di
Gianluca Mercuri

La trappola che Netanyahu si è autoinflitto è simmetrica a quella in cui ha cacciato l’amico Trump: da una parte non può contraddirlo, ma dall’altra non può contraddire sé stesso

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È una questione di trappole, tutte autoinflitte. Il problema è che le vie d’uscita sono inconciliabili. È un problema loro, di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu, che riguarda le loro fortune elettorali e in definitiva la loro parabola politica. Ma ormai è evidente che riguarda tutti noi, che le guerre in cui il presidente americano e il premier israeliano si sono infilati decidono molto delle nostre vite e lo fanno nei modi più concreti che si possano immaginare, il pieno di benzina, gli aerei da prenotare. L’America e Israele ci interessano sempre. In questi giorni, le loro mosse ci interessano più che mai.



















































La prima trappola è quella in cui si è infilato Trump. In febbraio ha creduto a Netanyahu che, sulla base dei report del Mossad, gli dava per assai probabile la caduta del regime iraniano in caso di nuovo attacco, dopo quello della «Guerra dei 12 giorni» di un anno fa, peraltro già spacciato come vittoria definitiva. Ora il capo della Casa Bianca, per quanto ostenti indifferenza riguardo all’esito delle elezioni di midterm, ha bisogno di uscire davvero da questa guerra e anche con una certa urgenza, perché già l’idea che giovedì i Mondiali di calcio, che gli Usa ospitano insieme a Canada e Messico, inizino a conflitto in corso lo infastidisce enormemente. In ogni caso è determinato a indurre Netanyahu a trattenersi dall’escalation, perché l’escalation allontana la pace, e questa determinazione la esprime nel modo brutale che gli è congeniale: «He will do whatever I want him to do», farà quello che voglio io.

Da parte sua, la trappola che Netanyahu si è autoinflitto è simmetrica a quella in cui ha cacciato l’amico Donald: da una parte non può in effetti contraddirlo, non troppo, non troppo a lungo, ma dall’altra non può contraddire sé stesso, non può presentarsi alle elezioni israeliane – che si terranno entro la fine di ottobre – con un Iran che possa vantare una sostanziale vittoria strategica e la minaccia di Hezbollah ancora presente, nonostante la devastante campagna lanciata in Libano.

Ma «Bibi», per interi lustri un mago della propaganda, al punto da imporsi come modello per le destre di tutto il mondo, sta diventando vittima del suo stesso illusionismo. Si è inventato la scatola cinese delle trappole: cadi in una e ce ne trovi un’altra.

Per esempio, si può dire che Netanyahu sia davvero riuscito in questi anni a convincere la maggioranza degli israeliani della necessità e della possibilità di una vittoria totale su tutti i nemici – Hamas, Hezbollah, Iran – e che quello della vittoria totale sia l’unico mito capace di neutralizzare la realtà, quella del fallimento totale – altro che vittoria – rappresentato dalla tragedia del 7 ottobre. La vittoria totale gli servirebbe per passare alla storia non come l’uomo che ha consentito il più grande massacro di ebrei dalla Seconda guerra mondiale, ma come il vincitore definitivo di ogni nemico. Il mito della vittoria totale, intanto, gli serve per vincere le elezioni.

Basta rivedere i sondaggi condotti nei giorni successivi all’attacco del 28 febbraio all’Iran. L’81% degli israeliani disse di sostenere la guerra, (percentuale che saliva al 93% considerando solo gli ebrei, e che raggiungeva il 26% tra la popolazione araba). Ma ecco la prima auto-trappola: a non essere entusiasta della guerra era la popolazione del Nord, perfettamente consapevole che Hezbollah – colpito a morte nei due anni precedenti ma lontano dalla distruzione totale promessa e annunciata mille volte da Netanyahu – avrebbe ripreso i lanci di razzi per sostenere gli alleati iraniani. Cosa puntualmente avvenuta.

