Il coach australiano svela Jannik: “Migliora sempre, questa è la sua forza. Fuori dal campo tutti gli fanno domande ma lui ribalta la situazione. Io e Vagnozzi? Ci completiamo, ha un occhio tecnico migliore del mio”


Federica Cocchi

Giornalista

11 maggio 2026 (modifica alle 08:31) – ROMA

I sinneriani lo chiamano “Papà Darren”, perché è il saggio del team, il coach esperto che con Simone Vagnozzi ha portato Jannik Sinner a dominare il tennis. Una coppia che funziona a meraviglia, un “matrimonio” tennistico che ha cresciuto un figlio fenomenale anche se “il massimo di Jannik arriverà intorno ai 27 anni”. Il ragazzo che punta a conquistare Roma 50 anni dopo Adriano Panatta, il numero 1 al mondo capace di vincere cinque Masters 1000 di fila, è lo sportivo più amato in Italia, che soffre e gioisce con e per lui come ha sempre fatto per la Nazionale di calcio e questo, sostiene il tecnico australiano “Lo rende immensamente orgoglioso e felice”. 

Darren, lei lavora lavora con Jannik dal 2022, c’è ancora qualcosa di questo ragazzo che la sorprende? 

“Penso che non ci siano più sorprese dal punto di vista della personalità, perché stando tanto tempo insieme a stretto contatto ci si impara a conoscere molto bene, pregi e difetti. Ma nessuno è perfetto… Sinner è cresciuto e maturato molto in questi anni, ora è un giovane adulto che sa gestirsi sempre meglio dentro e fuori dal campo”. 

Cosa la sorprende di lui? 

“Ha una grande consapevolezza di sé. Sa quale sia il suo posto nel panorama del tennis e nella vita: nel tennis è importante, nella vita di tutti i giorni non così tanto. Ed è normale così, perché lui pratica uno sport e fa qualcosa che ama, ma ci sono cose più importanti nella vita che colpire una pallina da tennis. E lo sa bene, per questo riesce a essere umile e tenere i piedi per terra. Penso che questo derivi in gran parte dall’educazione ricevuta dai suoi genitori”. 

C’è una qualità di Sinner che non conosciamo? 

“È estremamente curioso. Quando si trova in un gruppo di persone, tutti vogliono sapere qualcosa da lui, ma alla fine trova il modo di ribaltare la situazione e tempestarli di domande, che si tratti di sport o di vita, di come gestire la pressione, delle fidanzate o di qualsiasi altra cosa. Vuole imparare dalle persone che hanno vissuto esperienze che probabilmente lui vivrà in futuro. Vuole essere pronto in anticipo”. 

Di lui si dice che sia un robot. È davvero così? 

“Per niente. C’è una parte di lui che ama il pericolo e che non si vede molto in campo, perché quando è in partita ha questo computer interno che lavora continuamente e c’è una certa sicurezza nel modo in cui gioca. Calcola le probabilità di vincere il punto scegliendo un certo colpo con meno rischio, ed è la caratteristica di un giocatore vincente. Nella vita invece non è proprio così. Ama le corse automobilistiche, la velocità. Ama l’adrenalina. Ma queste due anime si uniscono in un solo giocatore, incredibilmente professionale:allenamento, alimentazione, riposo, cerca di entrare in campo ogni volta con l’obiettivo di crescere e migliorare. Per questo è un campione”. 

È per questo che riesce a tornare più forte dopo ogni momento difficile? Dopo la batosta del Roland Garros ha vinto Wimbledon, dopo la delusione in Australia non si è più fermato… 

“Ha un talento speciale che possiede e che noi allenatori non possiamo insegnare. È una spinta interiore che lo porta a voler imparare da ogni situazione. Jannik non impara solo dalle sconfitte, ma anche tanto dalle vittorie, perché è fondamentale ‘andare a scuola’ in ogni partita di tennis. Che vinca o perda, guarda tutto attraverso la stessa lente: ‘Come posso migliorare oggi?’. È la sua forza”. 

Come funziona il lavoro in coppia con Simone Vagnozzi? 

