di
Elena Meli
In futuro avremo meno antibiotici e la ricerca guarda a nuove soluzioni per contrastare un fenomeno in costante crescita in tutto il mondo. E per il quale l’Italia è fra i Paesi «messi peggio»
L’immagine che viene spesso evocata quando si parla della sempre maggior diffusione dei batteri resistenti agli antibiotici, che cioè non rispondono ai farmaci standard per combattere le infezioni batteriche, è il rischio di tornare a un mondo come quello precedente agli antibiotici, la penicillina, quando poteva bastare una ferita da poco per morire.
Non è ancora così, ma le proiezioni per il futuro diffuse durante l’ultimo congresso Top5 in Infectious Diseases, che ha riunito a Venezia i maggiori infettivologi internazionali, non sono confortanti: stando al rapporto Global Burden of Disease, oggi nel mondo oltre un milione di persone muore ogni anno per cause direttamente correlate alla resistenza antimicrobica, nel 2050 la cifra potrebbe raddoppiare. E l’Italia, con circa 12mila decessi all’anno, è maglia nera in Europa dove i morti sono oltre 35 mila.
Terapia entro 24 ore dimezza la mortalità
Per questo sono una buona notizia i dati di Resistimit, un progetto nazionale della Società Italiana di Malattie Infettive, come racconta Marco Falcone, direttore dell’Unità di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa e presidente del congresso: «Il progetto ha messo in rete una sessantina dei principali ospedali italiani per raccogliere i dati dei pazienti con infezioni da batteri resistenti; a oggi abbiamo informazioni da quasi 3 mila casi, dai quali stiamo ottenendo importanti indicazioni per capire per esempio quali siano le caratteristiche di chi ha il maggior rischio di mortalità o di infezioni resistenti, così da gestire al meglio la terapia. Soprattutto, abbiamo osservato che nella pratica clinica reale iniziare la terapia giusta entro le prime 24 ore significa dimezzare la mortalità».
Per riuscirci, il «collo di bottiglia» è avere a disposizione in tempi rapidissimi i risultati dei test di microbiologia molecolare per identificare i microrganismi responsabili dell’infezione e i loro eventuali geni di resistenza, così da scegliere il farmaco più appropriato. Che in un prossimo futuro potrebbe essere non più, o almeno non solo, un antibiotico: proprio perché la battaglia contro i germi resistenti è sempre più complessa, la ricerca sta puntando anche altrove.
Nuove «armi»
«Nel futuro avremo pochi antibiotici nuovi: dovremo usare al meglio quelli cha abbiamo e ci servono armi diverse», osserva Andrea Gori, direttore dell’Unità Malattie Infettive 2 all’Ospedale Sacco di Milano. Le più promettenti sono i batteriofagi e gli anticorpi monoclonali: i primi sono virus che «attaccano i batteri, anche i più resistenti, ma sono innocui per l’uomo», specifica Falcone. «Non esistono ancora procedure standardizzate per isolarli e purificarli: si deve intervenire caso per caso, identificando il fago giusto per il germe del singolo paziente, e non è il metodo da usare se c’è una sepsi, ma in molte situazioni potranno essere d’aiuto». Come aggiunge Gori, «I batteriofagi sono ancora in fase sperimentale, ma i risultati in alcuni casi sono validi e possono diventare un’opzione terapeutica per pazienti selezionati, che non rispondono ad altre terapie. Il Sacco, assieme all’Ospedale Universitario di Pisa e a due centri statunitensi (la Mayo Clinic e l’Università di Yale, ndr) ha un progetto di terapia fagica in corso e ora l’obiettivo è iniziare uno studio clinico».
Prospettive
Le prospettive sono interessanti anche con gli anticorpi monoclonali, diretti contro specifici batteri: poco tempo fa la Fondazione Toscana Life Sciences ha pubblicato su Nature uno studio in cui è stato dimostrato che «anticorpi identificati in pazienti guariti da un’infezione da Klebsiella pneumoniae multi-resistente, poi ingegnerizzati per ottenere anticorpi monoclonali, sono in grado di uccidere il batterio in vitro e nei topolini», racconta Falcone. «Il prossimo passo è iniziare i test di fase uno nell’uomo; gli anticorpi monoclonali potrebbero essere usati come profilassi in pazienti ad alto rischio o in aggiunta agli antibiotici».
«Si stanno cercando di identificare anticorpi monoclonali anche per altri batteri spesso resistenti, come Pseudomonas o Acinetobacter», dice Gori. «Non è una prospettiva avveniristica ma concreta, oggi la ricerca va più veloce e la speranza è che queste nuove terapie arrivino in clinica in tempi relativamente brevi».
Il progetto
Nel frattempo resta fondamentale usare al meglio tutte le possibilità di trattamento e per farlo gli ospedali stanno anche mettendo in rete le loro competenze, in modo che i più esperti possano fare da guida, come accade per esempio in un progetto che vede l’Ospedale Sacco di Milano come referente per le terapie antibiotiche di altre 22 strutture dell’area metropolitana milanese: gli infettivologi offrono consulenze, condividono protocolli e gestiscono i casi complessi con un approccio condiviso e omogeneo, che però viene adattato alle diverse situazioni cliniche, dalla residenza per anziani all’istituto oncologico.
Fare rete per i test molecolari
Nei pazienti con infezioni gravi o fattori di rischio per la sepsi, un’infezione generalizzata nel sangue, fare i test molecolari per individuare il batterio responsabile e i geni che lo rendono resistente è indispensabile. «Più si è rapidi ad avere i risultati, migliore è l’esito clinico», dice Pierangelo Clerici, presidente della Associazione Microbiologi Clinici Italiani. «È perciò essenziale avere una rete di laboratori di Microbiologia aperti 24/7 a cui gli ospedali che non hanno la disponibilità dei test possano rapidamente inviare i campioni: non è accettabile che il destino di un paziente si decida in base all’ospedale dove si trova o al fatto che ci arrivi di notte anziché al mattino. C’è già una mappa delle Unità di Microbiologia e attivare reti regionali efficienti non sarebbe impossibile, garantendo un adeguato sistema di trasporto dei campioni e attrezzando le aree geografiche più complesse da raggiungere: gli strumenti per eseguirli non costano molto e potrebbero anche essere installati in terapie intensive e Pronto Soccorso, ma l’uso deve essere supervisionato da microbiologi».
Le guerre aggravano il problema
Sohua S. Kanj, infettivologa dell’Università Americana di Beirut, durante il congresso Top5 in Infectious Diseases ha spiegato che «le guerre disseminano resistenze batteriche. Infrastrutture sanitarie e civili distrutte, mancanza di cibo e farmaci, campi profughi sovrappopolati favoriscono il diffondersi dei germi, compresi quelli resistenti ai farmaci, in più l’emergenza del conflitto impedisce una buona gestione sanitaria dei pazienti e della prevenzione delle infezioni. A Gaza il 34 per cento dell’acqua degli ospedali è contaminata da batteri resistenti, che si trovano in ampia percentuale anche nel latte di mucca o nei polli. E le resistenze restano, quando le guerre finiscono».
Pure il riscaldamento globale le facilita: un recente studio del CalTech californiano ha dimostrato che più il suolo è arido, più si concentrano gli antibiotici presenti in natura e più si selezionano specie che vi resistono.
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2 maggio 2026
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