di
Cristiana Gattoni
Il Giro tocca il Canton Ticino e lo scrittore racconta scenari alpini, cappelle votive, frontalieri e un distributore self-service di formaggio
Giornalista, insegnante, ciclista. Si presenta così Andrea Fazioli, sul suo profilo Instagram. Nato e cresciuto a Bellinzona, lavora per la Radiotelevisione svizzera in lingua italiana, dove si occupa di cultura. Tiene laboratori di scrittura ed è autore di romanzi, soprattutto noir, attraversati dal paesaggio del Canton Ticino. In bicicletta, invece, è un semplice appassionato. Quanto alla tappa di oggi, Bellinzona – Carì, per lui è un pezzo di vita.
Quante volte ha fatto la salita fino a Carì?
«Ci salgo da quando avevo quindici anni e, pedalando su quella strada, ripercorro le età della mia vita. Mi tornano in mente immagini dell’Andrea ragazzo, poi adulto, con bici e stati d’animo sempre diversi».
Che cosa racconta quel percorso, oggi, del Canton Ticino?
«La stratificazione. La Svizzera italiana è sede di transito da millenni. Si parte da Bellinzona, con i suoi castelli imponenti: un tempo chi controllava la città, controllava il passaggio da sud a nord. Poi c’è il fondovalle urbanizzato, con le villette, i paesi, le tracce della costruzione di AlpTransit (progetto ferroviario per l’attraversamento delle Alpi, ndr). La tappa devia quindi in Val di Blenio, più amena, con villaggi annidati nei pendii e le osterie lungo la strada. Poi torna sull’asse nord-sud e, risalendo, mostra un altro tratto tipico della Svizzera italiana: il quasi Mediterraneo che sfuma nella montagna vera».
Qual è il punto più significativo?
«La zona della Biaschina, con il passaggio sotto il viadotto dell’autostrada e la ferrovia poco distante. Lì convivono l’inerpicarsi verso la montagna e l’essere accanto alle grandi vie di transito da cui passa l’Europa. Poi c’è Giornico, con le sue chiese medievali, e da Faido in su lo scenario si fa alpino: pini, cappelle votive, pecore, capre, rapaci, e mucche, grandi contemplatrici di ciclisti. Prima dell’ultimo strappo verso Carì c’è persino un distributore self-service di formaggio aperto h24».
Nel romanzo «Le strade oscure» racconta i frontalieri. E il tema tornerà anche in «Una piccola cosa proibita» in uscita a fine settembre per Guanda. Cosa la incuriosisce di quel mondo?
«I frontalieri sono una piccola città mobile, circa ottantamila persone che ogni giorno superano una dogana, sperimentando cambiamenti impercettibili: valuta, cartelli stradali, abitudini, leggi, festività. Intorno ai confini nascono da sempre storie interessanti, specialmente per un autore di noir. E in fondo anch’io vivo a cavallo tra Italia e Svizzera: è un’identità divisa, o meglio plurima».
Visti da nord, voi ticinesi siete considerati troppo italiani, visti da sud troppo svizzeri. È solo un cliché?
«Noi siamo i meridionali della Svizzera: ci attribuiscono allegria e socievolezza, ma anche poca voglia di lavorare. È curioso che un lombardo veda invece il ticinese come svizzero, freddo e riservato. Siamo in una buona posizione per capire quanto questi pregiudizi siano ridicoli e, insieme, siamo abituati al compromesso tra culture: uno dei pregi svizzeri».
Andrà a vedere il Giro?
«Sì, per la baraonda che il Giro porta con sé. Di solito passo da quei luoghi in modo silenzioso, solitario, meditativo. Qui invece c’è un’altra bici: sportiva, veloce, consumata nell’immediatezza».
Il ciclismo resta uno sport epico?
«Per me sì. Anche un piccolo viaggio in bicicletta può diventare un grande trasferimento. E poi il ciclismo si presta alla narrazione: non a caso lo hanno raccontato scrittori come Dino Buzzati, Alfonso Gatto, Anna Maria Ortese. Vederlo minuto per minuto in televisione gli toglie qualcosa, ma un bravo cronista può restituirgli poesia».
26 maggio 2026
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