“Simone è il coach principale. Penso che il motivo per cui il nostro rapporto funzioni così bene sia che i nostri ruoli sono abbastanza definiti, ma si intrecciano in molti modi. Simone e io discutiamo di tutto riguardo a Jannik, sia dal punto di vista tecnico che emotivo. Lui cerca di imparare da me in alcune aree e io sto imparando da lui in molte altre, perché ha un occhio tecnico incredibile, migliore del mio. Riesce a vedere aspetti tecnici del gioco che pochissimi allenatori riescono a cogliere. E li vede molto presto, molto chiaramente. Ma soprattutto riesce a trasferirli al giocatore in modo che possa capirli e metterli in pratica”. 

Qual è il valore aggiunto del suo collega? 

“Simone è stato straordinario nei piccoli cambiamenti apportati al gioco di Jan. Il servizio è l’esempio più evidente e i dati confermano il lavoro che loro due hanno fatto su questo colpo, ormai uno dei migliori del circuito. Simone è un allenatore speciale. Sa scegliere il momento giusto per trasmettere un messaggio a Jannik: sa quando vuole sentire qualcosa e quando invece bisogna lasciarlo risolvere da solo i problemi. Simone è la voce”. 

Vagnozzi ci ha detto di essere il “poliziotto cattivo” e che quello buono è lei. Conferma? 

“Ma no (ride). Lui è quello che deve dare i messaggi nei momenti di pressione, quindi sì, quello può essere più difficile rispetto al mio ruolo. Io devo prendermi cura della cultura della squadra e assicurarmi che tutti comunichino bene. Ognuno di noi conosce il proprio ruolo e l’obiettivo a cui stiamo lavorando. Penso che sia questa la nostra forza, e quello che dà a Sinner una grande serenità”. 

A 24 anni Jannik porta già sulle spalle le aspettative di un intero Paese. In Italia è ovunque. Diciamo che il calcio non sta vivendo un grande momento e lui è la nostra Nazionale. Come vive questa attenzione? 

“Lui sta vivendo il sogno che aveva fin da bambino ed è maturo oltre la sua età anche perché il tennis ti fa maturare in fretta. Devi gestire sponsor, tifosi, media. Impari presto che devi sapere di cosa stai parlando, capire i problemi e affrontarli nel modo giusto. Il tennis è uno sport che ti espone a molte pressioni in giovane età. Ma la responsabilità di essere il numero uno del mondo è bellissima. Lui gestisce molto bene anche il fatto di essere così amato e seguito in Italia. Ne è molto orgoglioso”.

Questo, Darren, dovrebbe essere il suo ultimo anno con il team Sinner ma tutti vorrebbero che lei rimanesse. C’è di nuovo una scommessa in ballo per convincerla a restare? 

“Vediamo… Non pensavo che avrei allenato Jannik nel 2026 e invece sono qua. Per il momento nessuna scommessa, il mio obiettivo è fare il miglior lavoro possibile per Sinner e il team quest’anno. Poi parleremo a fine stagione, come abbiamo fatto l’anno scorso, e decideremo, con la massima serenità”. 

Però conferma che Sinner sarà il suo ultimo giocatore? 

“Assolutamente sì. al cento per cento”. 

E tra cinque o dieci anni, guardando indietro al lavoro fatto con Jannik, di cosa sarebbe più orgoglioso? 

“Per me non si tratta davvero di titoli. I trofei e i record sono fantastici ed è per questo che giochiamo. La mia idea del coaching è che alla fine del percorso, chi hai seguito sia una persona migliore. È una questione di cultura, di come si trattano gli altri, del rispetto verso i colleghi, verso il personale dei ristoranti, gli autisti, i raccattapalle, gli arbitri. Quindi, per me, se tra cinque o dieci anni, quando io non sarò più con Sinner, lo vedrò ancora giocare dando tutto sé stesso e mostrando rispetto per chiunque lo circondi, questo mi renderà felice. Perché se tutto diventa solo una questione di titoli, perdi il senso di ciò che fai. E Jannik quello che fa nel tennis, lo fa per amore”.