Una semplice vitamina, economica e facilmente reperibile, potrebbe giocare un ruolo chiave nella prevenzione dei primi cambiamenti cerebrali legati all’Alzheimer. A suggerirlo è un nuovo studio, pubblicato il 1° aprile 2026 sulla rivista Neurology Open Access, che collega i livelli di vitamina D nella mezza età a una minore presenza, anni dopo, di proteine dannose nel cervello.
Il ruolo della proteina tau e i risultati dello studio
L’Alzheimer è caratterizzato dall’accumulo anomalo di due proteine: beta-amiloide e tau. Quest’ultima è particolarmente legata alla degenerazione neuronale. Lo studio ha evidenziato che livelli più elevati di vitamina D nel sangue sono associati a una minore presenza di tau nel cervello, soprattutto nelle aree colpite nelle fasi iniziali della malattia. Non è stata invece osservata alcuna relazione significativa con la beta-amiloide.
Uno studio longitudinale su quasi 800 persone
La ricerca, guidata dal medico irlandese Martin David Mulligan dell’University of Galway insieme a colleghi tra cui Matthew R. Scott ed Emer R. McGrath, ha coinvolto 793 partecipanti con un’età media di 39 anni. I livelli di vitamina D sono stati misurati all’inizio dello studio e confrontati, circa 16 anni dopo, con scansioni cerebrali in grado di rilevare tau e beta-amiloide. Nessuno dei soggetti presentava demenza al momento dell’analisi, rendendo possibile l’osservazione di cambiamenti biologici precoci.
Le parole dei ricercatori: risultati promettenti ma preliminari
Gli autori sottolineano che i dati mostrano una correlazione, non un rapporto di causa-effetto. «Questi risultati suggeriscono che livelli più elevati di vitamina D nella mezza età potrebbero offrire una protezione contro i depositi di tau nel cervello», ha spiegato Mulligan, aggiungendo però che saranno necessari ulteriori studi per confermare il legame. I ricercatori evidenziano inoltre che fattori come età, stile di vita e condizioni di salute possono influenzare i risultati.
Limiti e prospettive future della ricerca
Tra i limiti principali dello studio vi è il fatto che i livelli di vitamina D siano stati misurati una sola volta, senza monitoraggi nel tempo. Inoltre, l’assenza di un legame con la beta-amiloide indica che i meccanismi biologici alla base della malattia restano complessi e non del tutto chiariti. Nonostante ciò, i risultati rafforzano l’ipotesi che intervenire sui fattori di rischio già nella mezza età possa avere un impatto significativo sulla salute cerebrale nel lungo periodo, aprendo la strada a nuove strategie preventive.
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