Ricercatori cinesi hanno identificato il circuito neuronale che controlla il torpore artificiale nei topi. Attivarlo in modo selettivo induce settimane di ipometabolismo sicuro e reversibile. Le implicazioni vanno dalla cura del cancro all’esplorazione spaziale

C’e un momento, durante il digiuno, in cui il corpo di certi mammiferi smette di lottare contro il freddo e decide, in modo controllato, di cedere. La temperatura scende, il metabolismo rallenta, il cuore batte più lentamente: l’animale non è malato, non sta morendo. Sta semplicemente aspettando. È il torpore, gergalmente conosciuto come letargo: una delle strategie di sopravvivenza più antiche e raffinate che l’evoluzione abbia mai selezionato.

Possiamo imparare a usarlo? E soprattutto: possiamo indurlo in modo sicuro, per settimane, senza che il corpo ne paghi il prezzo al risveglio? Fino a qualche settimana fa, la risposta onesta era: non lo sappiamo. Un preprint pubblicato su bioRxiv da ricercatori dell’Università di Fudan, a Shanghai, suggerisce che la risposta potrebbe essere sì, almeno nei topi. E questo cambia molte cose.



















































Il problema del torpore breve

In natura, il torpore si manifesta in forme diverse. C’è l‘ibernazione profonda degli orsi e dei ghiri, che dura mesi, e c’è il torpore giornaliero di animali più piccoli come i topi di laboratorio, che in condizioni di digiuno mostrano episodi spontanei di ipotermia e ipometabolismo della durata di qualche ora. In entrambi i casi il meccanismo è lo stesso: il cervello ordina all’organismo di ridurre la spesa energetica, abbassando la temperatura corporea e rallentando tutte le funzioni vitali.

Negli ultimi anni la neurofisiologia ha identificato alcune popolazioni di neuroni, nell’area preottica dell’ipotalamo, capaci di innescare questi stati. Stimolarle artificialmente produce torpore nei topi anche in assenza di digiuno. Il problema è sempre stato la durata: le tecniche esistenti inducono stati torpore-simili che durano qualche ora, al massimo un giorno. Troppo poco per qualsiasi applicazione clinica nelle malattie croniche. 

I neuroni G e l’interruttore nascosto

Il team guidato da Feifan Guo ha scelto di guardare a GCN2, un enzima noto come sensore cellulare della carenza di aminoacidi. GCN2 è espresso in diverse regioni cerebrali, tra cui quella zona preottica mediale già associata alla regolazione del torpore. L’idea di partenza era semplice: i neuroni che esprimono GCN2 potrebbero essere quelli che traducono il segnale del digiuno in un comando di rallentamento sistemico.

Per verificarlo, i ricercatori hanno generato una linea di topi transgenici che permette di identificare e manipolare selettivamente questi neuroni, battezzati «neuroni G». I risultati hanno confermato l’intuizione: silenziare i neuroni G durante il digiuno impedisce completamente la comparsa del torpore. Attivarli farmacologicamente, anche in topi ben nutriti, produce in poche ore una caduta della temperatura corporea e del metabolismo del tutto analoga a quella naturale.

Fin qui, una scoperta già notevole. Ma la parte più sorprendente è arrivata quando i ricercatori hanno provato a ripetere l’attivazione ogni 48 ore per 24 giorni consecutivi. I topi sono rimasti in torpore per quasi un mese. Nessuna compensazione spontanea, nessun risveglio anticipato, nessuna attenuazione dell’effetto nel tempo. E al risveglio, dopo tre giorni di recupero, nessun deficit comportamentale misurabile: gli animali correvano, esploravano, si comportavano esattamente come i controlli. Le analisi istologiche di fegato, cuore, muscoli, reni e cervello non hanno mostrato lesioni.

Il torpore come terapia: il caso dei tumori

Rallentare il metabolismo dell’intero organismo ha una conseguenza diretta su qualunque processo che dipenda dalla proliferazione cellulare. Le cellule tumorali si dividono senza sosta: è questa la loro caratteristica fondamentale. È ragionevole pensare che un ipometabolismo profondo e prolungato possa frenare questa proliferazione.

I ricercatori lo hanno verificato impiantando nei topi cellule di adenocarcinoma polmonare, uno dei tumori più aggressivi, e attivando il GLT (G-neurons induced long torpor) a partire dal sesto giorno dopo l’impianto. I risultati sono stati netti: la crescita tumorale è stata significativamente soppressa rispetto ai controlli, con tumori più piccoli e una densità cellulare marcatamente ridotta all’analisi istologica.
Il dato più promettente, però, riguarda la combinazione con la chemioterapia. Il cisplatino è uno dei farmaci antitumorali più usati al mondo, ma i suoi effetti collaterali limitano spesso i dosaggi impiegabili. I ricercatori hanno mostrato che abbinare il GLT al cisplatino a basso dosaggio, da solo del tutto inefficace, produce un effetto antitumorale significativo. Il torpore, in altre parole, amplia la finestra terapeutica del farmaco, aprendo la possibilità di trattamenti efficaci a dosi più basse e quindi meno tossiche per il paziente.
Siamo ancora a stadi preclinici: questi esperimenti sono stati condotti interamente nei topi. La strada verso la clinica è lunga. Ma GCN2 è un enzima altamente conservato nell’evoluzione dei mammiferi, e questo suggerisce che popolazioni di neuroni analoghi potrebbero esistere anche nell’uomo.

L’altro orizzonte: Marte

C’è un secondo scenario in cui questa scoperta potrebbe cambiare le regole del gioco, e si chiama esplorazione spaziale. Un viaggio verso Marte dura tra i sette e i nove mesi. In quello spazio di tempo un astronauta consuma risorse enormi, si deteriora psicologicamente nell’isolamento e, soprattutto, accumula dosi di radiazione cosmica che aumentano significativamente il rischio di tumori e danni neurologici.
Ridurre il metabolismo degli astronauti durante il transito produrrebbe un significativo risparmio di cibo e ossigeno e renderebbe quel viaggio biologicamente sostenibile. Ci pensiamo da decenni, dalla fantascienza di 2001: Odissea nello Spazio ai progetti reali che l’ESA sostiene con il Topical Team Hibernation. Il problema è sempre stato lo stesso: non avevamo un circuito su cui lavorare. Non sapevamo dove cercare l’interruttore.
Oggi quel circuito ha un nome. I neuroni G dell’area preottica mediale sono, per la prima volta, un bersaglio molecolare concreto. Non è detto che funzioni nell’uomo come nel topo e ci vorranno anni di ricerca prima di poterlo sapere.
Il corpo sa come fermarsi, quando glielo si chiede nel modo giusto. Il lavoro che ci aspetta è imparare il linguaggio con cui chiederglielo.

Matteo Cerri* Professore di Fisiologia all’Università di Bologna e coordinatore del gruppo di ricerca sull’ibernazione dell’Esa (Agenzia Spaziale Europea)

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8 maggio 2026 ( modifica il 8 maggio 2026 | 15:58)