di
Cesare Giuzzi
Federico Soldani, Massimo Lovati e Simone Grassi, gli ex legali di Sempio, sentiti in contemporanea a Brescia, si scaricano addosso la responsabilità di aver preso il denaro. Le contraddizioni sul 2017
Se non ci fosse di mezzo il sospetto di un’indagine «comprata» («Nel 2016, non appena indagato, Andrea Sempio si è attivato immediatamente, unitamente al padre, al fine di reperire dei soldi per pagare gli investigatori», dicono i pm) questa storia sarebbe una comica all’italiana.
Tre avvocati (gli ex legali di Sempio) sentiti in contemporanea a Brescia che si scaricano addosso le responsabilità. Quali? Aver preso almeno 45 mila euro dalla famiglia Sempio, tutti in nero, paventando spese legali mai sostenute (su questo sono tutti concordi) ancora prima che il ragazzo venga effettivamente indagato nel breve periodo tra 2016 e inizio 2017 dopo il primo esposto della difesa di Stasi.
È il capitolo dell’inchiesta bresciana che vede indagato l’ex pm Mario Venditti e il padre di Sempio, Giuseppe. Il 12 novembre 2025 il procuratore Francesco Prete convoca gli avvocati Federico Soldani, Massimo Lovati e Simone Grassi. Quest’ultimo a verbale ammette di aver intascato «15 mila euro a testa» senza aver fatto nulla. Ricorda solo di «aver fatto la foto delle scarpe di Andrea che ho fatto recapitare a Quarto grado». Essendo civilista partecipava alle riunioni ma «stavo zitto e non davo contributi». Ad occuparsi di tutto, secondo lui, era Lovati che aveva anche concordato «la cifra di 45 mila euro». Soldi che i Sempio portavano in mazzette che poi venivano spartite. L’istrionico Lovati davanti ai pm dice invece che a ricevere i soldi erano i colleghi «dopodiché mi chiamavano, mi recavo al loro studio e prendevo il denaro».
I pm contestano il possesso dell’esposto di Stasi quando era secretato e Sempio non aveva ancora neppure ricevuto un avviso di garanzia. Lovati dice di averlo avuto «dal giornalista Giangavino Sulas» (ora scomparso). I magistrati però lo inchiodano: su quegli atti c’è il timbro della «Procura generale di Milano». «Prendo atto». L’avvocato Soldani dice invece che fu Lovati a «decidere la cifra che per noi era congrua data la delicatezza del reato»: «Si trattava di 45 mila euro da dividere in tre parti uguali. Fu Lovati a insistere che venissero erogati in contanti». I pm chiedono a Soldani dei contatti telefonici tra lui, Sempio e il carabiniere Sapone del 21 e 22 gennaio. «Non ricordo». Prima dell’interrogatorio lei tranquillizzò Sempio dicendo che gli avrebbero chiesto quello di cui aveva parlato in precedenza con Sapone: «Non ricordo». Lei dice a Sempio di avere parlato con il pm di archiviazione: «Ho sbagliato a parlare, mai parlato con il pm».
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Il 20 novembre viene sentita l’ex pm (si è dimessa proprio a ridosso della riapertura delle indagini su Garlasco) Giulia Pezzino, co-assegnataria con Venditti del fascicolo del 2016. Rivendica la correttezza della sua indagine e dice che non ha mai autorizzato Sapone a parlare con Sempio: «Escludo categoricamente». Poi dice che durante le indagini ha avuto «sin da principio vari contatti e scambi di opinioni» con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni legale dei Poggi durante il processo a Stasi. Dice che è stato lui, con un gesto di cortesia, a procurare i vecchi atti ai magistrati: «Era normale condividere con lui i passi delle indagini».
Anche allora i legali dei Poggi furono da subito molto duri verso l’esposto di Stasi. I pm pavesi, altrettanto scettici, anziché procedere ad accertamenti decisero di convocare il perito genetista Francesco De Stefano che nel 2014 aveva detto che il Dna era inutilizzabile. Chiedono i pm: «Avete avuto indicazioni da Tizzoni per sentire De Stefano?» «Sì, ritengo di sì».
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11 maggio 2026 ( modifica il 11 maggio 2026 | 08:10)
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