L’intervista al medico-chirurgo Cristiana Albini, in missione in Venezuela
(di Sara Gandolfi) Cristiana Albini medico del team USAR (Urban Search and Rescue, ovvero una squadra specializzata in ricerca e soccorso in ambiente urbano) del Lazio, sa bene che in Venezuela non troverà una situazione facile. E non soltanto per il terremoto. Un pezzo della sua famiglia vive lì, «dal secolo scorso» ed è andata spesso a trovarli in passato a Caracas. «Siamo molto uniti, e ci raccontiamo come va la vita. Non benissimo in Venezuela». Questa volta, non li vedrà. «Perché voglio che stiano tranquilli, ben lontani dalle zone disastrate dove andrò io». Insieme ai colleghi di altre regioni, Albini parte come “relief team”: «Cercheremo di venire incontro alle esigenze della popolazione venezuelana colpita dal sisma. Daremo tutto il contributo possibile per aiutare».
Cosa si aspetta di trovare?
«Non ho aspettative. Mi è già successo quando sono partita per il terremoto in Turchia, che poi le aspettative vengono cambiate sul posto. Allora fu un’esperienza meravigliosa dal punto di vista umano, perché lavorare insieme ai vigili del fuoco, in interoperatività fra agenzie, vedere l’impegno della protezione civile turca che fu meravigliosa, ci diede tutto il sostegno possibile e immaginabile nonostante il loro momento di profondissima crisi è stato dal punto di vista umano un bagaglio infinito».
Le notizie che arrivano dal Venezuela non sono confortanti, manca tutto, anche negli ospedali…
«Sì, esatto. Il nostro ruolo è quello di sostenere, di dare, come dice il termine, relief, di alleviare la fatica dei colleghi venezuelani. Siamo tutti quanti sanitari che lavorano nell’emergenza territoriale, quindi siamo abituati a lavorare in situazioni precarie e in contesti particolari».
Sei un medico chirurgo?
«Sì, lo siamo tutti quanti».
Quindi siete pronti anche a operare?
«No, per operare bisogna essere in condizioni di poterlo fare, con condizioni igienico e di asepsi che non sono quelle che troveremo sul territorio. Nessuno di noi ha mantelli da supereroe».
C’è qualcuno più specializzato per portare soccorso a casi specifici, ad esempio ai bambini?
«Sì, ci sono dei team specializzati che si occupano di particolari categorie di popolazione o di particolari patologie, come i pediatri per i bambini. È una struttura organizzata. Non conosco la dotazione sanitaria delle altre regioni, ma abbiamo tutti quanti un’impronta di emergenza territoriale, quindi siamo abituati comunque anche ad affrontare diverse tipologie di pazienti e diverse tipologie di patologie».
Avrai occasione anche di incontrare i tuoi familiari in Venezuela?
«No, perché li voglio tutti tranquilli nel posto più sicuro. Quindi, a prescindere da dove andrò, non li vedrò».