Sì, la dieta incide sull’invecchiamento. I risultati di una nuova ricerca
In 4 settimane il metabolismo può cambiare più di quanto l’immaginario comune sia disposto ad accettare. Non nei classici termini del peso corporeo o della bilancia, ma in quelli, molto più sottili, dei biomarcatori che oggi la ricerca usa per descrivere ciò che viene definito “invecchiamento biologico”. È il risultato di un trial clinico condotto dall’Università di Sydney e pubblicato su Aging Cell, che ha osservato come diverse combinazioni dietetiche, mantenute per un periodo breve, ma rigorosamente controllato, possano modificare alcuni indicatori fisiologici associati alla salute metabolica e cardiovascolare in adulti tra i 65 e i 75 anni.
Com’è stato condotto lo studio
Il disegno dello studio è cruciale per comprenderne il senso. Tutti i partecipanti hanno seguito un’alimentazione standardizzata per quattro settimane, con apporto calorico e proteico controllato e una sola variabile realmente determinante: la struttura della dieta. In altre parole, non “quanto” si mangia, ma “come” si distribuiscono macronutrienti e fonti proteiche. È qui che il lavoro introduce una distinzione importante tra modelli alimentari che, nella vita reale, vengono spesso semplificati come “onnivori” o “vegetali”, ma che nello studio assumono configurazioni molto più precise. I ricercatori hanno confrontato quattro schemi alimentari, che possono essere letti come varianti di modelli dietetici già noti nella nutrizione contemporanea. Due erano basati su una ripartizione equilibrata tra proteine animali e vegetali e possono essere ricondotti a una dieta onnivora bilanciata, simile insomma allo stile mediterraneo: un’alimentazione mista, con proteine di diversa origine e una distribuzione intermedia tra grassi e carboidrati. Il primo differiva per una maggiore quota lipidica, risultando più ricco di grassi e relativamente più povero di carboidrati, mentre il secondo si spostava verso una configurazione “low fat”, con riduzione dei grassi e aumento dei carboidrati complessi, in una logica più vicina ad alcune declinazioni moderne della dieta mediterranea orientate a cereali integrali, legumi e fonti glucidiche meno raffinate. Gli altri due schemi erano invece a prevalenza vegetale, sempre modulati sugli stessi parametri energetici. Il primo può essere descritto come una dieta semi-vegetariana o flexitariana, con una quota maggioritaria di proteine vegetali, ma ancora una presenza di alimenti di origine animale, e una ripartizione dei macronutrienti che mantiene una componente lipidica relativamente più alta. Il secondo si avvicina a un modello più marcatamente plant-based, prossimo a una dieta vegetariana strutturata, in cui prevalgono cereali integrali, legumi e derivati vegetali, con una riduzione dei grassi e un maggiore peso dei carboidrati complessi. È in questo confronto tra quattro architetture alimentari che emerge il risultato più significativo: la risposta metabolica più evidente si osserva nel gruppo con dieta onnivora a più alto contenuto di carboidrati complessi e ridotto apporto lipidico. In questo caso, rispetto agli altri gruppi, si registra una variazione più marcata di un insieme di biomarcatori associati all’infiammazione sistemica, al metabolismo glucidico e al profilo lipidico.