di
Gennaro Scala
Ieri l’autopsia sul corpo del ragazzo, serviranno alcuni giorni per i risultati. Ma i suoi amici raccontano che quella sera avrebbe chiesto di provare quel gusto, diverso da quelli che abitualmente sceglieva perché senza lattosio
A volte il destino ha il colore innocente dell’estate. Come un gelato al gusto melone. La chiave della tragedia di Adriano D’Orsi potrebbe essere tutta lì: in quel cono ordinato sabato sera in una gelateria di Casoria, in un gusto scelto forse per cambiare abitudine, forse solo per curiosità. L’autopsia disposta dalla Procura di Napoli Nord è stata eseguita ieri. Ma serviranno giorni per conoscere i risultati degli esami tossicologici e delle analisi sui campioni prelevati dallo stomaco del ragazzo e sulle vaschette sequestrate nella gelateria. Adriano, 16 anni, allergico alle proteine del latte, sarebbe morto per uno choc anafilattico fulminante. Troppo rapido perfino per arrivare in ospedale.
Eppure Adriano quella sua allergia la conosceva bene. La maneggiava come si maneggiano le cose serie quando si cresce troppo presto: con attenzione, quasi con disciplina. Era cliente abituale della gelateria. Sapeva quali gusti poteva mangiare: fragola e limone, quelli che — di solito — non contengono latte né derivati. Sabato però, raccontano gli amici, qualcosa è cambiato. Accanto ai gusti di sempre avrebbe chiesto anche il melone. Un dettaglio. E forse decisivo.
Secondo quanto ricostruito dall’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, il ragazzo avrebbe domandato esplicitamente se quel gusto contenesse sostanze pericolose per lui. Gli sarebbe stato risposto di no. Il titolare della gelateria, sempre secondo quanto riferito dal legale, sostiene invece che Adriano il melone lo avesse già preso altre volte. Versioni diverse. Memorie che si sfiorano senza combaciare. E in mezzo una domanda: in quel gelato c’era latte?
«Gli amici sostengono che Adriano non prendesse mai il melone — spiega Petruzzi — mentre il proprietario riferisce il contrario. Ma il punto centrale è un altro: Adriano si è affidato a ciò che gli è stato detto».
Affidarsi. È questa la parola che torna continuamente nel racconto della famiglia. Affidarsi a chi prepara il cibo, a chi conosce la tua allergia, a chi ti vede entrare da anni nello stesso locale. Affidarsi alla rassicurazione che “non c’è lattosio”, quando però il problema non era il lattosio.
«Lattosio e proteine del latte non sono la stessa cosa», insiste il legale. Ed è forse proprio dentro questa possibile confusione che gli investigatori stanno cercando la crepa. La superficialità. L’errore fatale.
Perché un gelato alla frutta, normalmente, non dovrebbe contenere proteine del latte. Ma contaminazioni, preparazioni, basi comuni, errori di lavorazione possono trasformare una distrazione in una condanna.
E allora oggi gli accertamenti puntano anche sulla presenza obbligatoria della tabella degli allergeni all’interno della gelateria. Su chi abbia detto cosa. Su quanto fosse chiaro il rischio. Su quanto fosse conosciuta la condizione del ragazzo.
«Adriano era un sedicenne pienamente cosciente della propria allergia — dice ancora Petruzzi — ma proprio per questo si fidava delle informazioni ricevute. Non si può morire così, a sedici anni, per un gelato».
«La famiglia aspetta risposte dalla magistratura. Aspetta i risultati scientifici, le analisi, le perizie. Aspetta soprattutto una verità “granitica”», come la definisce l’avvocato ai microfoni di Campania24. «Abbiamo piena fiducia nell’operato della magistratura del tribunale di Napoli Nord della procura del tribunale di Napoli Nord e aspettiamo con ansia i risultati», conclude Petruzzi.
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21 maggio 2026 ( modifica il 21 maggio 2026 | 10:23)
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