Ecco come si spiegano i sondaggi di questi giorni. Quello realizzato a fine maggio dall’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale rivela che il 59% degli israeliani desidera intensificare i combattimenti contro Hezbollah, ma questa percentuale aumenta di quasi 20 punti – il 78% – tra la popolazione del Nord.

Questo rischia di essere il trappolone finale e fatale di Bibi. Finora, lui e i suoi governi hanno potuto sostanzialmente ingannare gli israeliani di quelle aree, e sobbarcarli delle maggiori sofferenze legate alle guerre senza fine, perché sul piano elettorale contano relativamente poco: Dahlia Scheindlin, grande analista politica e super esperta di flussi elettorali, ha calcolato che nelle elezioni del 2022 le tre regioni più settentrionali – l’area della Striscia della Galilea, la Galilea occidentale e le Alture del Golan – hanno totalizzato poco meno di 4 seggi sui 120 della Knesset, il parlamento israeliano (eletto con un sistema proporzionale al 100%). Ma ora Netanyahu, la cui egemonia è messa a rischio come mai prima dal blocco costruito dal suo ex sodale Naftali Bennett, non può permettersi di trascurare, deludere, ingannare popolazioni stressate da continue evacuazioni e incendi devastanti: perché le prossime elezioni, avverte Scheindlin, «potrebbero dipendere da un singolo seggio, se questo dovesse garantire a un blocco 61 seggi anziché 60. Ogni voto a favore di un partito dell’opposizione, o un’affluenza insufficiente per la coalizione, sarà determinante».

L’esperta fa presente che un’altra auto-trappola può scattare per Netanyahu nella destra religiosa, che si divide tra quella sionista, che contribuisce in modo cospicuo alle guerre, e gli ultraortodossi, che invece sono esentati dalla leva. Comunque si muova il governo, cancellando o mantenendo questo privilegio, rischia di perdere voti da una parte o dall’altra.
Insomma, la scatola cinese delle trappole rischia di condannare un leader che certamente si è salvato molte volte quando sembrava spacciato, ma non si è mai trovato a rendere conto delle sue contraddizioni tutte insieme, e in un momento così grave. Gli spot delle ultime campagne, in cui si presentava come «Mister Sicurezza» o il «Bibi-sitter» degli israeliani, sono resi improponibili dalle immagini dei kibbutz assaltati da Hamas. I cartelloni elettorali che lo ritraevano nel «Campionato dei grandi», tra Trump e Putin, sono ora contraddetti dal modo umiliante in cui Trump lo tratta pubblicamente. Dicendo che lo pilota a piacimento e confermando la furia epica che gli ha scatenato addosso telefonicamente per aver inflitto al Libano il trattamento-Gaza e così minacciando il negoziato con l’Iran («Che cazzo stai facendo, per colpa tua tutti odiano Israele, senza di me saresti in galera» eccetera).

In queste ore, consapevole che nell’amministrazione americana sono sempre più numerosi quelli che non ne possono più di lui, Netanyahu sembra cedere alle direttive trumpiane. Ma gli spostamenti contingenti non lo tolgono dalle trappole in cui è finito, e in cui ha trascinato il Paese. Come scrive Joshua Leifer su Haaretz, «Netanyahu non si è mai presentato alle elezioni sullo sfondo di una debacle strategica di questa portata. Il suo biglietto da visita era che, avendo trasformato Israele in una potenza regionale, la sua potenza militare rendeva superflua la necessità di soluzioni diplomatiche. Quell’illusione è andata in frantumi e l’Israele di Netanyahu è costretto, con troppo ritardo, a fare i conti con i limiti del proprio potere».

Il tutto, in un isolamento internazionale mai vissuto prima: secondo un sondaggio del Pew Research realizzato in 36 Paesi, in media il 67% degli adulti ha un’opinione negativa di Israele.

È l’eredità di Benjamin Netanyahu. Le domande sono due: Israele riuscirà davvero a fare a meno di lui? E senza di lui saprà davvero svoltare?

9 giugno 2026