di
Vittoria Melchioni
I 35 anni de «Il Club Europa ’92», il ristorante fondato insieme al tenore. Gli straordinari ricordi di Cesare Clò tra grandi ospiti e stranezze: «C’era totale fiducia e grande affetto. Ci chiamava anche alle tre di notte: “Arriva la band di James Brown, sono in 60”. Noi organizzavamo tutto»
Il 25 aprile Il Club Europa ’92, il locale della famiglia Clò legato da sempre al nome di Luciano Pavarotti, taglierà il traguardo di 35 anni di attività.
Trentacinque anni densi di storia sapientemente custodita da Cesare, oggi splendido novantenne, Marisa e Luca, il quale ci ha aperto l’album dei ricordi per ripercorrere un’epoca nella quale Modena era «the place to be» per il jet-set internazionale, anche se nessuno sarà mai più importante dei loro clienti abituali.
Dal 1970 a oggi, i Clò sono ambasciatori dei sapori modenesi, portando la loro passione in tutto il mondo, come hanno fatto spesso al fianco di Big Luciano.
Partiamo dall’inizio: com’è nato il Club Europa ’92?
«Abbiamo aperto il 25 aprile 1991 insieme a Luciano. Il nome “Europa ’92” è in onore della nascente Europa unita, ma noi arrivavamo già da vent’anni di ristorazione: in totale oggi sono 56 anni. Mio padre e Pavarotti erano amici: lui veniva già nel nostro primo ristorante, dove organizzavamo eventi enormi, anche da 1500 persone, tra matrimoni e concorsi ippici».
E poi la svolta.
«A un certo punto io dissi: basta, voglio un ristorante piccolo. E lì arriva Luciano che dice a mio padre: “Voglio voi per il mio ristorante”. Così siamo andati a vedere questo posto: una stalla del ’600, con 40-50 coperti. Era il sogno della mia vita».
E il famoso episodio della «stella Michelin».
«Il giorno del contratto Pavarotti disse: “Entro un anno vorrei una stella Michelin”. Mio padre si alzò e gli rispose: “No maestro, le guide non ci interessano. Le nostre stelle sono i modenesi la domenica a pranzo che mangiano i tortellini”. Calò il silenzio. Poi Luciano disse: “Sposo in pieno questa idea. Voglio un posto vero, con gente vera”».
Com’era lavorare con Pavarotti?
«C’era totale fiducia e grande affetto. Ci chiamava anche alle tre di notte: “Arriva la band di James Brown, sono in 60”. Noi organizzavamo tutto».
Ai vostri tavoli si sono seduti ospiti che definire importanti è riduttivo.
«Reali, politici, star della musica e del cinema. Da Kissinger a Berlusconi, da Rania di Giordania all’Infanta di Spagna, poi come non ricordare Lady Diana? In occasione di una sua visita arrivarono i suoi emissari tre giorni prima per assaggiare i piatti. Il menu che le proponemmo era gnocco fritto con prosciutto crudo, risotto all’aceto balsamico, tagliata di filetto e gelato di crema con noci caramellate».

Il risotto al balsamico rimase uno dei suoi piatti preferiti, vero?
«Non solo il suo. Un giorno a pranzo c’era Sarah Ferguson. Riceve una telefonata da Diana che le chiede: “Hai mangiato il risotto all’aceto balsamico?”. Lei risponde di no. Pavarotti sente e dice: “Rifacciamo il risotto per tutti”. Abbiamo rifatto il servizio da capo. Noi le avevamo fatto gli spaghettoni alla chitarra con pomodorini bio del nostro orto perché era estate. L’ex duchessa volle la ricetta, le inviammo anche tutti gli ingredienti, ma alla fine siamo dovuti andare noi a cucinarglielo a Londra».
Durante i Pavarotti&Friends il vostro locale era un po’ il quartier generale delle star.
«Sono passati di qua tutti: da Elton John a Sting, da George Michael a Céline Dion, Barry White, Tom Jones, Liza Minelli, i Queen, Stevie Wonder (golosissimo di petto di pollo, ne mangiò 12 fettine), Bono Vox. Le Spice Girls si divertirono tantissimo a fare gli scherzi a Luciano che trattavano come uno di loro: erano cinque “matte”».
E gli italiani?
«Sono di casa qui. Da Vasco Rossi a Zucchero Fornaciari, che tra l’altro abbiamo fatto conoscere noi nel nostro primo ristorante».
Davvero li avete fatti incontrare voi?
«Sì, al Sagittario. C’è ancora la foto e Zucchero l’ha ricordato nella sua biografia. Vasco diede a Zucchero una cassetta con alcune canzoni… poi la storia è andata come è andata, ma quell’incontro è nato lì».
Come mai Vasco non ha mai partecipato al Pavarotti & Friends?
«É sempre stato molto indipendente. Gli avevano proposto anche un’idea bellissima: cantare “Sally” con Elton John al piano. Ma rispose: “Io non duetto, io duello”. Ha sempre preferito fare beneficenza per conto suo».
E dopo la morte del maestro chi continua a venire?
«Il legame è rimasto con Bono, con Sting. Poi Cesare Cremonini viene spesso, è un amico. Anche Luca Carboni. Non è mai stato solo un ristorante: è un posto dove ci si ritrova».
Qualcuno che vi ha fatto arrabbiare?
«Mariah Carey. Ha avuto pretese da diva, pretendendo che mandassimo via i clienti presenti in sala al suo arrivo. Poi voleva bicchieri nuovi, incellofanati, cannucce, pesce speciale. Mio padre l’ha letteralmente cacciata fuori dal locale. Aveva fatto impazzire anche Luciano con le sue pretese e il Maestro ci ha supportato nella decisione, un po’ forte, di non accoglierla».
C’è qualche richiesta particolare che ricorda?
«Barry White mandò un fax con 15 piatti internazionali perché era a dieta, più 10 modenesi. Poi arrivò e mangiò tutto: tortellini, lasagne, gnocco fritto. Luciano lo prendeva in giro e diceva che faceva la dieta “del mirtillo”: poteva mangiare tutto tranne i mirtilli».
Il Club Europa era anche un luogo di musica.
«Sì, molti cantavano direttamente in sala, altri volevano stare tra la gente. Era un’atmosfera unica».
Tra gli incontri speciali, il più speciale?
«Con Mia Martini. Un giorno entrò in cucina e ci disse come migliorare le pappardelle: nacquero le “pappardelle Mimì”, che facciamo ancora oggi con il basilico fresco nell’impasto».
Avete seguito Pavarotti anche all’estero.
«Sì, soprattutto a New York: un mese intero per il centenario del Metropolitan. Portammo tutto dall’Italia, anche nelle valigie perché ci fu proibito importare insaccati, formaggio e vino. Con lo stratagemma delle valigie abbiamo eluso i controlli e il giorno dopo abbiamo cucinato per giornalisti da tutto il mondo e per tutti gli amici americani di Luciano, compresa Jackie Kennedy».
Oggi, dopo 35 anni, cos’è rimasto?
«Tutto. Tradizione pura: tortellini, brodo di cappone, tagliatelle al mattarello. Materia prima eccellente, niente congelato. E il ricordo dei giorno speciali con Luciano».
Il segreto?
«La semplicità fatta bene. Alla lunga, la gente vuole solo quello»
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24 aprile 2026 ( modifica il 24 aprile 2026 | 10:30)
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