di
Stefano Vicari

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, come l’anoressia, non riguardano solo bambine e ragazze. Anche nei ragazzi possono svilupparsi forme clinicamente significative, spesso meno riconosciute e, proprio per questo, diagnosticate più tardivamente. I sintomi più comuni

Andrea ha 16 anni. È sempre stato un ragazzo determinato, bravo a scuola, appassionato di sport. Negli ultimi mesi, però, qualcosa è cambiato.
All’inizio tutto sembra innocuo, persino positivo. Andrea comincia a eliminare alcuni cibi che considera poco salutari. Dice che vuole soltanto mangiare meglio. Riduce le porzioni, legge con attenzione le etichette, evita dolci e snack. I genitori interpretano questo cambiamento come un segno di attenzione alla salute, quasi una prova di maturità.
Col tempo, però, le regole si fanno sempre più rigide. Andrea salta i pasti, restringe ulteriormente quello che mangia, si sente in colpa anche per piccole trasgressioni. Il cibo occupa una parte crescente dei suoi pensieri. Che cosa mangiare, che cosa evitare, quante calorie assumere. Anche scegliere diventa una fonte di tensione.
Intanto cresce l’attenzione per il corpo e per la forma fisica. Andrea si allena sempre di più. Alla palestra aggiunge altri esercizi, oltre agli allenamenti con la squadra di calcio. Segue con regolarità profili social dedicati al fitness, guarda video e immagini di corpi estremamente definiti, routine estenuanti, diete rigide. Scorre per ore contenuti che propongono modelli apparentemente perfetti e si confronta continuamente con standard quasi impossibili da raggiungere. È convinto che il proprio corpo non sia abbastanza. Non abbastanza magro, non abbastanza muscoloso, non abbastanza definito, non abbastanza allenato, nonostante il dimagrimento sia ormai evidente.

Questo doppio movimento, restrizione alimentare e spinta compulsiva all’allenamento, rende il rapporto con il suo corpo ancora più difficile. Quando si guarda allo specchio, Andrea si concentra su dettagli minimi che percepisce come difetti. Il corpo diventa un progetto da correggere senza sosta, mai qualcosa da abitare con naturalezza. 
Anche il resto della sua vita comincia a cambiare. A scuola fatica a concentrarsi, è più stanco, spesso irritabile. Evita le uscite con gli amici, soprattutto se prevedono di mangiare insieme. Comincia a inventare scuse per non partecipare a cene e feste. Anche in famiglia i pasti diventano momenti tesi. Andrea discute, si innervosisce, cerca di evitare il più possibile di sedersi a tavola.
I genitori iniziano a preoccuparsi quando il peso cala in modo significativo e l’umore cambia. Ma Andrea minimizza. Dice di stare bene, di avere tutto sotto controllo. L’idea di chiedere aiuto gli sembra lontana, perché riconoscere il problema significherebbe rinunciare proprio a quel controllo che sente come indispensabile.



















































Con il passare del tempo, però, il controllo si trasforma in una gabbia. Il pensiero del cibo, dell’allenamento e del corpo occupa gran parte della giornata, lasciando poco spazio al resto. Diminuisce l’energia. Diminuisce anche la capacità di provare piacere.
Quando arriva alla visita, Andrea fatica inizialmente a riconoscere la gravità della situazione. Nel percorso terapeutico scopre invece che ciò che sta vivendo è un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, una forma di anoressia.
Il lavoro terapeutico è complesso e richiede tempo. Andrea impara gradualmente a mettere in discussione le regole rigide che si è imposto e a riconoscere il legame tra controllo del corpo ed emozioni. Anche la famiglia viene coinvolta, per sostenere il cambiamento e comprendere meglio il disturbo.
Il percorso incontra inevitabilmente resistenze, momenti difficili, passi indietro. Ma, poco alla volta, Andrea comincia a recuperare spazi di libertà. Il cibo smette di essere soltanto una fonte di paura. E il corpo torna a essere qualcosa da abitare, non da combattere.

Il commento del Neuropsichiatra Stefano Vicari*

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, come l’anoressia, non riguardano solo bambine e ragazze. Anche nei ragazzi possono svilupparsi forme clinicamente significative, spesso meno riconosciute e, proprio per questo, diagnosticate più tardivamente.
Negli adolescenti maschi il disturbo può esprimersi non solo attraverso la ricerca della magrezza, ma anche attraverso una forte preoccupazione per la massa muscolare e per la definizione corporea. In questo quadro possono emergere aspetti riconducibili a quella che chiamiamo vigoressia, cioè la percezione distorta di un corpo vissuto come non abbastanza muscoloso.

I social media e l’esposizione continua a modelli corporei idealizzati possono amplificare queste preoccupazioni, aumentando il confronto e il senso di inadeguatezza. In questo modo contribuiscono a mantenere comportamenti disfunzionali, sia sul versante della restrizione alimentare sia su quello dell’eccesso di esercizio fisico.
Per questo è fondamentale un intervento precoce, multidisciplinare e personalizzato. La presa in carico coinvolge il ragazzo e la famiglia, con l’obiettivo di interrompere i comportamenti disfunzionali e di lavorare sui fattori emotivi e cognitivi che stanno alla base del disturbo.
L’anoressia non è una scelta e non è una questione di volontà. È una condizione complessa, che può essere riconosciuta e curata. Da questi disturbi si può guarire, soprattutto se vengono affrontati in tempo, con un intervento precoce, competente e continuativo. È questo che permette all’adolescente di recuperare un rapporto più equilibrato con il proprio corpo e con sé stesso. 

*direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore; il suo ultimo libro è Diversamente intelligenti (Feltrinelli)

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2 aprile 2026