MOTHER MARY. Nelle sale

È un horror, Mother Mary? Fino a un certo punto. Un horror psicologico – sentimentale? Fuochino. Un noir sulle illusioni dell’amore e del cinema? Diciamo un melodramma nero con colorazioni queer sulla complessità di essere famosi e la ricerca di un’identità oltre la scena e il muro degli applausi. L’horror c’è, anche perché il film è un prodotto degli specialisti di A24 mentre il regista è l’americano David Lowery, 45 anni, che già ci aveva stupiti nel 2021 con la fiaba distopica Sir Gawain e il Cavaliere verde. Storia di una love story da kamikaze tra due ragazze speciali: la popstar al limite del mistico Mother Mary (Anne Hathaway come non l’avete mai vista) e la stilista / costumista Sam Anselm (l’intensa Michaela Coel). La bianca Madre Maria è una Lady Gaga (o Taylor Swift) che si presenta sul palco in versione supersexy ma con aureola e mantello azzurro da madonnina laica. La nera Sam è invece una fashion designer, una creativa appartata, ipersensibile e – vedremo – piuttosto vendicativa.

Lusinghe e desiderio. Le due donne, soffocate da traumi antichi, si sono amate e insieme hanno creato il personaggio di Mother Mary. Un rapporto complesso, tormentato, sofferto, di alto peso emotivo. Poi l’amore si è spento nell’ingorgo della fama di Mary, distratta e irriconoscente, e tutto è finito con una frettolosa fuga da cui Sam non si è mai ripresa e che ha portato Mary a una feroce depressione. Il dramma si rinnova quando quest’ultima per la sua prova più impegnativa, un maxi-concerto che segna il ritorno in scena dopo un lungo periodo, chiede aiuto all’amica perduta. Mary chiede un abito che la rappresenti, che rispetti l’anima dell’artista e della donna. Lo chiede a chi la conosce bene e intuisce l’eccezionalità del momento ma conserva la ruggine dell’abbandono. 

Non ci sono dubbi che Lowery avesse ottime intenzioni quando ha tracciato il profilo psicologico delle sue scontrose eroine.
Il risultato è però un arzigogolato flusso di coscienza al limite del soprannaturale, con fantasmi, sedute spiritiche, fenomeni extrasensoriali ed eventi tra il surreale e lo splatter. Lowery scava nelle profondità del senso di colpa, delineando la diffusa, patologica incapacità di trattenere il meglio di una relazione e la differenza abissale tra pubblico e privato che si riflette nei rapporti sentimentali. Va a caccia di emozioni sottovuoto spinto, senza sostenerle adeguatamente. La ricerca espressiva del regista va lodata, la cifra stilistica del film è robusta. Resta tuttavia, accanto all’audacia della messinscena, la delusione di una storia complessivamente irraggiungibile, frammentata e senza un vero filo logico a cui tenersi aggrappati. Va a finire che l’unica vera ragione per seguire il film è la prova fuori standard di Anne Hathaway, ben lontana dalla giornalista Andy Sachs de Il diavolo veste Prada 1 e 2: sensuale, ipnotica showgirl on fire, di commovente fragilità davanti allo specchio nei camerini, accompagnata dall’avvolgente colonna sonora di Daniel Hart e Jack Antonoff a cui ha contribuito tra gli altri la cantautrice britannica Charli XCX. 

MOTHER MARY di David Lowery 
(Gran Bretagna-Finlandia-Germania-Usa, 2026, durata 110’, I Wonder Pictures)

con Anne Hathaway, Hunter Schafer, Michaela Coel, Alba Baptista, Jessica Brown Finlay
Giudizio: 2,5 su 5 
Nelle sale