di
Peppe Aquaro
Una serie di mostre «istituzionali» stanno accompagnando a Roma l’importante anniversario. Che sottolinea anche il ruolo centrale delle donne
Grande arte e cronaca religiosa. A volte coincidono. È il caso dell’Ecce Homo, il capolavoro quattrocentesco di Antonello da Messina, dipinto su tavola ed esposto in questi giorni (di Passione) a Roma, a Palazzo della Minerva (nella sala Capitolare del Senato della Repubblica). È la tavola dipinta intorno al 1465 e rimasta in mani private per tutto questo tempo (l’attribuzione ad Antonello da Messina è del critico d’arte Federico Zeri, nel 1981) fino al recentissimo recupero e all’acquisizione da parte dello Stato italiano, che se l’è aggiudicato in un’asta newyorkese da Sotheby’s.
«Ecce Homo» in serie
Quello esposto a Roma, al Senato, non è l’unico «Ecce Homo» dipinto dal Maestro messinese, il quale amò ripetere in serie questa sorta di fotogramma della Passione di Cristo. Ma, come spiega molto bene Federica Zalabra, curatrice, con Roberto Vannata, del catalogo della mostra (Moebius editori): «Il risultato è per noi oggi una sorta di ciclo di immagini che, pur rispettando un soggetto fisso e ripetuto, si rinnova costantemente nel tempo, con una serie di variazioni sul tema. D’altro canto, l’interesse di Antonello per questo soggetto non è un episodio isolato, ma si inserisce in un più ampio processo di trasformazione del linguaggio devozionale tardo medievale».
Da Roma a L’Aquila
L’esposizione romana dell’Ecce Homo, sulla cui parte posteriore della tavola è dipinto il San Girolamo penitente, è una occasione unica: l’opera infatti sarà in Senato soltanto fino al prossimo 7 aprile, giusto il tempo dei giorni della Passione di Cristo (l’espressione, «Ecco l’uomo» appartiene a Ponzio Pilato, il quale, presentando Cristo, flagellato e con una corona di spine, alla folla che ne chiedeva la crocifissione, pronunciò quella celebre frase), dopo sarà trasferita al Museo nazionale d’Abruzzo, a L’Aquila, capitale italiana della cultura 2026, prima di un tour nei principali musei italiani.
Storie di donne e di ingegno
L’Ecce Homo, le cui dimensioni sorprendono e incantano (poco più di 20 centimetri di altezza per 14 di larghezza), è «soltanto» uno dei tantissimi capolavori esposti al Senato in occasione dei primi 80 anni della Repubblica italiana. All’opera di Antonello da Messina spetta la parte di protagonista di una sezione dei festeggiamenti della Repubblica e che va sotto il nome di «L’Italia è Persona». Un sostantivo femminile come donna, perché «L’Italia è Donna», l’altro filo conduttore scelto per gli 80 anni di Repubblica. Sembrerà anacronistico dirlo, ma proprio 80 anni fa, quel 4 per cento di presenza femminile all’Assemblea Costituente italiana del 1946, contribuì in modo determinante a mettere nero su bianco diritti imprescindibili come l’uguaglianza e la famiglia, oltre a suggerire una primissima prospettiva di genere nella Carta costituzionale. Quelle donne erano 21 e ognuna di loro merita di essere ricordata, in una sezione della mostra, «Il volto delle donne», visitabile fino al prossimo 7 giugno – nella sala Maccari di Palazzo Madama, sede del Senato – il cui sottotitolo sintetizza benissimo il senso dell’esposizione: «Storie di ingegno fino alle madri costituenti».
Dalla Costituzione al ritratto
E così, accanto alle donne che scrissero la Costituzione (tra le quali troviamo, Nilde Iotti, Angelina Merlin, Maria De Unterrichter Jervolino e tante altre ancora), ecco tredici capolavori di nove artiste, vissute tra il ‘400 e il 1800: dalla prima scultrice europea, la bolognese Properzia ‘de Rossi alla palermitana d’adozione, Sofonisba Anguissola, passando per l’immancabile Artemisia Gentileschi, fino alla prima ritrattista con colori a pastello, Rosalba Carriera, o alla Élisabeth Louise Vigée Le Brun, ritrattista alla corte di Francia (da Luigi XVI a Napoleone). Che cosa unisce le magnifiche artiste? Il Ritratto, un genere ritenuto apparentemente minore. «Ma questo ‘limite’ mostra anche una capacità di trasformare i vincoli in laboratorio, perché nei generi marginalizzati molte artiste elaborano soluzioni iconografiche e tecniche di grande modernità, sperimentano con la luce, con la psicologia dello sguardo, con la materialità della pittura e con la costruzione della soggettività», scrive Costantino d’Orazio, curatore del catalogo (Moebius edizioni) della mostra.
Anche la «Carta» è donna
In questo continuo gioco di rimandi all’identità femminile dell’Italia (nome femminile), della Repubblica (anche questo un sostantivo femminile), della Persona (per l’Ecce Homo di Antonello da Messina) e del volto (delle donne), scopriamo che l’Italia è anche «Una» (articolo indeterminativo femminile e che si adatta benissimo alla giornata dell’Unità nazionale), aspetto che abbiamo scoperto, dallo scorso 17 marzo (giorno della proclamazione dell’Unità nazionale, nel 1861), con l’esposizione straordinaria della «Carta dell’Italia», pubblicata a Roma nel 1630, tra le più importanti carte geografiche del Seicento. Parliamo della «Carta di Greuter», e quella esposta al Senato, a Palazzo Madama (nel salone Garibaldi), è la ristampa del 1675. Cosa ci faccia una Carta realizzata un secolo e mezzo prima dell’Unità d’Italia nel cuore dei festeggiamenti organizzati dal Senato? La risposta è semplice: sarà pure un’Italia disegnata in orizzontale nella seconda metà del ‘600 e che appare coricata su sé stessa, ma è già pensata come spazio geografico e culturale unitario.
Identikit d’artista
Tornando ai ritratti delle artiste presenti nella mostra «L’Italia è donna», è impossibile non ricordare, come scrive D’Orazio, che ogni opera presente «non è soltanto un oggetto estetico ma una conquista di spazio, una negoziazione con l’ordine sociale, una prova di forza condotta sul terreno della pittura». Basti pensare, per esempio, alla magica espressività di «Autoritratto alla spinetta» di Sofonisba Anguissola, olio su tela del 1556, un dipinto attribuito per lunghissimo tempo ad Annibale Carracci. In questo olio c’è tutta Sofonisba. Una sorta di carta d’identità della pittrice cremasco-palermitana, dalla passione per la pittura a quella per la musica, fino ai testi classici: «Sofonisba appartiene alle fila di un’aristocrazia colta e aperta, non ancora imbrigliata dai dettami postridentini e desiderosa di far eccellere le proprie componenti femminili in onestà, decoro ed erudizione», scrive Aurora Roscini Vitali nel catalogo della mostra.
31 marzo 2026 ( modifica il 31 marzo 2026 | 11:52)
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