noi cerchiamo di recuperare quel rapporto, trasformando la corte in un filtro tra pubblico e privato. Inserire una teca vetrata non significa snaturare l’anima del cortile ottocentesco, ma attualizzarne la vocazione sociale. Se la pioggia rende un cortile scoperto un semplice luogo di passaggio frettoloso, la creazione di una piazza coperta invita la città a entrare rendendo il palazzo parte integrante del quartiere».
Come si convince la Soprintendenza che un tocco contemporaneo può valorizzare il patrimonio invece di sfregiarlo?
«Con il rispetto reciproco. L’esaltazione di un immobile è un obiettivo comune. Spesso un elemento contemporaneo mette in risalto la parte storica per contrasto. La Soprintendenza capisce che un edificio, per restare in vita, deve poter ospitare funzioni moderne».
Questo vale anche per un’icona come la Torre Velasca?
«Certamente. Per cinquant’anni la Velasca è stata un’icona da ammirare da lontano, una cattedrale nel deserto. Sistemando l’attacco a terra e creando trasparenza, abbiamo ricucito lo strappo con il quartiere. L’architettura vince solo quando torna a far parte della vita quotidiana dei cittadini».
In via Santa Margherita e via Nizzoli lei opera diversamente sugli interni. Qual è il limite?
«Bisogna avere il coraggio di dire che vecchio non è sempre bello. In via Nizzoli 8, edificio postmoderno discutibile, abbiamo messo a nudo la struttura per darle un nuovo linguaggio. In via Santa Margherita 11, invece, il rispetto dell’involucro neoclassico è totale, ma all’interno la flessibilità è massima. Si può ricostruire l’interno per dare prestazioni moderne, purché l’impatto esterno rimanga coerente con la storia della città».
Quale materia salva la rigenerazione dal rischio di una gentrificazione priva di memoria?
«Più che un materiale costruttivo, per me l’elemento irrinunciabile è il verde. In ogni mio progetto c’è una parte piccola o grande di natura, e quasi sempre degli ulivi. È diventata un po’ la mia firma. L’ulivo ha una capacità di adattamento straordinaria, richiede poco spazio per le radici e resiste bene anche nell’ambiente ostile della città. Inserire un elemento vivo nel cuore minerale di un palazzo significa umanizzarlo. Gli ulivi oggi resistono bene al nuovo clima milanese e sono la prova visibile di una città che cambia».
C’è una corte milanese che rappresenta la sua visione?
«La corte di Palazzo Borromeo. Un luogo segreto con decori del ‘500 che ritraggono scene quotidiane. Rappresenta l’anima milanese. Un ingresso sobrio che si apre su un interno inaspettato. È quel senso di stupore che cerco di replicare: la corte deve essere il punto in cui la città ti accoglie e ti sorprende».
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30 marzo 2026
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